Ognun* di noi vive in una bolla, e se si vuole filosoficamente ridurre ai minimi termini la vita di una persona potremmo dire che questa è contraddistinta dalla costante lotta fra il tentativo di rompere questa bolla, aprendoci all’inaspettato, e di rimanerci aggrappat* con le unghie e con i denti, nutrendoci di consuetudine e nostalgia. Non voglio fare un’analisi sociologica (anche perché non ne ho i mezzi, per quello vi rimando alla newsletter Capibara di Gabriele Palumbo), ma attraverso questa banalizzazione possiamo interpretare anche le linee musicali su cui viaggia Tremila Battute, che si alimenta di artist* che ho scoperto anni fa, di nuovi ascolti basati sul grufolare in giro per il web alla ricerca di cose che allarghino e mettano alla prova la mia zona di comfort (tipo il noise pazzo alla giapponese) e, ovviamente, dei suggerimenti musicali di chi collabora a questo blog coi propri racconti. Questo equilibrio oggi pende verso l’interno, rimestando nella bolla, perché siamo addirittura alla parte due di un discorso già iniziato parlando qualche anno fa di Tommaso Tanzini e che riprende oggi disquisendo dei Campos, resident band alla cui musica si è ispirata Luana Ansaldi per il suo racconto.
Partiamo da Luana, trentaseienne sarda a cui al momento la disoccupazione, per fortuna o purtroppo, lascia il tempo di coltivare quella che assieme a lettura e disegno è la grande passione di una vita: la scrittura. La coltiva principalmente attraverso la pubblicazione di storie che spaziano fra la fan fiction e il fantasy sulla piattaforma Wattpad (la trovate con il profilo Antares1989), e a Tremila Battute ci è arrivata, riprendendo il tema della bolla, grazie alla curiosità di scoprire sempre nuov* artist* e, nel caso specifico, nuova musica. Sogna di diventare una scrittrice professionista e ci tiene ad augurare a chi come lei ha questo sogno nel cassetto di poterlo realizzare, e chi siamo noi per non unirci all’augurio?
Parte di questa storia, come detto, l’ho già raccontata, ma un recap è d’obbligo. Tutto inizia nel 2011 a Pisa, con l’incontro musicale fra Simone Bettin (voce e chitarra) e Davide Barbafiera (elettronica e percussioni), la cui idea di progetto basata sulla commistione di suoni sintetici e acustici resiste al corso degli anni e al trasferimento di Bettin a Berlino tramite lo sviluppo di alcune tracce a distanza. Qualcosa cambia nel 2014, e quel qualcosa è l’ingresso della bassista australiana Dhari Vij nella formazione, un innesto che dà ulteriore linfa vitale alla band e li porta alle prime esibizioni dal vivo nei club della capitale tedesca. È in questo momento che il gruppo sceglie definitivamente Campos come nome ufficiale rispetto alla prima scelta, Viva, che diventa comunque il titolo del primo disco: registrato nel corso del 2015 e masterizzato dal dj e producer tedesco Jan Driver, Viva esce nel 2017 per l’etichetta di Barbafiera Aloch Dischi. Io mi accorgo di loro allo storico (per me, sempre questione di bolle) festival A night like this proprio nel luglio di quell’anno, stregato dalla delicatezza e dall’energia delle loro canzoni, caratterizzate da ritmiche convulse che evocano i panorami dell’America del sud, mi compro il disco (che nella cover omaggia le divise del portiere messicano Jorge Campos, le cui gesta hanno ispirato il nome del gruppo) e mentre io me lo passo in heavy rotation nelle orecchie loro non rimangono per niente fermi.
Il tour di Viva porta un cambio di formazione, con l’avvicinamento al basso fra Vij e Tanzini (già fondatore dei Criminal Jokers con Bettin e autore di due album solisti prodotti da Barbafiera), un cambio di etichetta con l’ingresso nel roster della Woodworm e pure un cambio di idioma, dall’inglese all’italiano. Il 2018 non li vede subito attivi dal punto di vista discografico, bensì da quello cinematografico: Barbafiera prende parte nel ruolo di co-protagonista al film Il ragazzo più felice del mondo di Gipi, e l’intera band viene coinvolta tramite un piccolo ruolo e la presenza della loro Freezing come tema principale della pellicola. Neanche il tempo di godersi il tappeto rosso della Mostra del cinema di Venezia però che è già tempo di tornare ad imbracciare gli strumenti, perché il 9 novembre dello stesso anno esce Umani, vento e piante, un disco che forse per effetto del titolo trovo più bucolico, vicino al folk contaminato dei C+C= Maxigross, ma che non perde la sua forte connotazione ritmica, soprattutto in brani come Take me home e Madre moderna.
