C’è un modo di dire che recita “non bisognerebbe giudicare un libro dalla copertina”, spesso disatteso. Ovviamente è un detto che ha un valore più generale ma anche rimanendo sul letterale, non mi nascondo dietro a un dito, un giudizio così veloce e superficiale l’ho fatto pure io, e spesso (il marketing esiste per quello). Coi libri di Elena Ferrante ad esempio, che quando vedo quelle copertine che fanno sembrare la saga de L’amica geniale un gruppo di romanzi Harmony io proprio non ce la faccio ad avvicinarmi: mi dispiace Edizioni E/O, sarà un problema mio (o anche no). Dal 2011 c’è anche chi giudica i dischi dalla copertina, ma in questo caso non si tratta di superficialità: sono gli organizzatori del concorso Best Art Vynil Italia a occuparsi di selezionare e far votare, tanto dal pubblico (People’s Choice Award) che da una giuria critica (Critic’s Choice Award), le migliori cover di vinili italiani, scandagliando a fondo il panorama musicale e non facendo distinzioni né di genere né di fama. Andare a scandagliare le classifiche permette di godersi vere e proprie opere d’arte, così come di curiosare fra il repertorio di artisti validissimi del variegato panorama indipendente: ovviamente io ho occupato un sacco di tempo andandomi ad ascoltare questa o quella band che non conoscevo, ed è così che mi sono imbattuto nelle canzoni di Julinko (e nella splendida cover del suo disco, che potete ammirare in alto).
Il progetto musicale di Giulia Parin Zecchin è uno di quelli che riesce ad attrarre grazie all’equilibrio fra gli opposti: una voce angelica e riverberi come se piovesse alternati a distorsioni e ritmiche rallentate tipiche del doom, mix che funziona e che rende le canzoni di Julinko un’esperienza ipnotica. Il primo disco autoprodotto, Hidden omens, arriva nel 2015 e già presenta in maniera scarna ed essenziale quegli stessi elementi sonori caratteristici: sette brani di un oscuro folk cantate e accompagnate alla chitarra da Giulia, con la collaborazione del polistrumentista Carlo Veneziano (autore anche di registrazioni, mix e master) che rimarrà un elemento stabile della squadra. Già l’anno dopo esce Sweet demon, prodotto in collaborazione con l’etichetta Tiny Speaker, dove la durata media dei brani comincia ad allungarsi, le distorsioni si prendono più spazio e la batteria si affianca alle percussioni, mentre è del 2018 l’Ep Ask ark (distribuito dal Ghost City Collective), registrato dalla sola Parin Zecchin e caratterizzato da atmosfere più eteree e sperimentali. Un’ulteriore evoluzione, frutto di tutte le vie esplorate in precedenza, avviene in Nèktar (uscito per Toten Schwan Records e Stoned To Death Records), in cui alla rodata coppia Parin Zecchin/Veneziano si aggiunge il basso di Francesco Cescato: a composizioni ariose come Spirit e la quasi esclusivamente acustica Servo si affiancano momenti più concitati (Leonard in particolare), mostrando una varietà che aiuta ad imprigionare l’ascoltatore in un mondo sonoro sempre più personale. A gennaio 2021 arriva l’ultimo (per ora) episodio della carriera musicale di Parin Zecchin, l’Ep No destroyer (distribuito in cd da Ghost City Collective e in cassetta da Dio Drone e Dischi Devastanti Sulla Faccia), registrato in solitaria durante la primavera 2020 per motivi che purtroppo conosciamo tutti bene: vale la pena di guardare i video dei due singoli estratti, No destroyer e Oh maiden, opere visive che ben si sposano con le atmosfere musicali di Julinko.
La traccia che ho scelto come ispirazione è The hunt, quinta traccia del disco Nèktar, una canzone ipnotica dall’incedere lento e inesorabile. Ho cercato di mantenere questa progressione nel racconto, facendomi suggestionare dalle parole del testo per rendere reale la storia di una coppia arrivata all’estremo limite della propria relazione, un punto in cui non rimane che distruggersi a vicenda per chiudere i conti col passato. Trovate il racconto subito dopo il brano, come al solito: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
La caccia
Sto camminando fra i ruderi dei nostri sentimenti quando incontro le tue tracce. Sono chiare e nette, segni sull’erba pesanti più della leggerezza con cui hai detto basta: se chiudo gli occhi e mi concentro posso ancora sentire le tue ultime parole sfiorarmi le orecchie, portate dal vento come gli ululati della bestie che siamo diventati.
Il prato è in disordine. Ovunque io posi lo sguardo ci sono detriti, sembra un teatro di guerra dopo il bombardamento. Ce la siamo fatta, la guerra, ma l’ultima battaglia deve ancora finire. Continuo a seguirti per un moto d’orgoglio: a nessuno di noi è mai piaciuta la sconfitta.
Reciti il ruolo della preda con la noncuranza con cui hai sempre vissuto la tua vita. Come spiegare altrimenti il sangue che trovo colante dai fili d’erba? Piccole gocce che lasciano una scia evidente, come se non t’importasse della rabbia che posso scatenarti addosso e che sai benissimo essere pronta ad esplodere. Potevi evitare i cocci di porcellana, i vetri infranti, invece ci hai camminato sopra con gusto, calpestando anche le due piccole figure in abito nuziale che, così sformate, ci assomigliano ancora di più.
Non ti è mai importato niente dei dettagli, dei piccoli gesti con cui cercavo di far funzionare le cose. Il tuo modo di sfuggirmi senza ansia mi sminuisce come i silenzi che mi dedicavi, uno diverso dall’altro: non sei abbastanza, sei troppo, non sai distinguerti. Mi chiedo perché farti cambiare idea anche se non ti voglio più, ma è un pensiero fugace che mi lascio indietro con l’indifferenza che ho imparato da te: ora che la caccia è iniziata conta solo quella, l’istinto primario della sopraffazione.
Io sono migliore di te. Non frantumo il ricordo dei nostri momenti migliori mentre metto un piede avanti all’altro. Mantengo la concentrazione sul mio scopo, colpirti quando meno te lo aspetti, quando penserai che il passato è alle spalle: solo così farà più male. Potrebbero perfino eccitarti i miei movimenti sinuosi, ricordarti di un tempo in cui la nostra passione non si sprecava solo nell’odio. Sembrano passati millenni.
Eccoti, finalmente. Appari come un faro tra le ombre della notte, la concentrazione rivolta verso chissà cosa davanti a te. Non senti i miei passi, il mio respiro. Proverei pena nel vederti così inerme se non conoscessi tanto bene il veleno che ti scorre nelle vene: penetrerà nel terreno e lascerà morto tutto ciò che sta intorno, ma è un sacrificio che sono pronto a compiere.
Ti metto il coltello alla gola, mi metti il coltello alla gola, ma siamo troppo distratti per accorgerci della lama che preme contro la nostra pelle, troppo intenti a massacrarci per essere ancora capaci di provare pietà.
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