L’uomo invisibile, o di come il femminismo ha (quasi) salvato un universo

C’era una volta, e forse c’è ancora, un universo narrativo che da anni non veniva sfruttato a dovere. Ai tempi d’oro i suoi protagonisti erano sulla bocca di tutti, ma un lungo periodo di oblio (con poche eccezioni) li aveva relegati fra i personaggi su cui non era più il caso di puntare. Un bel giorno, però, la fatina del capitalismo pensò che era il caso di rispolverarli, quegli eroi, e di creare un universo condiviso con cui dargli lustro e attentare al portafogli di vaste platee di spettator*. Sembra la storia del Marvel Universe, vero? E invece no.

Questa bella storiella riguarda la Universal e come ha cercato, prima con Dracula untold nel 2014 e poi con La mummia nel 2017, di assemblare in un universo condiviso tutti i mostri storici di cui deteneva i diritti. Il Dark Universe era il sogno proibito che, nei piani dei dirigenti, avrebbe dovuto riunire Dracula, Frankenstein, Dr. Jekyll e compari in un’unica ambientazione, sventagliando negli anni un buon numero di film con l’ambizione evidente di fare lo stesso lavoro uscito così bene alla Marvel. Alla prova dei fatti, però, entrambi i film si sono rivelati dei flop, portando al triste declino un progetto che aveva coinvolto grossi nomi come Tom Cruise e Russell Crowe e ne avrebbe dovuti coinvolgere molti altri.

La faccia di Russell Crowe quando l’hanno avvisato che dei dodicimila film in cui sarebbe dovuto apparire non se ne faceva più nulla

La mestizia in casa Universal è arrivata a livelli tali che si è finiti addirittura per subappaltare il franchise, delegando a qualcun altro il compito di portare a termine uno dei film. È qui che entrano in scena Jason Blum, il Re Mida dei film che costano poco e incassano un sacco con la sua Blumhouse, e Leigh Wannell, attore e sceneggiatore da poco passato alla regia e noto soprattutto per aver creato, insieme a James Wan, la saga di Saw l’enigmista e un altro universo condiviso, quello che gira intorno a Insidious. Il duo si prende in spalla uno dei personaggi del Dark Universe, l’Uomo invisibile portato sugli schermi l’ultima volta da Paul Verhoeven nel 2000, con il cuor leggero di chi sa che peggio di così non potrà andare, poi con lo stesso cuor leggero decidono che quello che gli interessa raccontare non è esattamente la storia dell’uomo invisibile.

La protagonista e, sulla sinistra, il fiato di quello che doveva essere il protagonista

Leigh Wannell, qui sia sceneggiatore che regista, ha l’intuizione geniale di cancellare dalla storia tutto o quasi ciò che riguarda Adrian Griffin (Oliver Jackson-Cohen), lo scienziato che trova la formula dell’invisibilità, concentrandosi invece sul punto di vista di Cecilia Kass (Elisabeth Moss), costretta da anni a rimanergli al fianco in una relazione che più tossica non si può. Il film comincia col suo tentativo di fuga, settando già in alto il registro della tensione, per poi seguirla nel suo tentativo di crearsi una nuova vita grazie all’aiuto della sorella e di un suo amico poliziotto: inutile dire che le cose cominceranno presto ad andare male.

La genesi dell’uomo invisibile vuole che la sanità mentale gli venga portata via come conseguenza dell’esperimento cui si è sottoposto, ma nel film di Wannell quel prima non c’è: Griffin è un manipolatore egocentrico che vede la compagna come un possedimento, un maschio alpha che non sa accettare un rifiuto e che, come i peggiori stalker di cui leggiamo sui giornali, quando sembra essere uscito di scena torna a perseguitare la vittima con rinnovata foga. L’uomo invisibile del 2020 non mostra la follia di un uomo che si è spinto troppo in là e ne è uscito alterato, ma le conseguenze di una follia che non ha niente a che fare con la scienza, ma con la società patriarcale di cui tutti facciamo esperienza ogni giorno: e, come capita nella realtà, nessuno è disposto a credere alla vittima.

La pellicola di Wannell è un congegno ad orologeria quasi perfetto: inizia col botto, lascia rifiatare un attimo e poi comincia lentamente ad aumentare la tensione, prima attraverso piccoli dettagli (un coltello che cade dal tavolo, il fiato dell’immagine più in alto) e poi con un’escalation che rischia di far impazzire la già provata Cecilia, illusasi di essere tornata libera dopo aver ricevuto la notizia della morte di Griffin. A differenza di chi le sta intorno noi spettatori non abbiamo mai il dubbio che qualcuno la stia perseguitando, una scelta ben precisa che serve a metterci nei suoi panni e provare la sua stessa paura, quella di una donna la cui vita diventa un inferno a causa di un No. Molto del merito per la buona riuscita del film è di Moss, bravissima a caratterizzare la sua Cecilia con la giusta dose di fragilità che, una volta messa alle strette, si trasforma nel coraggio di chi non ha più nulla da perdere: la telecamera la segue costantemente, senza lasciarle pace, mostrando il progressivo frantumarsi e ricomporsi della sua psiche man mano che la persecuzione si alza di livello.

Jason Blum si mantiene anche in questo caso fedele alla sua politica low budget-high quality: L’uomo invisibile è un film che, per precise scelte di trama, non ha bisogno di utilizzare spasmodicamente gli effetti speciali, ma quando li utilizza lo fa in maniera ottima e con scelte visive originali. È un peccato che Wannell a un certo punto si faccia prendere la mano, dando alla pellicola una svolta adrenalinica che spreca un po’ la tensione creata fino a quel momento, ma il regista ha l’abilità di tirare fuori dal cilindro un twist inaspettato che porta verso un finale coerente con quella che è l’evoluzione di Cecilia, da vittima a padrona del proprio destino.

Assieme a Una donna promettente (di cui avevamo parlato qui) L’uomo invisibile rappresenta un modo intelligente di parlare di maschilismo tossico, senza eccesivi patetismi ed evitando di edulcorare la realtà. La Blumhouse ha vinto la scommessa sia dal punto di vista qualitativo che da quello finanziario, visto che a fronte di un budget di soli sette milioni di dollari è riuscito a incassarne ben centoventidue, ma questo pare non sia bastato a risollevare le sorti del Dark Universe: il femminismo sta cambiando il nostro mondo in meglio (con buona pace di Pio e Amedeo), ma non può ancora fare niente per la fame di guadagni dei dirigenti della Universal… E va benissimo così.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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