His house, quando la paura non viene (solo) dall’horror

Quando ho parlato di Lovecraft country (o meglio dello scrittore che le sta dietro) ho detto che la serie usciva in un anno di riscoperta dell’autore di Providence, ma la serie si ricollega anche ad un altro filone molto prolifico: quello che unisce l’horror alla critica sociale. Non è che sia esattamente una novità, basti pensare all’iconico La notte dei morti viventi di George A. Romero che risale addirittura al 1968, ma da qualche anno a questa parte c’è stata una riscoperta delle potenzialità del genere per fare luce su aspetti controversi della società. Se è difficile inquadrare chi sia stato il capostipite di questo rinnovato interesse (prendendola molto alla larga anche You’re next del 2011 parte da una dinamica di critica delle classi più abbienti, divertendosi molto nel farle letteralmente a pezzi) di certo grandi meriti vanno alla casa cinematografica Blumhouse, a cui si devono la saga di The purge, l’insolito sguardo femminista nel recentissimo remake de L’uomo invisibile diretto da Leigh Whannell e, soprattutto, la scoperta del talento di Jordan Peele, capace con Scappa – Get out di arrivare addirittura a vincere un Oscar (a fronte di quattro nomination) per la miglior sceneggiatura originale. Certo, io l’avrei dato a Martin McDonagh per Tre manifesti a Ebbing, Missouri, ma non è questo il punto.

Col suo esordio alla regia Peele è riuscito a portare all’attenzione delle platee cinematografiche la condizione della comunità nera negli Stati Uniti in maniera originale, permettendosi di allargare il tiro col successivo Us ma ritornando sul tema proprio con Lovecraft country, serie che lo vede fra i produttori. La lezione è stata ben recepita anche da Netflix, che con His house si concentra, più che sulla questione razziale in sé, su una tematica di più ampio respiro che ci tocca molto da vicino: quella dei migranti.

Remi Weekes, regista e sceneggiatore, aveva alle sue spalle solo qualche cortometraggio (di cui uno finito nella miniserie a tema horror Fright bites, inedita in Italia per quanto mi risulta) prima di girare questo film, ma dimostra di avere già le idee chiare e un’ottima capacità di metterle in scena. Il film racconta la storia di Bol (Sope Dirisu) e Rial (Wurmi Mosaku, apparsa indovinate un po’ dove? In Lovecraft country!), una coppia sudanese riuscita ad arrivare in Inghilterra dopo uno dei terribili viaggi della speranza che, come capiamo fin dall’inizio, è finito in tragedia. Dopo aver passato mesi in un centro d’accoglienza i due riescono ad accedere ad un periodo di prova all’esterno, anticamera dello status di rifugiati politici, in cui rientra anche l’assegnazione di una casa. Il sogno di una nuova vita sembra realizzarsi, ma l’orrore è dietro l’angolo, o meglio dentro le stesse pareti che li ospitano: gli incubi cominciano a tormentare Bol, e la moglie Rial si convince che uno stregone li abbia maledetti.

Se c’è una cosa che riesce benissimo a His house, prima ancora di incutere paura nello spettatore, è quella di far capire con pochi dettagli cosa voglia dire essere emarginati. Non si può dire che il sistema di accoglienza, nella figura di Mark (Matt Smith), li tratti male, ma si capisce benissimo che da loro non si aspettano altro che grane: le spiegazioni eccessivamente dettagliate, lo stupore di fronte a qualunque loro capacità di comprensione e le continue raccomandazioni creano un disagio palpabile, soprattutto sapendo che le cose non potranno che peggiorare. Questa angoscia non ci abbandona mai, ed è forse acuita da scene più rilassate, come quella in cui Bol, cercando di integrarsi, si mette a cantare con alcuni tifosi in un pub un coro dedicato al calciatore Peter Crouch: quando racconta l’accaduto alla moglie lei gli dà del ragazzino, ma l’impressione che emerge dalla scena è quella della macchietta a cui viene “concessa” la simpatia dal gruppo proprio per il suo stare alle regole, senza andare troppo in là. Le esperienze che ha Rial nelle sue rare uscite sono peggiori, ma in generale la loro situazione sembra claustrofobica non tanto per quello che potrebbero fargli (la vicina, manifestamente ostile, non sembra comunque questo gran pericolo), quanto per il fatto che non è loro permesso nessun passo falso.

Quando l’orrore si insinua lentamente nella vita della coppia lo fa di pari passo con la loro condizione di rifugiati, in molteplici maniere. Lo stregone e ciò che evoca per tormentarli sembrano vivere all’interno delle pareti, in quella casa che dovrebbero mantenere in perfetto stato (se così si può dire di una stamberga fatiscente che però, gli viene ricordato più volte, è più grande degli appartamenti dove vivono gli impiegati dell’immigrazione) ma che finisce per essere vandalizzata con possibili ripercussioni sul loro permesso di soggiorno; le visioni si concentrano principalmente sulla figura della figlia, persa in mare durante il naufragio con cui si apre il film, come anche sui morti che si sono lasciati alle spalle in Sudan, portandoli a subire gli effetti della Sindrome del sopravvissuto; la maledizione convince Rial che non ci sia posto per loro lì, che dovrebbero andarsene e tornare da dove sono venuti.

È una lotta contro tutto e tutti quella che ingaggiano, persino contro loro stessi. In questo è molto efficace la scelta del regista di pescare dal folklore del loro paese d’origine ciò che li minaccia (una scelta condivisa con un altro horror targato Netflix, Il legame, che anche a causa di un Riccardo Scamarcio impagliato testimonia di quanto l’Italia sia ancora indietro nel genere), una presenza incombente che per Rial arriva quasi a essere familiare, l’ultimo legame con la terra che ha dovuto lasciare ma che, di fronte ad un nuovo paese che la rifiuta (emblematica è la scena in cui, chiedendo aiuto a dei ragazzi neri, si ritrova presa in giro e insultata), torna a rimpiangere, accusando anzi Bol di volersi umiliare per della gente che non merita il loro rispetto.

I rari momenti di pausa dall’orrore non fanno che proiettarli in dinamiche che potrebbero causar loro il ritorno in un orrore se possibile più tremendo, quello della guerra civile da cui sono sfuggiti a costo di enormi sacrifici. Quanto siano stati grandi questi sacrifici, e quanto terribili siano state le scelte che hanno preso durante la fuga, lo scopriremo solo alla fine, dopo aver più volte sobbalzato sulla sedia a causa delle notti passate nella casa.

Weekes sfrutta il buio per fare paura, ma per quanto la scelta sia classica il modo in cui lo fa riesce a essere personale e inquietante al punto giusto, sia per quello che mostra che per la tensione che riesce a creare quando invece lascia solo intuire che c’è qualcosa che non va. Ci sono i jump scare, le figure nascoste in secondo piano, ma questi trucchi del mestiere sono usati con metodo e sono sempre funzionali alla storia, senza diventare dei semplici mezzi per ricordarci ogni tanto che “ehi, è pur sempre un horror”. Al suo primo lungometraggio Remi Weekes piazza un colpo da maestro, un film che fa male e non cerca di edulcorare niente di ciò che mostra, reale o fantastico che sia. Non lancia accuse apertamente, mostra semplicemente una storia e lascia che sia lo spettatore a capire quanto possa essere terribile passare attraverso certe esperienze: quel che di solito fa il grande cinema.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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