Questa è un’altra di quelle introduzioni in cui sproloquio e mi interrogo sul concetto di “indipendente”? Eh sì, cavolo, lo è. Perché in fondo sono una persona semplice, a cui piacerebbe saper distinguire chiaramente il chiaro dallo scuro, però poi com’è come non è mi infilo sempre nelle zone di grigio e ci rimesto e allora alla fin fine tanto semplice forse non sono. Ma dicevamo, “indipendente”.
A me forse quello che interessa veramente è che chi appaia qui non sia la norma. Non lo sia in generale, ma che possa esserlo anche stat*: vivi sulla cresta dell’onda, vai a Sanremo, il pubblico ti acclama ma poi ti accorgi che sei Mikimix e sarebbe forse meglio ripartire dal basso come Caparezza, per poi ancora salire e scendere… insomma, il successo non è una discriminante tout court. Quante canzoni sentiamo in radio, sulle radio generaliste, canzoni di cui sappiamo ogni nota ma di cui abbiamo dimenticato l’autor*, perché con quella canzone soltanto hanno sfondato e poi puf, sparit*? One hit wonder mi sembra le chiamino, spessissimo brani pacco scritti da qualcun* che cerca in eterno di replicarne il successo senza mai più riuscirci, ma a volte a quel successo ci arrivi perché sei la persona giusta al momento giusto nel posto giusto e subito dopo non lo sei più, che poi mi sembra ciò che è capitato a Kate Nash leggendo di lei su suggerimento di Martina Ciullo, e guarda un po’ le due sono ospite musicale e letteraria della settimana.
Partiamo da Martina ovviamente (cioè, è ovvio per chi questo blog lo segue stabilmente: per l* nuov* arrivat* sappiate che partiamo presentando chi ha scritto il racconto, poi carrellata sulla carriera di chi ha scritto la canzone e infine breve presentazione del racconto: ora siete pront*), che ha risposto alla nostra richiesta di scrivere qualcosa per Tremila Battute con entusiasmo. Violinista professionista, ha studiato giornalismo e sceneggiatura, vive a Roma e scrive da sempre, una passione quest’ultima in cui risultati si vedono nel gran numero di racconti pubblicati su rivista: Topsy Kretts, Nazione Indiana, L’equivoco, Micorrize, Pastrengo (anche qui), Grande Kalma, Terranullius e sul quinto numero di Fumo Magazine. Noi ce li siamo letti tutti e vi invitiamo a fare altrettanto, che i link esistono per essere cliccati e se non lo fate rendete tristi loro e anche un po’ noi.
Emblematica della carriera altalenante di Nash è la pagina wikipedia italiana: gli inizi su MySpace, la Moshi Moshi Records che le fa uscire un singolo con una tiratura di mille copie nel febbraio 2007, la più grossa Fiction Records che la prende sotto la sua ala subito dopo, il successo lento ma inesorabile di Foundations, singolo che la proietta verso il primo album Made of bricks (uscito ad agosto dello stesso anno) e il Brit Award come miglior artista femminile, un secondo disco nel 2010 (My best friend is you) e fine della storia, pur con una carriera segnata come “in attività”. Che fine ha fatto dopo? E quanto ero distratto io in quegli anni, che del passaggio pervasivo delle sue canzoni (Pumpkin soup mi è ritornata in mente alle prime note, durante l’ascolto con anni di ritardo del primo disco) su MTV mi ero completamente dimenticato? Forse l’avevo addirittura scambiata per Lily Allen (paragone molto comodo, talmente comodo da essere definito pigro e sessista dalla stessa Nash), una che con lei ha condiviso gioie e dolori di quel breve periodo in cui essere londinese, leggermente fuori dalle righe e fare musica irresistibilmente pop sembrava una ricetta per il successo immarcescibile… ma anche il comodo viatico per essere bersagliate dalla pressa mediatica dei giornali scandalistici britannici.
