Vi ricordate di Björk? Sembra sparita dai radar, ma in realtà è semplicemente andata tanto avanti da lasciarsi indietro il pubblico mainstream e fare esattamente quel cazzo che vuole, cosa che mi sembra comunque facesse abbastanza anche quando il mondo (me compreso) si è accorto di lei e dell’Islanda. Nel 1994 Björk ha appena conosciuto il successo internazionale da solista e si appresta a spaccare tutto, e il governo islandese (presumo, ammetto di non essermi addentrato più di tanto in questa storia) le dà il compito di selezionare un tot di artist* per creare una raccolta musicale atta a celebrare il cinquantesimo anniversario dell’indipendenza islandese: fra quest* lei seleziona una canzone dei Victory Rose, che di lì a qualche anno diverranno piuttosto famosi anche loro col nome di Sigur Rós. Ora stacchiamo a qualche anno più tardi, al 2008 per la precisione, quando Björk continua a fregarsene delle mode e la stella dei Sigur Rós, ancora brillante, comincia a non passare più su Mtv perché il mercato ha un bisogno spasmodico di qualcos’altro: in questo periodo esce il primo disco di un pianista, anche lui islandese, che la band in parte lanciata da Björk decide di portarsi in tour, dandogli sicuramente una mano a mostrare il suo talento che, comunque, già non era sfuggito ai radar degli esperti di musica. Quel pianista e compositore è Ólafur Arnalds, e tutta questa bella storia di supporto fra musicist* islandesi è stata scovata nei meandri di Wikipedia solo per voi, amic* di Tremila Battute!
A far arrivare Arnalds su queste schermate invece è stata Giulia Mammana, foggiana classe 1989 nata da madre leccese e padre siciliano. Visto che i confini delle sue origini sono fin troppo stretti lei decide di allargarli, laureandosi prima alla University of St. Andrews per poi vivere da nomade fra Londra, Bruxelles, Milano e Cardiff. Appassionata di thriller e mistery novels, che divora famelicamente, Giulia ha lavorato come copywriter in tre lingue diverse e oggi scrive racconti e poesie sia in italiano che in inglese, come questo pubblicato a inizio mese su Liberi di scrivere.
Chi è invece Ólafur Arnalds? Di certo non uno di cui possiamo ripercorrere la carriera in maniera cronologica, non perché sia lunghissima ma perché è variegata, piena di scarti che allargano sempre più la sua sfera musicale pur lasciandola incentrata sull’amato piano. E dire che non era nemmeno lo strumento con cui ha iniziato, figuriamoci il genere: nel 2003 suona la batteria nella band hardcore metal Fighting Shit, inizia a suonarla anche nei metallosi Celestine (tuttora attivi) e, giusto per variare un po’, si avvicina al piano e alla composizione. Per qualche anno resta con i piedi in due staffe apparentemente distanti anni luce, registrando intro e due outro per l’album Antigone del 2004 degli Heaven Shall Burn (li ricordo per la violentissima sigla del programma Extreme South Punk su Radio Lupo Solitario, scusate momento amarcord), restando dietro le pelli nell’album d’esordio dei Celestine del 2008 (At the borders of arcadia, sei brani i cui titoli compongono la scritta “Despair and witness the ruin of God and me”) e lavorando al suo esordio solista che esce lo stesso anno ed è di… musica classica contemporanea. Eulogy for evolution, pubblicato dall’inglese Erased Tape Records che lo aveva messo sotto contratto l’anno prima, è l’ambizioso esperimento di un artista fuori dal comune che si prefissa di musicare il viaggio della vita, dal momento della nascita a quello della morte, affidandosi al suo piano, agli archi, a una spruzzata leggerissima di musica elettronica e alle sue emozioni senza dimenticare le proprie origini distorte, che emergono prepotenti in un frammento post metal nella traccia finale 3704/3837, frammento che si disintegra velocemente arrivando alla conclusione quasi come fosse un addio al proprio passato: da qui in avanti Arnalds è un altro, anzi molti altri.
Rimanendo fedele a una linea musicale che sta fra il pop e la musica classica, tendendo verso l’uno o verso l’altra a seconda dei casi, Arnalds non passa anno senza produrre qualcosa, che siano Ep, album, collaborazioni, colonne sonore o side project. Stabilire chi è significa scovare il filo che unisce gli esperimenti di Found songs (2009) e Living room songs (2011), composti da sette canzoni pubblicate inizialmente in maniera gratuita sul sito dell’etichetta al ritmo di un brano al giorno, i dischi in coppia col compagno di etichetta Nils Frahm, il duo elettronico Kiasmos formato con Janus Rasmussen, le rielaborazioni di brani di un certo Fryderyk Chopin nell’album del 2015 The Chopin project in collaborazione con la pianista Alice Sara Ott e l’incursione nella musica tradizionale islandese di Island songs (2016), sette brani per sette settimane registrati con musicisti locali, il tutto andando avanti e indietro senza pretese di completismo in una carriera che lo ha visto anche vincere un BAFTA per la colonna sonora della serie televisiva Broadchurch e includere un suo brano, A stutter, nelle soundtrack di due film agli antipodi come Taken 3 e Mia madre di Nanni Moretti. Ci piace pensare, in questo tourbillon musicale sempre uguale e sempre diverso in ogni iterazione, che ciò che spinge Arnalds in ogni progetto sia sempre la stessa motivazione, racchiusa in questa sua frase trovata sul sito Pianosolo: “La scena classica è un po’ chiusa per le persone che non hanno studiato musica per tutta la vita. Vorrei portare la mia influenza classica alle persone che di solito non ascoltano questo tipo di musica, per aprire le menti della gente”.
