Ebbene sì, come molti in questa estate sono andato alla riscoperta dell’Italia. Sarà che non l’ho mai approfondita più di tanto, sarà perché fino a qualche mese fa manco sapevo se ci sarebbe stato un periodo da sfruttare per le vacanze, sarà che la pandemia globale ha convinto me e la mia fidanzata a convertirci al motto “stay local”, il risultato alla fine è stato un viaggio in macchina fra Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche e Lazio. Niente mare che in spiaggia ci annoiamo, ma un sacco di mete trovate perlopiù col metodo collaudato di cercare su Google “cose insolite da vedere in” e via di nome della regione prescelta. In rigoroso ordine di percorso ecco quindi una carrellata di alcuni posti che abbiamo scoperto in vacanza, corredati da curiosità che li collegano alle arti di cui di solito sproloquio in questo blog.
Labirinto della Masone, Fontanellato (PR)

Cosa può unire uno dei più grandi scrittori sudamericani e una band seminale di Seattle che fa drone doom metal? La risposta la conosce Franco Maria Ricci, eclettico editore che nel 2015 aprì al pubblico il suo progetto (forse) più ambizioso: un enorme labirinto, creato con svariate specie di bambù.
Lo scrittore sudamericano a cui ho accennato è Jorge Luis Borges, che Ricci conosceva personalmente (collaborò con lui a diversi progetti, fra i quali la collana La biblioteca di Babele) e che è stato più volte suo ospite. Proprio conversando e camminando con un Borges ormai cieco gli venne l’idea di costruire un labirinto enorme, tema caro allo scrittore argentino che, messo a parte dell’intento, commentò dicendo che “il labirinto più grande del mondo esiste già, e si chiama deserto”. Ci vollero trent’anni e vari progetti per concretizzare il sogno, e oggi è possibile visitarlo e perdercisi imparando nel frattempo qualcosa sui labirinti nella storia, grazie a pannelli esplicativi piazzati qua e là: sapevate ad esempio che nei labirinti romani non esisteva la possibilità di sbagliare percorso?

Tappa obbligatoria della visita è il museo, sito al primo piano dell’edificio d’ingresso. Otre a una collezione d’arte eclettica e solo apparentemente caotica, che va da una stanza delle meraviglie incentrata sulla morte a dipinti di Ligabue, nelle sale è concentrata anche la produzione letteraria di Franco Maria Ricci, vera manna per ogni bibliofilo. Dopo il debutto nell’editoria, avvenuto nel 1963 con la ristampa del Manuale tipografico di Giambattista Bodoni, direttore della Stamperia Ducale di Parma a fine ‘700 e noto per i caratteri ricercati ed eleganti delle sue stampe, Ricci continuò la sua opera di editore votandosi al bello, unendo a contenuti di livello un’estetica riconoscibile e di sicuro impatto. Negli anni ’80 fondò anche una rivista, FMR, nella quale condensò la sua sensibilità estetica, ottenendo plausi da tutto il mondo.
Per dare un’idea di ciò che potrete trovare fra le memorabilia della sua casa editrice cito solo l’Encyclopédie curata da Diderot e D’Alembert, introdotta nella ristampa curata da Ricci da testi fra gli altri di Borges e Roland Barthes, e una sala intera dedicata al Codex Seraphinianus di Luigi Serafini, monumentale opera illustrata in due volumi che rappresenta una visionaria enciclopedia di un mondo inventato, scritta nei minuziosi caratteri di una lingua inesistente e adorata fra gli altri da Calvino, Manganelli e Fellini: anche solo questa sala varrebbe il prezzo del biglietto.

E il drone doom metal? C’entra eccome. Con incredibile occhio (e orecchio) per la connessione di forme d’arte diverse Ricci ha promosso svariati eventi nel suo labirinto, fra cui nel 2016 uno spettacolo visuale basato sul volume Finimondi di Borges, sonorizzato nientemeno che dai Sunn O))). Tutt’ora l’editore dimostra una competenza e un’apertura mentale che le radio nostrane purtroppo non hanno, avendo ospitato fra luglio e agosto il musicista e compositore sardo Paolo Angeli, uno spettacolo basato sui testi della musica indie di Max Collini e il concerto della musicista romana Lili Refrain. Il 28 agosto l’ultimo appuntamento è stata la replica dello spettacolo, itinerante lungo il labirinto, Lo specchio di Borges (sì, ancora lui). Qui trovate maggiori informazioni su tutti gli eventi e quanto di interessante si svolge all’interno del labirinto.

