Racconto in musica 90: Dicono sia pazzo (Rio Mezzanino – White bones)

Più di una volta ho parlato della difficoltà a ritenermi esperto di qualcosa: mi ripeterò. Lo faccio perché mi ritrovo a parlare di una band di cui so ben poco, perché il racconto ispirato al loro brano tratta un tema, quello della malattia mentale, che ho provato ad affrontare parecchio tempo fa col timore di piazzarci qualche castroneria e, infine, perché ogni settimana mi metto davanti alla tastiera a parlare di musica con la speranza che nessuno si accorga che ne so molto meno di quel che sembra e che, nel caso qualcuno se ne accorga, abbia pietà. La cara, vecchia Sindrome dell’impostore è sempre lì in agguato, penso ne soffrano un po’ tutti e va anche bene così almeno finché non diventa patologica: ci mantiene coi piedi per terra ed evita la nostra trasformazione in individui egoriferiti che pensano di saperla lunga solo loro, in pratica ci mantiene esseri umani decenti e fallibili.

Sono riflessioni che vengono fuori quando ti inviano un racconto e scopri che il suo autore la sa molto più lunga di te. Emanuele Tarchi, il gradito ospite di questa settimana, ha infatti conseguito una laurea in Popular Music presso Sonus Factory dell’University of Chichester (la tesi, sullo sviluppo di un pedale effetto per chitarra, scommetto interesserebbe un sacco al mio cantante e chitarrista, sempre felice quando può spippolare fra cavi e suoni), ha collaborato con un paio di testate online realizzando interviste e recensendo dischi e concerti, ha un suo progetto musicale (i Medemo, di cui potete ascoltare qualcosa qui) e attualmente lavora nel mondo dell’editoria, come editor e grafico impaginatore per BE Edizioni e come redattore e grafico impaginatore per lo studio editoriale NEWT. Fiorentino doc, Emanuele ha già fatto tutto questo pur essendo nato nel 1995, quindi sedici anni dopo di me: ce n’è abbastanza per chiedersi cosa avevo realizzato io alla sua età (risposta: meno della metà di quelle cose) e, passata la momentanea crisi dei quarant’anni (più tre), accoglierlo all’interno di queste pagine con un caloroso abbraccio.

Merito di Emanuele è anche quello di avermi fatto scoprire i Rio Mezzanino, band fiorentina d’adozione attiva sin dai primi anni duemila. La loro prima demo, nel 2007, attira già l’attenzione tanto da vincere il Demo Award di Radio Rait, consegnato al Meeting delle Etichette Indipendenti a Faenza, poi l’anno dopo Antonio Bacchiddu (voce e autore dei testi), Federica Fabbri (chitarra), Leonardo Baggiani (basso) e Oretta Giunti (batteria) (cui si aggiungerà nel tempo il percussionista Giuseppe Viesti) escono col primo disco, Economy with upgrade. Prodotto dall’etichetta Danza Cosmica e dalla stessa band, illustrato dal fumettista Igort, l’album è un concentrato di polvere blues ed echi cantautorali, aperto alle contaminazioni (come nel finale insospettabilmente elettrico di Lies) ma omogeneo nel suo dipanarsi fra atmosfere dilatate e piene di pathos: se ascoltandolo vi viene in mente il compianto Mark Lanegan non siete distanti dal bersaglio. Sempre nello stesso anno la band collabora con Andrea Montagnani e Dimitri Chimenti alla realizzazione dello spettacolo teatrale The sky underground. Songs for the living and the dead, un’originale fusione di musica, cinema e teatro che esemplifica l’interesse dei Rio Mezzanino per ogni forma di arte: nel 2010 infatti realizzano la colonna sonora del film-documentario Cancelli di fumo di Francesco Bussalai, storia della manifattura tabacchi di Cagliari dal 1800 al 2001 raccontata da chi lì dentro si occupava della salute di operai e operaie fra lavoro, scioperi e il definitivo abbandono. Lo stesso anno li vede tornare con un Ep, Together to get out, preludio al secondo album che vede la luce nel 2012.