Fatto sta che se già il successo non era proprio rose e fiori (il tour di Made of bricks la portò verso l’alcolismo e lo sviluppo di un disturbo ossessivo compulsivo), il percorso dal 2011 in avanti è un crollo verticale condito di improvvise risalite e tante, tante battaglie. Nash si fa affascinare dal punk, con Kathleen Hanna delle Bikini Kill (e Le Tigre, e moooolti altri progetti musicali) come esempio concreto sia per la musica che per l’attivismo, e inizia a sfornare canzoni e dischi che rispecchiano di più la sua natura, ma non convincono i discografici: Girl talk (2013) e Yesterday was forever (2018) li fa uscire a sue spese, il primo in un interregno in cui la Fiction Records sembra ancora poter estendere il suo contratto ma poi no, tanti saluti, è stato un piacere Kate. E vorrei potervi dire che lei ha affrontato tutto a testa alta, mentre fra una canzone e l’altra donava strumenti alle scuole, firmava petizioni e si spendeva in prima persona per far liberare le Pussy Riot dalle carceri russe e cominciava a denunciare il sessismo imperante nel mondo della musica, ma non è così: nel 2014 si sposta a Los Angeles dove scrive canzoni per altr* sotto contratto con la Warner, ma è un contentino che non le fa certo risvoltare la carriera e che abbandona un anno dopo, facendo ritorno a casa dei suoi a Londra, quando scopre che il manager l’ha lasciata in bancarotta e con una parte dei soldi rubati SI È PAGATO IL MATRIMONIO. Può andarti più di sfiga di così la vita? Può essere, ma Nash non si arrende e va avanti, continuando a spendersi in cause sociali a favore delle donne maltrattate e portando avanti anche il suo primo amore giovanile, la recitazione, che finalmente un po’ di soddisfazioni gliele dà.
Rhonda “Brittanica” Richardson è il ruolo che le viene proposto in GLOW, serie che forse avrete intercettato su Netflix incentrata sulla lega di wrestling femminile nata negli anni 80, ed è un’opportunità che Nash coglie al volo dimostrando ottime capacità recitative (non che fosse alla prima prova, e nemmeno ha smesso in seguito) e, già che c’è, riuscendo a disintossicarsi dall’alcol grazie al regime di allenamenti cui deve sottoporsi per la parte. Anche questo piccolo successo viene spazzato via in poco tempo però, tre stagioni per la precisione: poi c’è la pandemia, la cancellazione della serie, ma anche un nuovo disco all’orizzonte. 9 sad symphonies esce nel 2024 per l’etichetta Kill Rock Stars (la stessa che ha pubblicato anche le Bikini Kill, non a caso), ed è un disco spumeggiante e vitale, incentrato molto sulla sua voce, sul piano e su arrangiamenti pieni di archi. Le difficoltà non sono comunque finite e per pagarsi il tour Nash, che dall’esperienza di GLOW è uscita anche con una rinnovata coscienza del proprio corpo, decide di aprire un account OnlyFans e di finanziarsi attraverso la campagna “Butts for tour buses”, provocazione per alcun* o semplicemente scelta consapevole di un’artista che nel frattempo ha aderito a progetti per insegnare l’educazione sessuale nel mondo dell’industria musicale, per annullare il gender gap nei festival ed è pure andata a protestare davanti agli uffici di Spotify e Live Nation per criticare la ridistribuzione iniqua dei profitti. Insomma, la notorietà internazionale e i passaggi su MTV non possono certo impedire a un’artista del genere di apparire sulle pagine di un blog che professa il suo amore per la musica indipendente, perché Kate Nash indipendente in pensieri e azioni lo è da anni e lo dimostra anche col suo ultimo singolo Germ (acronimo che sta per “girl, exclusionary, regressive, mysoginist”, alternativa al TERF con cui vengono etichettate le femministe transescludenti di cui l’esempio più in vista è la scrittrice J. K. Rowling), dove attraverso un testo denso di statistiche e riflessioni riesce a dimostrare che escludere le persone trans non aiuterà il femminismo e che il vero pericolo, ANCHE PER GLI UOMINI, è la mascolinità tossica.