Rocchetta Mattei, Grizzana Morandi (BO)

Costruita sulle rovine della Rocca di Savignano, una struttura preesistente del XIII secolo, la Rocchetta Mattei prende il nome dal suo creatore, il conte Cesare Mattei (1809-1896). Nato da famiglia agiata e cresciuto a contatto con personaggi illustri della sua epoca (un nome su tutti: Gioacchino Rossini), Mattei si rinchiuse all’interno della sua bizzarra fortezza dopo due eventi segnanti: la morte della madre, avvenuta nel 1944, e alcune deludenti esperienze politiche nell’Italia del dopoguerra. Modificata più volte da lui e dai suoi eredi, la Rocchetta si presenta come un connubio incredibile di stili diversi, dal neomedievale al rinascimentale, dal moresco al liberty.

Non meno bizzarro è il motivo per cui Mattei si allontanò dalla vita mondana. Deluso dalla medicina contemporanea, probabilmente a causa della morte della madre, il conte elaborò un metodo curativo che prendeva spunto dagli studi di Samuel Hahnemann, fondatore dell’Omeopatia: creò così l’Elettromeopatia, basata su preparati da lui stesso prodotti che sul finire dell’800 ebbero un successo internazionale, con 107 punti di distribuzione in tutto il mondo. Venivano persino nobili russi a farsi curare da Mattei, nonostante il “metodo” non funzionasse (come la scienza moderna ha appurato) e tutt’al più i sofferenti potevano contare, quando non sull’effetto placebo, sul semplice effetto benefico del clima mediterraneo. Va detto che il conte non truffava nessuno e credeva davvero nel suo metodo (i suoi rimedi rimasero in produzione ancora a lungo, con l’impresa portata avanti dal collaboratore Mario Venturoli, adottato da Mattei e designato erede dopo che il nipote Luigi, a cui era affidata la gestione finanziaria, rischiò di dilapidarne gli averi), quindi la storia lo ricorderà come visionario ma non certo come ciarlatano. La sua magione, oltre che per la bellezza architettonica, rimarrà immortale anche grazie a un certo Fedor Dostojevskij: nel suo romanzo I fratelli Karamàzov appare infatti citata la Rocchetta Mattei. Vi avevo promesso aneddoti letterari inconsueti, no?

Col fallimento del mercato basato sull’elettromeopatia gli eredi di Mattei furono costretti a vendere la Rocchetta a Primo Stefanelli, commerciante locale detto “il mercantone”. Quest’ultimo la sfruttò come attrazione fino agli anni ’80, senza curarsi granché della sua preservazione, ed è solo grazie alla Cassa di Risparmio di Bologna che l’ha acquistata nel 2005 se oggi le sue sale sono nuovamente percorribili, grazie a lavori di consolidamento e ristrutturazione tuttora in corso. La potete visitare con una guida nel weekend fra le 10 e le 15, ma è consigliata la prenotazione: andate qui per maggiori informazioni.
San Leo (RN)

Fra le mete predilette delle nostre vacanze ci sono stati un nugolo di piccoli borghi, fra cui un paio nella Romagna Sud-Occidentale: Verucchio, culla dei Malatesta, e soprattutto San Leo.
Situato in cima a uno sperone roccioso, da cui lo sguardo spazia tutto attorno, San Leo è un borgo di poco più di 2000 anime in cui è piacevole perdersi fra i vicoli, rilassarsi godendosi il panorama dal belvedere e, per chi ha voglia di farsi una bella camminata, visitare la Rocca che la sovrasta (cosa che non siamo riusciti a fare, complice il rilassante panorama sul belvedere e un ancora più rilassante spritz).

Merita la visita, ma se lo includo in questo non esaustivo compendio delle nostre mete vacanziere è anche per un motivo prettamente sonoro: da questo borgo (incluso fra i Borghi più belli d’Italia, vale la pena ricordarlo) prende nome infatti il duo sperimentale chitarra-batteria San Leo, caratterizzati da paesaggi sonori ampi e dilatati che non possono non essere stati evocati dall’atmosfera che si percepisce in quel luogo. Mantenete l’apertura mentale di Franco Maria Ricci e dategli un ascolto qui sotto:
Chiesa dei morti, Urbania (PU)