Love is a radio mantiene intatta la patina blues che permea la loro musica, sacrificando le dilatazioni oniriche del primo disco in nome di un approccio più diretto ma non meno viscerale: edito da A Buzz Supreme, il disco si fa forza di arrangiamenti sapienti in cui agli strumenti classici della band si uniscono spesso archi, sax e wurlitzer. Attenti alle questioni inerenti ai diritti civili (sono fra i firmatari della carta d’intenti dell’Indie Pride), la band realizza in seguito la colonna sonora del docufilm Lei disse sì, storia del percorso che ha portato due donne a coronare il loro sogno d’amore in Svezia nel 2016 e della campagna di sensibilizzazione che Ingrid e Lorenza hanno portato avanti sin dal 2012. Sempre nel 2016 i Rio Mezzanino lanciano una campagna di fundraising che porterà alla realizzazione di quello che è attualmente il loro ultimo disco, Black mamba, uscito a fine 2017: i loro canali social da allora tacciono, i miei tentativi di trovare il disco si sono rivelati fallimentari e non ci resta che sperare che la band goda ancora di buona salute, in modo da poterci ritrovare tutti insieme a un loro concerto con una buona birra in mano.

White bones è una delle tracce che compongono l’album d’esordio dei Rio Mezzanino, una ballata dolente a cui gli archi donano ancora più enfasi. Dall’atmosfera generale e dalle parole di Bacchiddu è partito Emanuele per portarci nella vita di Filippo, un ragazzo rinchiuso dai familiari in un ospedale psichiatrico la cui vita si riduce alle funzioni essenziali: unico passatempo, la vista di una piccola porzione di mondo dalla finestra della propria prigione. Potete leggere il suo racconto subito dopo la canzone che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Dicono sia pazzo, di Emanuele Tarchi

Guarda le foglie cadere, ogni giorno.

Non può fare molto di più, lo tengono legato a una sedia da quando è arrivato. Una grossa finestra sul parco è tutto ciò che gli è concesso.

Ogni tanto qualcuno viene a fargli visita. Sono i suoi familiari.

Come avete fatto a mandarmi qua, io non sono pazzo, non lo sono, dice.

Se non fosse legato gli salterebbe addosso.

Filippo caro, rispondono, Per noi è una gioia vederti stare meglio, qui riesci a essere seguito ventiquattr’ore al giorno, tutta la settimana.

Portatemi a casa, portatemi a casa! urla, ed è su tutte le furie.

Mentre si agita, i familiari chiedono aiuto al personale. Alcuni infermieri accorrono infilandogli una grossa siringa nel braccio, quindi perde i sensi.

Ogni volta va così, e i parenti se ne vanno convincendosi sempre più che sia davvero pazzo. Non stanno mai più di cinque minuti con lui.

Il colloquio per farlo prendere in cura all’ospedale fu abbastanza rapido.

Nostro figlio è pazzo, finirà per suicidarsi, disse il padre.

Ci deve aiutare, non sappiamo più a chi rivolgerci, aggiunse la madre.

Siete nel posto giusto, li rassicurò il dottore.

Due ore dopo i genitori salirono in macchina e tornarono verso casa lasciando il figlio nelle mani di qualcun altro.

Sono fortemente convinti. Dicono sia pazzo, o forse lo sono loro?

Da quel giorno gli fu negata la libertà di compiere ogni singolo movimento.

Lo accompagnano in bagno, sempre tenendogli le braccia legate dietro la schiena affinché non crei confusione. Lo imboccano con un cucchiaio. Lo lavano. Gli cambiano i vestiti. Lo mettono a letto. Lo addormentano. Lo fanno sedere. Lo alzano. Lo fanno bere. Alle volte chiede di essere masturbato, ma gli viene negato.

L’unico diversivo consiste nel dottore che al risveglio viene a visitarlo. Prende delle pasticche da un bicchiere e gliele infila in bocca, si accerta che le abbia ingoiate, gli punta una fastidiosa luce negli occhi, scrive qualcosa su alcuni fogli. Due volte alla settimana gli fa il prelievo del sangue. Prima di uscire, si gira sempre a chiedergli come si sente. È l’unico che sembra interessarsi a lui.

Sento le mie ossa sotto la neve, gli risponde ogni volta.

Poi riprende a osservare fuori dalla finestra. Lo fa tutte le mattine, per tutto il giorno.

Se mai doveste fermarvi davanti alla porta numero 206, sarete in grado di percepire un’incessante litania.

Non uccidono la mia anima, canta senza speranza.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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