Nicest thing è l’undicesima traccia di Made of bricks, un brano in cui gli archi accompagnano malinconicamente la voce di Nash mentre enumera le sue aspettative per un amore che, si capisce chiaramente, non è destinato a sbocciare. Un amore finito è alla base anche del racconto di Martina, dove veniamo pian piano introdotti nella nuova routine di una donna, Cristina, e nell’atmosfera sospesa della sua casa dove, fra una birra alle nove e venti del mattino e involtini primavera ordinati per pranzo, si riesce a percepire tutto il dolore che l’autrice lascia abilmente in sottofondo, nascosto nel ricordo di momenti che non ritorneranno: potete leggerlo subito dopo il brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
Scarica la fanzine di Tremila Battute: numero Zero, numero Uno, numero Due e numero Tre.
Involtini primavera e riso Shangai, di Martina Ciullo
Davanti al frigorifero Cristina fece un respiro profondo e afferrò la seconda birra della giornata.
Il mercoledì aveva la prima ora in terza D, poi più niente.
Un orario sciagurato, l’aveva definito così a ottobre, mentre mangiava involtini primavera e riso Shanghai da asporto con suo marito.
Adesso, a fine aprile, con l’orario aveva fatto pace e suo marito non c’era più.
Era stata una bevitrice raffinata: sentori di piccola pasticceria, strazianti storie su figlie morte e bottiglie di Barolo sue omonime, percentuali di Pinot grigio e affinamenti subacquei.
Da quando era sola beveva solo birra e superalcolici, ma quelli solo dopo le due del pomeriggio. Durante il viaggio di nozze si erano scontrati con un uomo-sandwich che pubblicizzava “Happy Hour, 5 dollari, 2 pm – 6 pm”. Era rimasto un loro linguaggio segreto per i momenti difficili, si scambiavano una rapida occhiata, poi uno dei due mimava: dalle due alle sei.
Si spostò con la bottiglia sul divano beige, davanti al televisore spento.
Fingeva fosse normale fare ritorno alle nove e venti in quella casa buia dopo aver spiegato la geometria della sfera a dei tredicenni, stapparsi una birra – ah ah, una birra – e poi non fare più niente se non aspettare la fine del giorno.
Non apriva le imposte. Prima vivevano senza mai chiuderle, la casa avvolta in un ciclo di luce perpetua che si affievoliva la sera e li coglieva di sorpresa la mattina.
Lui avrebbe dormito anche con un faro da stadio puntato addosso. «Confessi!», urlava lei, a volte, per svegliarlo. Gli si metteva a cavalcioni mentre un fascio di sole lo colpiva in volto. Lui apriva gli occhi e subito era dentro al gioco: «Agente, posso spiegare…»
Fece ritorno in cucina, prese un’altra birra e se la scolò per intero davanti alla luminescenza grigia del frigorifero.
Devi mangiare, devi mangiare, devi mangiare.
Guardò verso la finestra, ma le imposte chiuse non le furono di nessun aiuto per capire quanta giornata le era rimasta da scontare.
Sentì un ticchettare felpato. Prese i croccantini del gatto e riempì la ciotola.
Suo marito li pesava a inizio giornata e poi li razionava, per assicurarsi che non ne mangiasse troppi. «Adesso siamo solo io e te», aveva detto lei al gatto dopo che lui era morto, «l’era delle restrizioni è finita», e aveva vuotato mezza scatola nella ciotola, facendola strabordare. Il gatto ne aveva mangiate poche, anche lui soffriva il fatto di essere rimasto vedovo. Le crocchette si erano prima seccate e poi ammollate, e lei aveva dovuto spazzarle via.
Con un movimento simile a quello che usava per portarsi la bottiglia alla bocca, controllò l’ora. Le undici e trenta. Come volava il tempo, quando si restava soli.
Compose un numero a memoria.
«Pronto», disse la voce dentro al telefono.
«Sono Cristina», soffiò lei, «mi fai il solito?».
«Involtino primavera e Riso Shanghai», tradusse la voce dall’altra parte, «venti minuti».
«Venti minuti», ripeté lei. Poi riattaccò e attese.
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