Prendete un qualsiasi film ambientato in un futuro prossimo. Cercate di ricordare la città in cui si svolge la vicenda e rispondete a questa domanda: ci vorreste vivere? In nove casi su dieci (statistica assolutamente arbitraria) vi sarà venuta in mente qualche megalopoli post-apocalittica tutta verticalità e disparità sociale, inquinata, perennemente sporca e buia.
Le città del futuro nell’immaginario collettivo sono perlopiù lo specchio distorto delle peggiori attitudini del giorno d’oggi. D’altronde guardare le immagini della nebbia di smog durante le Olimpiadi 2008 basta a prefigurarsi un trend che può solo andare a peggiorare, anche perché quella nebbia non ha certo lasciato le strade di Pechino da allora: le proiezioni dicono che entro il 2050 quasi il 70% della popolazione mondiale vivrà in aree urbane, il che impone un ripensamento di queste stesse aree per andare incontro alla crisi climatica che stiamo affrontando.
E se questo cambiamento arrivasse proprio da quelli che sono apparentemente i punti deboli del sistema?
Quest’opera racconta la dimensione sperimentale, folle e creativa, il fuori programma, che evita accuratamente strade già percorse e modelli assodati. Ma anche l’adozione – ormai quasi trasgressiva – del semplice buonsenso, grazie al quale la creatività assume una dimensione quotidiana, radicata nei contesti locali e nelle esperienze minute, ma capace al contempo di raggiungere esiti straordinari e di avere ricadute planetarie.
Elena Granata, Biodivercity
Elena Granata è professoressa associata di Urbanistica al Politecnico di Milano, si occupa di progetti urbani e di cambiamenti sociali, imprese, città e ambiente. Ha una lunga carriera come autrice di saggi sulla sostenibilità del territorio e i cambiamenti delle città, e Biodivercity (edito nel 2019 da Giunti e Slow Food Editore) è l’ennesimo tassello di un percorso ideale che cerca di aprire la mente a un futuro in cui le istanze sociali e ambientali si possano sposare, magari accantonando l’aspetto economico o, ancora meglio, integrandolo attraverso scelte che non mettano per forza il profitto come prima necessità.

Ogni grande città, secondo l’autrice, è un ricettacolo di biodiversità. L’incontro fra persone di diverse nazioni aiuta a creare sinergia di esperienze, un motore creativo che può portare a ripensare gli spazi cittadini applicando a volte logiche che nella loro semplicità appaiono ingenue, altre utilizzando una certa quantità di pensiero laterale per vedere le opportunità più che i problemi. Granata mostra compiutamente come alcune realtà lo abbiano già fatto attraverso opere di urbanistica, progetti sociali, imprese virtuose e svariati altri modelli da prendere a esempio per ripensare le aree urbane, rendendole a misura d’uomo e rispettose del territorio.
Todmorden è una piccola cittadina, neppure quindicimila abitanti, nel nord dell’Inghilterra, raffinata e ben curata, immersa nella natura. Uno di quei luoghi in cui ti immagini che il tempo scorra abbastanza lento, senza grandi cambiamenti.
Oggi questa ordinaria cittadina è diventata un paese commestibile: frutta, verdura, erbe da cucina spuntano in ogni angolo. Non si tratta di veri e propri orti. Sono commestibili le aiuole spartitraffico, i bordi della ferrovia, i parcheggi della stazione, i cimiteri, le alzaie dei canali. Tutti quei piccoli e incolti frammenti verdi che comunemente si generano in città, spazi di risulta senza alcun valore, sono stati trasformati in frutteti, giardini officinali, orti coltivati.
Elena Granata, Biodivercity
Il giro del mondo organizzato dall’autrice parte da New York e dalla sua High Line, una ferrovia in disuso che da luogo di degrado è diventata un giardino sopraelevato lungo due chilometri, passando per le innovazioni urbanistiche di città dell’America latina come Medellín, Bogotá e Rio de Janeiro, le piazze che si allagano di Rotterdam per giungere a Milano, fra opere ad alta visibilità come il Bosco verticale e piccoli ma necessari angoli di socialità come il Giardino delle Culture. Attraverso questi e altri esempi Granata ci illustra come il punto di vista è fondamentale per cambiare una storia di degrado in una storia di successo: nessuno penserebbe di mettere dei mimi al posto dei vigili urbani in una città con un traffico caratterizzato da comportamenti scorretti, eppure il sindaco di Bogotá Antanas Mockus proprio in questo modo è riuscito, nei primi anni 2000, a dimezzare il numero di incidenti sulle strade.

