“I maestri sbagliati li ho seguiti tutti” cantavano un bel po’ di anni fa i Tre Allegri Ragazzi Morti, e io ci ho messo un certo impegno nella mia vita per adeguarmi, almeno musicalmente, a quell’adagio, ancora prima di conoscere la canzone da cui è tratta la frase oltretutto. I miei avevano in casa quasi solo cassette di Sanremo, alle elementari ho cominciato ad ascoltare i Queen e Vasco Rossi, una cassetta di Zucchero e una di Eros Ramazzotti erano arrivate “grazie” a mio fratello (sulla seconda sono sicuro, sulla prima un po’ meno) e alle medie ho fatto il salto verso la Deejay Parade: potevo essere come tutt* l* altr*, invece poi ho virato verso il grunge proprio mentre il Grest del mio paesino voleva inculcarmi in testa Lucio Battisti a colpi de La canzone del sole cantata in circolo ogni santa sera (e faceva uscire definitivamente di scena anche Vasco a botte altrettanto tenaci di Albachiara). La mia epopea di bastian contrario (fino a un certo punto, che i Nirvana guardati su Mtv non erano mica i Negazione pogati in un centro sociale) è iniziata lì, e fedele a quella linea che ovviamente non c’era mi sono tenuto lontano da ciò che percepivo come la norma in musica, soprattutto quella italiana: così, a parte un recupero tardivo di Fabrizio De André, mi sono perso pure tutti i cantautori (qui il maschile sovraesteso è purtroppo voluto) dell’epoca d’oro della musica italiana, dai Guccini ai De Gregori e figuriamoci i Venditti, che io sentivo Alta marea e mi veniva l’orticaria e non mi sarei mai sognato di pensare che anche lui aveva fatto cose buone (che comunque, mea culpa, sto ignorando pure ora, troppo impegnato a seguire la solita linea sghemba che mi ha portato l’altroieri ad ascoltare una band sperimentale formata da un burkinabé, un belga e un francese, consiglio di un amico). Ovviamente non ho mai recuperato neanche il sopracitato Battisti, diffidando di chiunque negli anni mi suggeriva che magari anche solo un Anima latina poteva valere la pena ascoltarlo, perché i “traumi” infantili subiti in un paesino del novarese si riverberano a lungo: non so se Giorgio Poi ha avuto di simili esperienze, ma scommetto che l’artista della settimana di Tremila Battute invece il Lucio nazionale (no, non quello che parteciperà all’Eurovision) se lo è ascoltato approfonditamente, così come tante altre cose che io mi sono perso perché ero troppo occupato a ficcarmi orgogliosamente nella nicchia della nicchia.
A permetterci di parlare di lui è Felicia Buonomo. Giornalista a Mediaset, Felicia ha un lungo curriculum lavorativo e ne ha uno altrettanto lungo letterario che spazia fra saggistica (Pasolini profeta, Mucchi Editore 2011), reportage giornalistico (I bambini spaccapietre. L’infanzia negata in Benin, Aut Aut Edizioni 2020) poesia (Cara catastrofe, Miraggi Edizioni 2020, Sangue corrotto, Interno Libri 2021) e narrativa breve (La giusta dose, Scrivere Poesia 2023). Non mancano nemmeno sue incursioni su riviste varie, e fra gli altri vi segnaliamo i suoi testi su Nazione Indiana, Racconticon, Crunched e inutile, quest’ultimo ascoltabile all’interno del podcast di audioracconti curato dalla redazione della rivista.
Ognun* di noi vive in una bolla, e all’interno della mia c’è stato un momento in cui sembrava impossibile non accorgersi di Giorgio Poti, rinominatosi Giorgio Poi una volta iniziata la carriera solista: quel momento era il 2017, anno di pubblicazione del suo disco d’esordio Fa niente per Bomba Dischi, e sono sicuro di averlo incrociato in tre diversi festival nell’arco di una sola estate senza mai andarmelo a cercare e, lo ammetto, anche snobbandolo un po’. C’era proprio quel non so che di battistiano all’interno della sua musica che, forse per i suddetti “traumi” infantili, mi faceva tenere lontano, anche se pure da lontano potevo apprezzare il modo in cui alcuni suoi brani venivano prolungati in improvvisazioni che mostravano a me, chitarrista autodidatta, come cazzo si suona. Non per niente Poti, classe 1986 nato a Novara (ma guarda un po’!) con un’infanzia vissuta anche fra Lucca e Roma, si laureava in chitarra jazz alla Guildhall Music School of Music and Drama negli stessi anni in cui io imparavo a fare (male) Rebel rebel di David Bowie in una band con cui avremmo dovuto fare inediti e invece siamo finiti a fare cover prima che me ne estromettessero per manifesta inferiorità (via mail, al di là delle ragioni ci sono metodi migliori: se fosse già esistito Whatsapp magari avrebbero mandato un vocale), e mentre io cercavo con la mia nuova band posti dove suonare al di fuori di Vigevano lui faceva tour in Europa e negli Stati Uniti con i Vadoinmessico, band con cui pubblica il disco Archaeology of the future (2012, PIAS Recordings) per poi cambiare nome, ritornare cinque anni dopo come Cairobi e pubblicare un omonimo disco di “musica folk per un popolo che non esiste” per la Some Other Planet Records proprio all’inizio di quel 2017 in cui, dopo qualche anno passato a Berlino, Poti torna in Italia.
