Racconto in musica 203: senzaparole (Kruder & Dorfmeister – Speechless)

Ho già raccontato più volte del mio rapporto complicato con la musica elettronica. Iniziato sotto i “migliori” auspici da ascoltatore appassionato della Deejay Parade (ricordo che chiedevo a mio fratello le canzoni che erano state messe al Celebrità, discoteca del novarese che ho scoperto solo recentemente non essere quella di cui parla Max Pezzali nella terribile La regina del Celebrità, quando lui aveva l’età, la patente e una compagnia con cui andarci e io no), è stato contraddistinto da un rigetto velocissimo che mi ha tenuto lontano per anni da qualsiasi forma di musica che non uscisse (se non parzialmente) dai classici strumenti del rock. Poi col tempo ho ascoltato (e in alcuni casi ho dovuto ascoltare) progetti che mi hanno fatto capire che The rhythm of the night di Corona e in generale tutta la musica dance commerciale che sentivo nelle rare sortite in discoteca era solo la punta di un iceberg che sarebbe stato probabilmente meglio ribaltare (anche se il magnifico Ex machina di Valerio Mattioli mi ha insegnato a dare la giusta importanza al corpo e a diffidare dell’intento puramente cerebrale della scena IDM, della quale abbiamo comunque ospitato dei componenti), ma era già difficile a quel punto riuscire a esplorare quel vasto mondo per capire le differenze fra house, techno, jungle, drum’n’bass e tutto ciò che è venuto e verrà, figuriamoci recuperare chi quel mondo lo aveva animato e reso sfaccettato. Per questo motivo io il duo Kruder & Dorfmeister l’avevo forse sentito nominare solo di striscio prima che Cristina Pasqua mi proponesse di scrivere un racconto basato su una loro canzone, e guarda un po’ oggi sono loro i dj della nostra discoteca improvvisata.

Cristina non avrebbe bisogno di presentazioni visto che l’abbiamo già importunata poche settimane fa, chiedendole di rispondere ad alcune domande sulla scrittura. Editor freelance che vive e lavora a Roma, abbiamo avuto la fortuna di conoscerla personalmente grazie alla comune militanza in quel gran bel progetto che è multiperso (qui un po’ delle sue microprose) vero e proprio collettore di appassionat* e sperimentator* di microfiction. La sua carriera da autrice inizia nel 2001 con Diciassette (2001, Odradek Edizioni), prosegue con fughe (2023) e forasacchi (2024), entrambi pubblicati da pièdimosca rispettivamente nelle collane Ossa e Glossa, si espande con la partecipazione alle antologie multiperso (2022, pièdimosca) e L’ordine sostituito (2024, déclic) e arriva al romanzo con Forbici (2024, Lorusso), scritto a quattro mani con Alessandro Pera. Innumerevoli sono poi o suoi contributi su riviste (citiamone un po’ in ordine sparso: DegradoSuper Tramps Club, Gelo, Nazione Indiana, Il cucchiaio nell’orecchio… e questo limitandoci a una rapida ricerca su google), tanto che il racconto che ci ha donato si incunea in un florido periodo di uscite che l’ha vista ieri uscire su Morel – Voci dall’isola e la vedrà anche mercoledì su Border Liber. Ci segnala che il suo codice fiscale è PSQCST67B65H501R  e noi ci sentiamo in dovere di riportarlo.

Ci piace sempre quando l* autor* si prendono la briga di raccontarci la musica che hanno scelto, e Cristina ha accolto la proposta di toglierci le castagne dal fuoco e parlare in prima persona del connubio fra Peter Kruder e Richard Dorfmeister.

“Kruder & Dorfmeister’s story is not just a story of refusal and renunciation. As the two started making music together in the early 1990s, there was hardly anything that the two didn’t do “wrong”, and therefore, exactly right.
La storia di Kruder & Dorfmeister non è solo una storia di rifiuti o rinunce. Quando hanno cominciato a fare musica insieme, nei primi anni ’90, sembrava che facessero tutto “sbagliato” – ed è proprio per questo che facevano tutto nel modo giusto.
(fonte: Original Bedroom Rockers Studio | ABOUT | https://kruderdorfmeister.com)

