Racconto in musica 133: Distruggere (Laila Al Habash – Sunshine)

Quanto sono belle le fiere del libro? Certo, dal punto di vista editoriale hanno le loro problematiche, soprattutto dal punto di vista dell’editoria indipendente, tipo i prezzi spropositati degli stand al Salone del libro di Torino (ma se non ci sei non sei nessuno, mi sembrano le fiere a cui partecipano le mie titolari per trovare clienti e poi magari non ne troviamo uno che vuole i nostri bottoni) o le recenti polemiche che hanno portato alcune delle case editrici che ci piacciono di più a non partecipare a Più libri più liberi in quel di Roma, ma rimangono comunque un posto dove fare incontri interessanti e scoprire nuovi orizzonti. Al recente Book Pride di Milano, fra la presentazione di una raccolta di racconti fantastici di autor* african* e un’interessante intervista con Cristiano Godano dei Marlene Kuntz (cui siamo vicini per la scomparsa di Luca Bergia, ex batterista e fondatore della band cuneese con cui qui a Tremila Battute siamo cresciuti), io e la mia compagna ci siamo fatti attirare dalla passione con cui la giornalista Giulia Cavaliere parla di musica per infilarci alla presentazione di Un lavoro da donne, antologia curata da Kim Gordon (storica bassista dei Sonic Youth) e dalla scrittrice Sinéad Gleeson che dà spazio alla musica raccontata da giornaliste, musiciste e artiste nel senso più ampio del termine visto che, guarda un po’, anche il mondo del giornalismo musicale è sessista. Qui a Tremila Battute non ci teniamo a fare i progressisti senza coerenza, il libro non lo abbiamo comprato (ma è più a causa della montagna di arretrati, anche se ammetto di aver letto solo critica musicale fatta da uomini) e pure la nostra playlist è pesantemente sbilanciata verso gli uomini, ma abbiamo approfittato di quella chiacchierata fra Cavaliere, la collega Alba Solaro e una musicista per andare a scoprire ciò che faceva proprio questa terza figura, e ne siamo tornati con canzoni molto belle nelle orecchie. Tutto il solito giro di parole semi-inutile, insomma, per dire che da quell’incontro ci siamo fatti suggestionare dalla musica di Laila Al Habash, ed è di lei che parliamo oggi.

Classe 1998, originaria della provincia di Roma trasferitasi di recente a Milano, ad Al Habash la musica entra nel sangue molto presto, tanto che a 13 anni già scrive canzoni: una cosa forse normale in una famiglia in cui anche le sorelle suonano uno strumento (questa cosa la ricordo dalla presentazione, ma può essere che ricordi male), meno se penso a casa mia dove mi sono ritrovato a suonare la chitarra a 18 anni perché quella c’era (abbandonata da mio fratello) e una batteria non me l’avrebbero mai concessa. Dovevano già essere canzoni con un bel potenziale dato che ancora minorenne attira le attenzioni di gente come il produttore Stabber, guru della scena romana che infatti la porta all’interno della grande famiglia di Bomba Dischi nel 2018: l’anno dopo per l’etichetta della capitale escono i suoi primi singoli Come quella volta, Zattera e soprattutto Bluetooth, che Netflix inserisce nella colonna sonora delle serie Summertime dandole già una visibilità molto ampia. Al Habash però pondera le sue scelte, si muove paradossalmente con una calma velocità e il suo pop venato di soul e R&B in cui risplendono echi nineties assume sempre più sfaccettature. Nel 2020 prepara il terreno con il singolo Rosé, in cui duetta con l’artista italo-svizzero-californiano Tatum Rush, poi nel 2021 spara in rapida successione tutte le sue cartucce: a febbraio esce l’Ep Moquette, alla cui produzione oltre al fido Stabber si aggiunge un certo Niccolò Contessa (di cui qui abbiamo notevole stima), a luglio appare su un billboard gigantesco a Times Square nell’ambito del progetto Equal di Spotify (che fa anche cose buone), poi a novembre esce il primo disco, Mystic motel, edito come il precedente Ep dall’etichetta Undamento.