Nel 2019 i Campos partecipano al bando di Per chi crea, programma promosso dal Ministero dei Beni Culturali e gestito da SIAE che destina il 10% dei compensi per “copia privata” a supporto della creatività e della promozione culturale dei giovani under 35 residenti in Italia, risultando fra i meritevoli di un contributo per la registrazione del nuovo disco, Latlong, che esce sempre per Woodworm a fine 2020. L’equilibrio fra suoni elettronici e acustici resta pressoché invariato, così come il gusto folk che a volte produce brani più morbidi e minimali, che siano incentrati sul binomio chitarra-voce come Blu o su un efficace incastro fra chitarra, basso e lievi percussioni di Mano: da applausi il finale, che prima ammalia con le allegre note di Paradiso, poi piazza una ghost track dance-punk che sfoga in un paio di minuti scarsi tutta la voglia di pogare che non sapevamo avessero. L’anno dopo Barbafiera cura la direzione artistica dell’album La vita nuova, omaggio all’opera di Dante Alighieri prodotto da Woodworm in collaborazione con La Scuola Normale Superiore di Pisa in occasione del settecentenario della morte del poeta, e i Campos sono ovviamente della partita con la canzone A ciascun’alma presa e gentil core, poi nel 2022 il videoclip di Figlio del fiume, diretto da Erika Errante, viene candidato ai Videoclip Italia Awards: sono gli ultimi movimenti della carriera del trio, e se sui loro social tutto tace ci piace pensare che sia perché li snobbano a fronte di serate passate in sala prove, intenti a comporre le canzoni che comporranno il loro quarto disco.
Dammi un cuore è la decima e penultima traccia di Latlong, un brano con una sghemba componente ritmica rotolante che nei ritornelli, complice la componente elettronica, si apre in un’atmosfera ariosa e avvolgente. Luana, stimolata a trarre un racconto dalla canzone (possiamo considerarlo il primo racconto di Tremila Battute scritto su commissione?), è riuscita a coniugare benissimo il testo in una storia di integrazione dai riflessi fantasy: potete leggerlo subito dopo la canzone che lo ha ispirato, buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
Scarica la fanzine di Tremila Battute: numero Zero, numero Uno, numero Due e numero Tre.
Dammi un cuore, di Luana Ansaldi
Kael non ricordava la prima volta in cui aveva respirato.
Gli avevano sempre detto che il suo petto si muoveva “quasi” come quello di un umano, ma non abbastanza. Troppo lento, troppo silenzioso, come se l’aria non sapesse decidere se entrare o uscire, se tenerlo in vita o lasciarlo svanire.
Camminava scalzo tra gli alberi. Aria su aria, pietra su pietra.
I piedi gli bruciavano per il freddo, ma a lui piaceva. Era una sensazione chiara, concreta e reale.
«Dammi un cuore» mormorò alla foresta, come se essa potesse ascoltarlo. «Uno vero.»
Aveva provato a immaginare come fosse sentire le emozioni degli umani: il petto che si stringe, il calore che si arrampica sulla pelle, la rabbia che vibra.
Per lui quelle sensazioni erano soltanto ombre. Il mondo lo sfiorava, ma non lo attraversava davvero.
«Voglio la noia che non ho provato.»
Lo ripeteva spesso, da solo, ridendo piano.
Gli altri desideravano avventure, lui desiderava la normalità. Un pomeriggio senza paura, una conversazione senza segreti, un nome che non dovesse spiegare.
«Voglio le colpe che non ho scontato.»
Gli avevano insegnato che la sua sola esistenza era un errore, nato da due mondi che si odiavano. Ma dov’era la sua colpa, se ne portava il marchio addosso senza averlo scelto?
«Voglio il dolore che mi è mancato.»
Non quello fisico, quello lo sentiva fin troppo bene. Voleva il dolore umano, quello che cambia una persona, che la rende vera.
Il dolore che dà un senso.
«Voglio la vita che non ho vissuto.»
Quella frase gli tornava in mente ogni volta che vedeva gli altri ragazzi ridere nelle piazze delle città umane, o i giovani mostri che si allenavano sotto la luna.
Quella era vita, lui invece era… un intervallo.
Spostò le dita sulla pelle del braccio, seguendo le vene sottili, troppo chiare per essere umane, troppo fragili per essere mostruose.
«Per tornare a respirare» disse piano come un voto, «non credere di potermi migliorare.»
Kael camminò a lungo, fino al limitare della foresta. Oltre gli alberi vide per la prima volta la luce del fuoco del summit in lontananza.
Umani e mostri riuniti nello stesso luogo. Qualcosa di impossibile. Qualcosa che bruciava come un segno nel cielo: forse lì dentro c’era qualcuno che sapeva cosa significasse essere divisi in due.
I suoi piedi si mossero da soli, non poteva più tornare indietro. Forse qualcuno dentro quel luogo avrebbe potuto dargli ciò che cercava da una vita: un cuore che battesse per davvero.
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