Soffiamo sulle duemila candeline di una torta e facciamo un salto indietro. Primi anni novanta, due ragazzi, due campionatori AKAI, uno Space Delay della Roland, un mixer impolverato e tre verbi all’infinito – ascoltare, sentire, trasformare. Quel che ne affiora è un suono nuovo, ruvido, che non ha nulla a che vedere con la maniera. Se dovessi pensare a un odore penserei a quello che t’allaga dopo la pioggia – l’asfalto bagnato, le zolle smosse, un gusto ferroso sulla lingua. Reinventare, cambiare di segno pur non perdendo un cromosoma del codice genetico del brano di provenienza. Useless (Depeche Mode, Ultra, 1997) non va a morire, i Depeche Mode s’acquattano, si stirano, si flettono, si piegano e s’increspano, ma restano sempre lì, e anche se non sono più del tutto loro, sono loro, i Depeche, e altro dai Depeche, sono Kruder&Dorfmeister che rileggono Useless, dove l’altro è la capacità di allargare una trama, inserire una digressione, allentare la tensione, creare la suggestione di una eco. Controcorrente, al riparo dal circuito delle grandi etichette, inclini a collaborazioni e progetti, hanno creato un suono personale, sperimentale inventando un nuovo linguaggio che non funziona come i tanti linguaggi parlati del mondo, ma piuttosto come un linguaggio del corpo: universale, globale, unificante – «which does not function like the many spoken languages of the world, but rather as body language: universal, global, unifying».”

Speechless è la terza traccia delle K&D Sessions, doppio album di remix che il duo viennese ha pubblicato per la propria etichetta Studio K7 nel 1998 e che stanno portando live in giro per l’Europa con una band di musicist* (ad aprile sono stati al Fabrique di Milano, locale di cui teniamo a segnalare la folle politica di far pagare una birra di merda nove euro, mentre il 16 novembre saranno alla Sala Santa Cecilia di Roma). Nell’operazione di manipolazione sonora operata dal duo il brano di Count Basic assume una carica ansiogena assente nell’originale, acuita dallo splendido video che trovate più in basso (e che mi ha convinto, e spero di mantenere questo proposito, a non mangiare più pollo in vita mia): il racconto di Cristina mantiene alla perfezione questa carica, operando sul ritmo delle parole e scegliendo la seconda persona in maniera da immergerci nell’atmosfera del club dove l* protagonista vaga come all’interno di un corpo, rimandando al film Viaggio allucinante di Richard Fleischer che l’autrice cita in esergo. Non vi resta che sprofondare anche voi nel locale al ritmo di basso, batteria e parole, a me non resta invece che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero, il numero Uno e il numero Due della fanzine di Tremila Battute!

senzaparole, di Cristina Pasqua

ricognizione: ‘clubbing’ non è una voce presente nel vocabolario Treccani. La parola ‘club’ ha il significato di ‘circolo’ o ‘associazione’, e ‘clubbing’ generalmente si riferisce all’attività di frequentare locali notturni (discoteche, night club).

I think it’s very exciting. We’re going to see things no one has ever seen before. Not just something under a microscope. Think about it.
Richard Fleischer, Fantastic Voyage, 1966

All’ora, mezzanotte e un quarto di lancetta, oltrepassata la bocca di ferro del cancello, superate spalle larghe e Collodi, la mano tesa all’entrata, scendi lungo la lingua sversa del camminamento. Oltre la bocca spalancata del bancone, una mano tesa sulla sinistra, ti serra il passo e schiaccia il budello bituminoso, buio come un esofago, e oltre ancora, impedito da un’epiglottide di plastica, s’apre in cistifellea un cortile di contenimento, l’aria densa, solida e opaca di fumo. Da lì, dal giardino, si sbuca dritti nello stomaco – i denti acuminati del palco in fondo e, addossato dall’altra parte, il fegato, lungo e nero, interrotto solo da luminescenza di vetrobicchieri, granelli di sale e gialloscorzadilimone, la gabbia dei tecnici di luce a malapena rischiarata alle tue spalle. Note anticorpi ti aggrediscono pigre, il giro di basso si ripete, voce eco e voce sussurrata, sgomita per entrare la batteria, stringe e aumenta, si ripete, il charleston si fa sabbia, sale, piano, e lento s’ingrossa, tracima, l’onda diventa tempesta, si sfalda, arretra, aumenta e cresce, s’incunea la voce, prima solo un soffio, un refolo poi si fa vento sferzante fino a che
all’improvviso
si interrompe

riparte

e ancora s’ingrossa, e i bassi ti squassano dentro, entranoescono, entranoescono, tracciano una geometria di linee spezzate, segmenti di pause, riprese, ancora pause ed entrano i fiati ed è di nuovo sabbia spazzata deserto e dune, al vento una palma si piega, si rialza, riparte, e si fa onda, diventa mare, s’ingrossa, prende vigore, s’attesta, un sospiro soffiato, un’altra raffica, e il basso continua, imperterrito sempre, non smette, mentre tutto cambia e resta uguale, mentre lo stomaco ti mastica e la vista ti s’appanna, mentre ti perdi e ritrovi, sali e scendi, cerchi e non trovi la voce, cerchi e non trovi, cerchi e sei muto, cerchi ancora, ma sei senzaparole.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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