Al Habash parla di relazioni, perlopiù sentimentali ma non esclusivamente (Oracolo è dedicata alla madre, Pianeta racconta un’amicizia complicata con notevole sensibilità), e lo fa con schiettezza e ironia, accompagnando i suoi testi con una voce che alterna sensualità e momenti quasi spoken word. Quello che stupisce di più, soprattutto in Mystic motel, è il caleidoscopio musicale di cui ammanta le canzoni: il pop gioioso e trascinante di Abbagli e Ponza, il soul di Complimenti, la carica delle frequenze basse che esplodono nei ritornelli di La fine tua fino a momenti più elettronici come Baby e la splendida Sabbia, tutta giocata su un giro lisergico che cattura e disorienta: alla fin fine che ci sia Coez a duettare con lei in Sbronza è la cosa che colpisce meno, perché Al Habash mette così tanta carne al fuoco che una collaborazione importante serve solo a certificare che il suo livello può e deve essere quello dell* grand*. In attesa del prossimo capitolo della sua storia musicale Al Habash si è dedicata a collaborazioni con altr* artist*, come Giuse The Lizia (il singolo Particelle, 2022) e Maria Antonietta (altra vecchia conoscenza del nostro blog), con cui duetta nel recentissimo singolo Per le ragazze come me.

Sunshine è la traccia che più mi ha colpito di Mystic motel, quella in cui si esplicitano maggiormente influenze hip hop che fanno anch’esse parte del bagaglio musicale dell’artista. Una storia d’amore in cui, nonostante la differenza d’età e la spacconeria, l’alfa della situazione non è l’uomo, come spiega (anche se non completamente) proprio Al Habash in questa intervista: mi sono fatto suggestionare da questi elementi e dalla ricetta che elenca sul finale del brano per costruire una storia di fragilità inaspettate e pessime capacità culinarie, che potete trovare subito dopo il brano che l’ha ispirata. Come al solito, buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

Distruggere

Il lavello è pieno di padelle sporche, il tavolo della cucina sembra un campo di battaglia e il cadavere ce l’hanno nel piatto. Quattro tocchetti di pollo in diverse tonalità di bianco e rosa, più una salsina sopra che è probabilmente la fonte dello strano odore che si sente. Lui guarda il piatto per non guardare lei, che invece il piatto lo guarda perché non crede a quello che ha davanti agli occhi.

Eh non è che sia uscito proprio bene, fa lui, ma non gli esce manco mezzo sorriso sulla bocca. Sembra proprio giù di corda, forse ci credeva davvero quando le ha detto Stasera ti faccio una sorpresa, dammi la tua ricetta del pollo al curry e vedrai come te lo cucino.

Be’ non è l’aspetto che conta, fa lei, ma questo volatile sembra più crudo che a masticarlo ancora vivo. Deve essersi perso qualche passaggio fra il soffritto da cui iniziare e l’aggiustare di sale e pepe alla fine. E poi perché ha usato tutta quella roba? A cosa gli è servita se non è manco cotto al punto giusto?

Che dici assaggiamo?, fa lui, ma non sembra mica convinto. Lei lo guarda fisso negli occhi, vorrebbe dirgli Ma manco per il cazzo, però gli spiace. Non l’ha mai visto così abbattuto, gli mancano gli occhioni lucidi e sembrerebbe un cucciolo smarrito. Un cucciolo con vent’anni più di lei, che non sa manco cucinarsi una pasta quando è da solo in casa.

Vent’anni buttati nel cesso, pensa, ma non lo dice. Invece assaggia, rapida. Indolore, spera.

Prova a masticare, sotto lo sguardo ansioso di lui che rende ancora più difficoltosa e ridicola l’operazione, ma se non è l’aspetto quello che conta in questo caso il resto è pure peggio. Sputa il boccone nel piatto e si versa un bicchiere d’acqua, mentre lui china il capo e se lo prende fra le mani.

Ecco manco questo so fare, non so fare un cazzo, fa lui con la voce incrinata. Ma no, fa lei, è solo che t’avevo detto di aggiustarlo di sale e pepe, mica di distruggerlo. Fa un risolino, ma lui sembra davvero che stia per mettersi a piangere, così gli tocca alzarsi, abbracciarlo, rassicurarlo, dirgli Ma che c’hai oh, mica è morto nessuno. A parte il pollo, pensa, ed è pure morto per niente.

Mi ami lo stesso?, fa lui, e a lei tocca dire che sì, certo che lo ama, anche se ora sembra un ricatto. Gli tiene la testa nell’incavo fra la testa e la spalla, come un bambino, e non può fare a meno di pensare che potrebbe farsi vedere fragile anche quando è con gli amici, invece di arrivare a metterle una mano attorno al fianco quando parla con qualcuno, come se fosse una sua proprietà.

Dai ordino una pizza, fa lei, adesso mettiti tranquillo. Poi le scappa l’occhio sulla cucina e aggiunge Però col cazzo che pulisco io quel casino.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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