Qualche anno fa ho avuto la fortuna di incrociare la strada dei Violacida, una piccola band di Lucca di cui seguii la carriera per un breve periodo. Il loro primo disco, Storie mancate (2013), mi sedimentò nelle orecchie piano piano fino a meritarsi il primo posto nella classifica di fine anno (una cosa divertente che non faccio più, a parte quando me lo chiede Alessandro Busi), e l’anno successivo, complice un passaggio a Milano per il MiAmi quando ancora aveva un costo accettabile, riuscii a organizzargli una data in quel di Vigevano. Passò un po’ di tempo, arrivò il 2016 e con lui La migliore età, nuovo disco della band che vedeva un cambio nella formazione iniziale e che mi piacque un poco meno, il che non mi impedì di riuscire a organizzargli un altro concerto, stavolta a Novara. Ho il vago ricordo di aver saputo che i Violacida si sarebbero sciolti proprio quella sera, ma la mia memoria è una merda e potrei essermi sognato tutto (potrei confondermi coi meritevoli Dondolaluva, che mi annunciarono la dipartita della band quando li intervistai mentre giravo l’Italia in bicicletta): quel che è certo è che questo scioglimento avvenne, ed essendomi affezionato a quel loro sound tanto semplice quanto coinvolgente che mischiava pop, suggestioni sixties e indie rock mi misi a seguire da lontano le avventure sonore dei membri della band che continuarono a fare musica. Antonio Ciulla ad esempio, autore di tre album di cui uno, Album dei ricordi, creato durante la pandemia con i contributi audio di svariat* amic*; e poi Gionata Rossi, che dei Violacida era la new entry, il cui terzo disco Figli dei film esce in questo finale del 2025.

I dischi precedenti di Gionata li ho ascoltati, ma ammetto di averlo fatto abbastanza superficialmente: c’era un certo gusto per il lo-fi che avrebbe potuto farmeli apprezzare di più, ma ciò che mi arrivava alle orecchie come primo segnale era il sound retro-indie di cui ho imparato perlomeno a diffidare dopo che con quella formula Tommaso Paradiso ci ha fatto i big money. Quegli elementi sopravvivono nelle dieci canzoni di Figli dei film, ma ho trovato nel suo nuovo album una profondità maggiore, una gamma di suoni più ampia che potrei associare a una maturità artistica, un’identità definitiva raggiunta, se non fosse che A) quando mai l* artist* smettono di maturare? B) gli ascolti poco approfonditi di cui sopra mi impediscono di fare discorsi da saccente di stocazzo C) i testi mettono spesso al centro proprio la difficile ricerca di un’identità.
Non ci sono grandi rivelazioni nei testi del disco, ma sentimenti condivisibili da una buona fetta di trentenni come il buon Gionata e probabilmente anche da chi ha qualche anno in meno o in più: la mancanza di prospettive, la difficoltà nel capire i propri sentimenti, la nostalgia di un’età in cui ci sentivamo più liber* (senza magari nemmeno esserlo stat* davvero) e di un futuro che non si è mai concretizzato. Potremmo scomodare Mark Fisher ascoltando il testo de Il futuro è un ricordo lontano, ma non ci sono analisi sociologiche in queste canzoni bensì un punto di vista sempre personale e viscerale, addirittura banale in certi momenti (non avere soldi per la moda ma averli per sbronzarsi da Mc Donald’s, non certo il posto più economico dove bere una birra, ha senso solo per esigenze di rima) ma comunque capace di colpire nel segno. Voler “tornare a qualche anno fa/ quando c’era più tempo per perdere tempo” è un’esemplificazione perfetta della sindrome da Peter Pan, ma nella stessa Lavorare stanca Gionata capisce che la colpa più grande è pensare solo a sé stessi: su questo crinale fra la necessità di diventare davvero adulti e quella di non perdere per strada ciò che si era si gioca molto del disco, con l’autore che al bivio per capire cosa fare nella vita è diviso fra il volere tutto e il non volere niente (Ossessione) e quasi spera in una dissociazione che, permettendogli di guardarsi da fuori, gli dia modo di capire in che direzione andare (Lascia che sia). C’è spazio anche per l’amore, gioioso e vitale in Groviglio e ormai al termine in Burnout, ma i legami sono flebili e pure nella felicità si specifica che “non ci diremo mai ti amo” (e forse proprio quella viene intesa come una ricetta per la felicità): in fondo come si fa a legarsi veramente a qualcuno se si fa ancora fatica a conoscere sé stessi?
Se nei testi è la mancanza di una direzione a imperare, sul fronte musicale Gionata trova invece una linea coesa pur non sacrificando la varietà. Che a tirare le fila siano una linea di piano (Lavorare stanca), magari coadiuvata efficacemente dalla batteria (Lascia che sia, Buena sorte), oppure la chitarra tutta tonalità alte di Burnout (con un ritornello che si apre in maniera melodiosamente magnifica) poco importa, perché l’effetto finale è sempre piacevole, cantautorato indie che non inventa niente di nuovo (Lascia che sia nasce dall’idea di “italianizzare” Let it be dei Beatles, ma nel suo andamento da marcetta io ci vedo più gli Oasis di The importance of Being Idle) ma ha una sua personalità e riconoscibilità. Piazzare due lenti chitarra voce (Canzone di pioggia, l’elemento più lo-fi del gruppo, e Ossessione) prima della chiusura con la title track fa finire il disco in tono un po’ minore, pur non riuscendo a sminuire il lavoro compiuto tramite un’abbuffata di arrangiamenti semplici ma efficaci, in cui le linee di basso spiccano pur nella loro funzionalità e quando emergono gli archi (Buena sorte e la già stracitata Ossessione) lo fanno in maniera naturale.
Ciò che mi aveva colpito a suo tempo dei Violacida era la capacità di essere originali facendo cose semplici, una formula molto più complicata da trovare di quello che sembri: con Figli dei film Gionata riprende quel discorso interrotto, facendolo alla sua maniera e dimostrando che attraverso la musica si può trovare un’identità anche quando si ignora di averla.
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