Fa niente esce un mese dopo rispetto al disco dei Cairobi ed è debitore del percorso musicale intrapreso con la/le band di cui ha fatto parte, o semplicemente Giorgio Poi era già sé stesso da anni e, svestitosi di influenze di world music che gli appartenevano meno, ha cominciato a fare musica che appare pop senza esserlo, leggera nel modo in cui è in grado di entrarti in testa con facilità ma tutt’altro che semplice come costruzione (come cazzo suona bene il basso in questo disco?). Il suo primo singolo Niente di strano esce già nel 2016 e il successo comincia a montare da lì, con quel mix strano eppure godibile di pop e psichedelia, frequenze alte come la sua voce in primo piano e riverberi ad ammantare di una nostalgia 70/80 il risultato generale. Passano solo due anni prima che esca il secondo capitolo della sua storia solista, ma in quei due anni succedono un sacco di cose: collaborazioni con Frah Quintale e Carl Brave, tour mondiali di supporto ai Phoenix, un brano scritto per Luca Carboni e la produzione del disco solista di Francesco De Leo de L’Officina Della Camomilla, tutti segnali che di Poti non si sono accorti solo i piccoli festival in cui andavo a bivaccare nell’estate 2017.
Smog (2019) è all’apparenza un “more of the same” delle atmosfere già esplorate nel precedente disco, un poco più morbido e con le tastiere che si prendono più spazio, ma se vale il termine “personale” per qualcosa sicuramente lo è per il secondo album di Giorgio Poi: registrato nel proprio studio casalingo, suonato (batteria esclusa) interamente da lui, Poti Smog lo ha perfino illustrato, creando l’immagine di copertina e realizzando disegni a tema per ogni traccia anche all’interno del booklet. Nei testi continua a esplorare un mondo di quotidiane disperazioni ed epifanie, in cui le stelle si rivelano essere “un pezzo di ferro con su scritto EasyJet (Stella) e di un amore finito si ricordano vagamente solo particolari banali come la mozzarella tolta dalla pizza (Ruga fantasma), aggiungendo un po’ di bislacca autoironia nella traccia finale La musica italiana dove duetta con Calcutta, compagno d’etichetta con cui già aveva collaborato suonando le chitarre nel disco dell’artista romano Evergreen (li accomuna anche l’aver collaborato con Takagi & Ketra, ma su questo meglio glissare). Passano altri due anni, una collaborazione con Francesca Michielin, la composizione della colonna sonora della serie tv Summertime e una pandemia prima che Giorgio Poi esca con il terzo album, Gommapiuma (2021), dove il tono si ammorbidisce ancora: l’album è più acustico, più arioso grazie agli archi, più intimo in qualche maniera e probabilmente è esattamente ciò che voleva ricercare un artista che ha dichiarato “se non sono andato in frantumi è anche grazie a queste canzoni”. Per i successivi quattro anni Poti, se si esclude il singolo Ossesso uscito a giugno 2022, sembra occuparsi più della musica dell* altr* che della sua, apparendo qua e là in veste di collaboratore (la canzone Haute saison del duo francese Rob & Jack Lahana, il cui clip è diretto da Natalie Portman e certifica un legame col cinema alto per Poti, visto che nel video del suo primo singolo appariva un Luca Marinelli fresco reduce dei successi di Lo chiamavano Jeeg Robot e Non essere cattivo), produttore (la canzone Mare Malinconia di Franco126 e Loredana Bertè, il disco Relax di Calcutta) e autore (la canzone L’inizio di Biagio Antonacci, giuro che non pensavo che avrei mai scritto in due righe vicine Loredana Berté e Biagio Antonacci su questo blog). Poi all’improvviso, senza che questo sia stato organizzato attraverso i potenti mezzi di Tremila Battute, proprio due giorni fa è uscito Uomini contro insetti, il singolo che certifica il suo ritorno sulle scene. Coincidenze?
