
Pochi anni fa, quando ancora la mia passione per i racconti era stimolata principalmente da motivi di “studio”, incappai nel primo libro di David James Poissant. Il paradiso degli animali è una di quelle raccolte di racconti che gli amanti del genere non dovrebbero lasciarsi sfuggire, soprattutto se amano Raymond Carver e il suo modo di affrontare storie apparentemente banali per farne specchio dell’umanità intera. Poissant descrive un campionario di personaggi che hanno fatto scelte sbagliate o che, nella maggior parte dei casi, sono ancora nel mezzo del guado, e lo fa senza giudizio, come se ognuna di quelle persone potessimo essere noi. Da quando ho preso l’abitudine di fare orecchie alle pagine dei libri (peccato mortale per qualcuno, al pari del – mioddio! – sottolineare le righe), in corrispondenza di frasi che trovo meritevoli di essere ricordate, solo due sono i libri che ho amato ma di cui le pagine sono ancora intonse (l’altro è il viscerale Dalle rovine di Luciano Funetta, letto in un solo giorno): è come se la tensione narrativa fosse stata talmente forte da impedirmi di staccarmene, anche solo per il tempo necessario a ragionare su una singola frase, o forse le storie di Poissant sono scritte così bene che non sono servite frasi infiorettate per farmelo capire.
Per questi motivi quando ho scoperto che sarebbe uscito il suo primo romanzo sono rimasto diviso fra la gioia e la delusione. Gioia, perché un autore che aspettavo da tempo tornava in libreria; delusione, perché anche lui era “cresciuto” e si era dato al romanzo.
Ora potremmo aprire un lungo discorso sul perché il racconto viene visto come un banco di prova e il romanzo come il salto verso la maturità, sul perché i lettori preferiscono concentrarsi su una storia sola piuttosto che su molteplici vicende o sull’annosa questione “le case editrici non vogliono raccolte di racconti perché non vendono o le raccolte di racconti non vendono perché le case editrici le boicottano?”, ma farei un torto a Poissant che, per quanto ne posso sapere, ha liberamente scelto di passare alla forma lunga senza una pistola puntata alla tempia da nessun editore. Certo mi è servita molta fiducia per avvicinarmi a un libro la cui seconda di copertina si apre con la frase “a volte devi lasciare quello che ami per amare quello che hai”, e la cui trama sembra melodrammatica all’eccesso: per fortuna la fiducia nell’autore e nella casa editrice (NN Editore raramente mi ha deluso) è stata ben riposta.

La trama, dicevamo. Tutto ruota attorno alla famiglia Sterling, riunita come consuetudine nella casa vacanze sul lago per una settimana che si preannuncia burrascosa: i genitori hanno deciso di vendere l’immobile, i figli (soprattutto il maggiore) non la prendono bene e la riunione sembra dover finire prima del previsto. Tutto questo sembra passare in secondo piano quando l’intera famiglia assiste impotente alla morte per annegamento di un bambino, ma è solo la scintilla per cominciare a fare i conti con gli scheletri nell’armadio che tutti si portano dietro.
«So che Michael è arrabbiato per la casa, ma capisco la tua posizione» dice, senza sapere bene il perché. Si sente una traditrice per non aver preso le parti del marito. In più non capisce bene perché vogliono vendere la casa. Ha l’abitudine di dire ciò che pensa gli altri vogliano sentirsi dire. Lo sa, ed è una cosa che la preoccupa. Ha un bisogno disperato di essere amata o semplicemente è come tutti gli altri?
Se l’espediente narrativo del weekend in cui tutti i nodi vengono al pettine non è esattamente il massimo dell’originalità, il modo in cui Poissant lo dipana è invece ammirevole. Ogni capitolo è dedicato a un personaggio, il che dà modo inizialmente di conoscere una parte del vissuto di ognuno dei protagonisti e di approfondire le loro storie personali man mano che si prosegue. Facciamo così la conoscenza dei genitori Lisa e Richard (apparsi già in una coppia di racconti dell’autore), accademici in pensione prossimi a trasferirsi in Florida per motivi mai realmente chiariti fra di loro; del primogenito Michael e di sua moglie Diane, in piena crisi per un figlio che lui non vuole; del secondogenito Thad e del suo compagno Jake, in crisi anche loro a causa di una relazione complicata per mille motivi. Non sono tutte belle persone, e soprattutto all’inizio non vi staranno simpatiche, ma entrare nelle loro vite darà modo di empatizzare con tutte le mancanze che le rendono dolorosamente imperfette.
«Non c’è un nome, sai» dice Lisa. «Ci sono parole per tutto il resto: orfano, vedova, vedovo. Ma nessuna definizione per il genitore di un figlio che se ne va prima di lui».
Ogni personaggio descritto da Poissant sembra credibile, merito di una grande attenzione al dettaglio e di una prosa asciutta ed essenziale, che raramente si concede dettagli stucchevoli. L’autore descrive persone colpite da lutti, dipendenze e traumi vari come se li avesse vissuti sulla propria pelle, con sguardo partecipe e non compiaciuto, e il lavoro gli riesce soprattutto nel delineare la figura di Jake, giovane pittore sulla cresta dell’onda con una dipendenza da sesso e porno e una crisi creativa che non rivela a nessuno, nemmeno al suo compagno: il modo in cui vengono descritti il suo mondo e l’arte della pittura è profondo e appassionato, pregio ulteriore per caratterizzare un ragazzo che è allo stesso tempo fragile e narcisista, dolce e crudele.
«Sentite» dice Jake. È la prima parola che pronuncia dall’inizio della cena, quando si è complimentato con Lisa per la minestra. Nessuno lo ascolta tra le grida e i borbottii, quindi si alza e ci riprova. «Devo dire una cosa».
E Jake dona agli Starling qualcosa che ha anche il vantaggio di essere vera.
«Sentite» dice «io non ho votato».
Occhi che si spostano, tempie che pulsano e Jake non può fare a meno di sorridere. Anche solo per una sera, è diventato per questa famiglia quello che è sempre stato per la sua. È il nemico comune, la piaga su cui tutti potrebbero scagliare il loro disprezzo. Questa sera è la voce che li salva da loro stessi.
Alla fine dei tre giorni in cui si svolge la vicenda tutti i personaggi impareranno a fare i conti con i propri traumi, in un percorso che non appare mai forzato. Il passaggio alla forma “lunga” ci restituisce un Poissant più aperto alla speranza di quanto non apparisse nei suoi racconti, ma tutto il romanzo è un percorso di espiazione che non fa sconti: crudo quando deve esserlo, in parte anche politico (un intero capitolo, da cui è tratto il brano soprastante, è dedicato a un litigio riguardante le elezioni americane del 2016) e senza mai dare l’impressione di scegliere la strada più facile per chiudere gli archi narrativi costruiti con tanta cura. Grazie a NNE per aver portato in Italia questo autore, ma mi permetto di fare una piccola critica alla casa editrice: il trafiletto con cui consigliano il libro in quarta di copertina, tratto distintivo di ogni loro libro, è stucchevole quasi quanto le inguardabili copertine delle edizioni E/O, e non rende giustizia a un libro che sa essere molto più incisivo di cinque righe piene di poetiche banalità.