Non solo urbanistica: ogni spettro della società è scandagliato, perché un utilizzo efficace del territorio e delle sue risorse è fondamentale per il futuro del nostro habitat. La panoramica di atteggiamenti virtuosi tocca progetti di inclusione sociale come quello di Riace (di cui speriamo l’ultimo capitolo non sia rappresentato dalla sentenza di condanna a tredici anni di carcere per il sindaco Domenico Lucano), startup come Slow/d che mettono in relazione designer e artigiani locali per creare oggetti d’arredo a chilometro zero, valorizzazione del cicloturismo (il progetto VenTo, una pista ciclabile che collegherà Venezia a Torino lungo il Po, ideato da Paolo Pileri e Alessandro Giacomel, cui va il maggior pregio di aver mantenuto un’impronta orgogliosamente pubblica senza appoggiarsi a investitori privati) e ristrutturazione del sistema educativo attraverso la costruzione di università in aree rurali sotto l’influenza dei narcotrafficanti (il Campus Utopia, nato nel 2010 nel dipartimento colombiano di Casanare) e l’apertura di biblioteche nelle favelas (come fece fra il 2004 e il 2007 il sindaco di Medellín Sergio Fajardo).
Il nuovo capitalismo si è infatti accorto che senza attivare le motivazioni e i simboli più profondi dell’umano le persone non donano liberamente la loro parte migliore. Così chiedono molto, (quasi) tutto ai loro neo-assunti, chiedono un impegno di tempo, priorità, passioni, emozioni, che non può essere giustificato ricorrendo al solo registro del contratto e del (pur molto) denaro.
Luigino Bruni, Capitalismo infelice. Vita umana e religione del profitto
In Biodivercity vengono analizzati anche i problemi, da città che si dotano di un’architettura “ostile e difensiva”, utilizzando le parole di Granata, come è stato ben esplicitato dal recente caso delle barriere di sicurezza davanti alla Basilica di Santo Spirito a Firenze, al rischio di spersonalizzazione operato in alcuni contesti lavorativi, fra aziende che cercano di monopolizzare la vita dei propri dipendenti e il pericolo, di recente fattosi più attuale, del controllo continuo (con conseguente ansia da performance) attraverso lo smart working. La pandemia non ha certo aiutato, come analizza la stessa autrice in questa conferenza online, ma guardandoci attorno possiamo cercare di notare il bello e l’inaspettato, facendone tesoro: a Milano mi accorgo di spazi urbani che hanno recepito l’esempio del Giardino delle Culture (a sua volta rinato grazie a una nuova associazione), installando ad esempio tavoli da ping pong in Piazza Sicilia, sento parlare sempre più spesso di iniziative per combattere gli sprechi alimentari o per sviluppare una filiera del cibo locale in opposizione alla grande distribuzione (come fanno ad esempio gli Alveari di quartiere), vedo orti comuni spuntare in varie zone della città, entro in contatto con comitati di solidarietà reciproca come lo Spazio di Mutuo Soccorso, che in periodo di lockdown organizzava anche staffette per portare cibo ai più bisognosi.
Un futuro privo delle megalopoli immaginate da Philip K. Dick o William Gibson parte anche da questi piccoli gesti, e un libro come Biodivercity può aiutarci a riconoscerli e magari anche a creare nuove possibilità di sviluppo. Il libro di Granata ha il pregio di stimolare all’azione, evitando di fomentare allarmismi ambientali che, per quanto reali e pressanti, finiscono col bloccare la nostra spinta propositiva: una lettura sicuramente utile per chi vuole rapportarsi allo spazio urbano con uno sguardo nuovo e consapevole.
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