Giorni felici è la quinta traccia di Gommapiuma, una canzone dove l’amore è intriso di nostalgia e distanza e non viene mai chiarita l’intensità di quel sentimento, ristretto alla sola richiesta di un’ora da passare insieme fra sorrisi e felicità, “senza nasconderti/ armata fino ai denti per difenderti”. Non conosciamo nemmeno cosa abbia scatenato il malessere che ogni anno prima di Natale colpisce la protagonista del racconto di Felicia, ma non ne abbiamo bisogno per riuscire a sentirlo vividamente, tratteggiato attraverso pochi e precisi dettagli dalla penna dell’autrice: potete immergervi nella sua storia subito dopo il brano che l’ha ispirata, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
Scarica il numero Zero, il numero Uno e il numero Due della fanzine di Tremila Battute!
L’ipotesi, di Felicia Buonomo
«Non potrai mai capire cosa significhi convivere con la maledizione del Natale», scrivo ad A., raccontandole che quest’anno è arrivata inaspettatamente in anticipo. Non ha atteso i due-tre giorni che precedono la più inattendibile delle feste rosse in calendario. Da settimane la pelle mi si scortica, una trafittura mi invade gli occhi, mi getta sul petto il battito accelerato che impedisce il respiro.
«Devi mettere in conto l’ipotesi della fine», aggiungo, lucida e spietata.
«Metto in conto che andrà bene», risponde A.
Un pesante attacco di cefalea mi devasta già da 48 ore, provocandomi il pianto gutturale tipico dei bambini. Ma lascerò credere alla mia maledizione del Natale che sia per lui che divento un cervo abbagliato dai fari. Tanto, che lui ci sia o non ci sia, ormai è la stessa cosa.
Sento un cane abbaiare in lontananza. La furia del suo ringhio mi è evidente fin quassù. Porto una mano alla fronte cercando di scorgerlo. Abbasso lo sguardo in direzione del selciato, prima a destra e poi a sinistra, stringo gli occhi in cerca di una risposta che non trovo. A questa altezza la visuale è ampia, ma lontana dal concetto di nitidezza che ho smarrito poco più di tre anni fa. Il battito scandito dalla rabbia animale mi sovrasta, ma non riesco a vederlo. Deglutisco angoscia e accettazione, fedeli compagne notturne, quando nemmeno il riscaldamento a pavimento dei 24 metri quadrati di prigionia che mi ospitano riesce a placare il tremolio del mio corpo.
Sono a 30 metri di distanza dal suolo, l’aria è densa, mi entra nelle narici insieme all’inquinamento della città. Ho un capogiro mentre penso che potrei decidere di rispondere al messaggio di K. per azzerare di colpo la sospensione della verità.
In ascensore, diretta qui, nel terrazzo del palazzo che ospita anche il monolocale in cui vivo, ho pensato al custode a mezza giornata dell’edificio, un nordafricano che si fa chiamare Luca. Da mesi mi auguro di non incontrarlo, per non dover subire il suo sguardo interrogativo mentre si domanda come mai la cassetta della posta che porta il mio nome stia straripando di lettere. Ogni sera, al rientro, mi volto nella direzione del cassettone sospeso abitato dai cognomi dei condomini, rimandando la decisione di fare pulizia. Come potrei sperare nel miracolo della comprensione nel raccontargli dell’abilità acquisita nel tempo a selezionare i pesi? Di come ho imparato a eludere ogni non-necessità?
Oggi ho mentito a M. per la prima volta. Gli ho detto che ero tranquilla, ma ero inquieta all’idea di arrivare qui. Sono tre anni che tento di salire su questo terrazzo. M. mi ha dato la spinta.
Sento l’abbaiare sempre più insistente. Mi volto e mi trovo di fronte un rabbioso molosso. Non è vero che il cane che abbaia non morde, lui vuole farlo. Mentre agguanto il coraggio che mi è mancato in questi tre anni, si appresta ad azzannarmi. Mi manca per un pelo. Continua ad abbaiarmi contro, mentre a braccia larghe raggiungo il piano asfaltato.
Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!