I grandi esperti di Edgar Allan Poe conosceranno probabilmente il racconto La sepoltura prematura, uno dei racconti che meglio illustra il tema della Tafofobia, la paura di essere sepolti vivi da cui lo stesso scrittore era affetto. Visitando la Chiesa dei morti a Urbania non potrà non tornarvi in mente quel tipo di atmosfera, perché fra i cadaveri mummificati esposti in una sala interna è possibile vedere una vittima proprio di questo tremendo destino, evento purtroppo abbastanza comune nei secoli scorsi.
Tutt’altro che uno spettacolino macabro messo in piedi per turisti dal brivido facile, la Chiesa dei morti è invece una tappa interessante da visitare per scoprire una storia singolare. Nel 1567, quando la città era ancora conosciuta col nome di Casteldurante, venne qui fondata la Confraternita della Buona Morte, dedita fra le altre opere benevole alla sepoltura di quelle persone (perlopiù condannati a morte) che non avrebbero potuto permettersela, ma i confratelli non potevano immaginare che il terreno dietro la chiesa fosse pregno di una particolare muffa che, con gli anni, portò all’essiccazione dei cadaveri. Quando, a seguito di un editto napoleonico del 1804, i cadaveri vennero riesumati per essere interrati in cimiteri extraurbani, i becchini si trovarono di fronte ad uno spettacolo decisamente insolito: 18 corpi mummificati, conservati talmente bene che alcuni hanno ancora i capelli in testa e, nel caso del povero sepolto vivo, si può addirittura scorgere la pelle d’oca sulle sue braccia.

I cadaveri vennero esposti per la prima volta nel 1833, su volere del priore della Confraternita Vincenzo Piccini che, coerente con questa decisione, volle far trattare il suo cadavere in maniera da poter essere egli pure esposto (insieme a moglie e figlio). Conoscerete la sua storia, e quella degli altri uomini e donne esposti dietro le teche, grazie a un’efficace visita guidata, nella quale il custode vi svelerà quanto la scienza di oggi e i documenti dell’epoca hanno potuto scoprire su persone morte da secoli.
Tempio del Valadier, Genga (AN)

Le Grotte di Frasassi sono molto conosciute, uno spettacolo naturale che vale la visita almeno una volta nella vita, ma non tutti sanno che a poca distanza dalle sue formazioni rocciose si trova un altro punto di interesse, frutto dell’ingegno dell’uomo quanto di uno scenario naturale che ne rappresenta l’ideale cornice: è il Tempio del Valadier, costruito su volere di Papa Leone XII (originario proprio di Genga) nella prima metà del 1800 in un luogo dove già dall’anno 1000 le monache benedettine praticavano la clausura.
La costruzione fu affidata all’architetto Giuseppe Valadier, che utilizzò il marmo travertino per realizzare questa sensazionale opera perfettamente incastonata nella grotta. Non ci sono aneddoti letterari al riguardo, ma il timore che possiate ignorare questa destinazione passandoci vicino mi impone di parlarne in nome del bello. La camminata per arrivarci è abbastanza ripida, ma se vi sentite stanchi pensate a quelli che ogni Natale qui organizzano il presepe vivente e continuate a salire: ho già detto che ne vale la pena?

Calamita Cosmica, Foligno (PG)

La piccola chiesa di Urbania riusciva a contenere svariate mummie, la ex Chiesa della Santissima Trinità in Annunziata di Foligno riesce invece a contenere a malapena uno scheletro. Capita se lo scheletro è lungo 24 metri, opera dell’artista Gino De Dominicis: ecco a voi la Calamita Cosmica.
Realizzata segretamente nel 1988, ed esposta per la prima volta nel 1990 al Centro di arte contemporanea Magazin di Grenoble in Francia, l’opera rappresenta un enorme scheletro umano, dalle proporzioni perfette a eccezione di un grosso becco d’uccello al posto del naso (caratteristica presente anche in altri lavori di De Dominicis). Sull’ultima falange del dito medio è posta in equilibrio un’enorme asta di ferro dorata, che per l’artista rappresenta la calamita che mette in contatto lo scheletro con il mondo cosmico.

Esposta negli anni in numerosi luoghi (fra i più caratteristici la Reggia di Versailles a Parigi e in Piazza Duomo a Milano, su iniziativa di Vittorio Sgarbi), dal 2011 la Fondazione Cassa di Risparmio di Foligno l’ha acquistata per darle casa all’interno della chiesa appena restaurata. All’interno, oltre al monumentale scheletro, potrete scoprire qualcosa di più su De Dominicis stesso, grazie a un documentario che sviscera la vita di un artista poliedrico, capace di passare dall’arte contemporanea (fece scalpore esponendo un giovane affetto dalla sindrome di down alla Biennale di Venezia del 1972, parte di un’opera intitolata Seconda soluzione d’Immortalità (l’Universo è Immobile) che prendeva le basi nientemeno che dalle teorie sull’essere eterno del filosofo Emanuele Severino) alla pittura nella seconda fase della sua carriera. Eclettico, impossibile da etichettare (rifuggì ogni inclusione in correnti artistiche, soprattutto in quella di arte concettuale che irrise), provocatorio, la vita di De Dominicis è tanto affascinante quanto la Calamita Cosmica stessa.
2 pensieri riguardo “Italia insolita, ovvero ciò che ho visto in vacanza e i legami con arte, musica, letteratura e cinema che vi ho scoperto (parte prima)”