Non vi sarà sfuggito, se avete aperto il link soprastante, che lo spartito reso disponibile dallo stesso Arnalds inserito nell’articolo è quello di Saman, terza traccia del disco Re:member del 2018 uscito per Decca Records. Due minuti scarsi di leggiadria pianistica sporcati appena da scariche elettroniche lasciate a rotolare in sottofondo, un’atmosfera lieve e malinconica sulle cui note Giulia ha appoggiato le parole di una lettera, quella che una donna cerca di inviare alla sorella lontana per spiegarle la sua vita tramite grandi rivelazioni e piccoli accadimenti che forse sono più importanti del quadro generale. Potete leggere la storia di Saman ascoltando la canzone che porta il suo stesso nome un poco più in basso: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
Scarica il numero Zero, il numero Uno e il numero Due della fanzine di Tremila Battute!
Saman, di Giulia Mammana
Sorella,
Ci sono molte cose che devo dirti. Quando mi immagini indaffarata a raccogliere i piatti sporchi dai tavoli di un locale, immagini un’altra persona. La verità è che passo le mie giornate su un letto sformato, in un appartamento di cinquanta metri quadri di un quartiere residenziale un po’ fuori mano. Aspetto i clienti dalla mattina fino alle quattro del pomeriggio, e per tutto il tempo lascio che facciano quello che vogliono con il mio corpo mentre io penso alla spesa, alle altre commissioni da fare, alle pulizie di fine giornata. Non era così che immaginavo la mia vita, ma questo lavoro mi serve per pagare le bollette. Sono diventata troppo cinica?
So che avresti mille domande, che vorresti sapere perché te l’ho tenuto nascosto così a lungo. Ti chiedo pazienza, oggi voglio parlarti di qualcos’altro.
Ho incontrato un uomo. Faceva la fila alla cassa del supermercato sotto casa, da lì riuscivo a sentire il suo profumo, un’essenza di sandalo intensa che emanava dal suo collo. Aveva modi gentili con la cassiera, che scherzosamente chiamava ‘Ninè’.
“Hai solo quello, vuoi passare?” mi ha chiesto, indicando il pacco di crackers che avevo in mano.
“Grazie” ho risposto. Ci siamo guardati negli occhi per qualche secondo, senza che riuscissimo a distogliere lo sguardo. Che occhi, Maryam. Del colore delle foglie e della corteccia degli alberi.
“Non sei di qui, vero? Da dove vieni?” mi ha chiesto dopo, quando siamo usciti dal supermercato con i nostri sacchetti in mano.
“Dall’Iran”
“Che bel viso che hai”
Ho sentito le mie guance arrossarsi e una leggera fitta al petto.
Lavora al Centro d’Igiene di fronte casa, lo so perché lo vedo spesso uscire fuori a fumare. Mi affaccio dal balcone apposta per guardarlo. A volte l’ho visto intrattenersi con una collega bionda e mi ha preso come una morsa allo stomaco che non riuscivo a controllare.
La seconda volta l’ho incontrato una mattina al bar. “TI posso offrire un caffè?” mi ha chiesto. Ci siamo seduti a un tavolino che affaccia sulla strada e abbiamo parlato a lungo. Ho parlato anche di te, Maryam, dei tuoi sogni audaci da artista. Alla domanda “E tu, che sogni avevi?”, non ho saputo rispondere. Se lo chiedessero a te, sapresti cosa dire: che fantasticavo di sposare un uomo bellissimo e capace, che mi trattasse come una rosa delicata. Un sogno da bambina.
Poi, un giorno di pioggia, me lo sono trovato davanti alla porta di casa. Non ha detto una parola, mi ha solo mostrato il denaro. Si è spogliato con foga e abbiamo fatto sesso. Anche nell’urgenza, è stato gentile. “Posso rivederti?” mi ha chiesto dopo, prendendo una sigaretta dal pacchetto nuovo. Gli ho risposto: “Preferirei di no”. Non mi sono mai più affacciata dal balcone per guardarlo fumare.
Saman rilegge la lunga bozza di messaggio, impressa sullo schermo del cellulare. L’ha scritta nel corpo di un’e-mail, indirizzata a nessuno. Fissa lo schermo per qualche minuto. Forse la invierà un altro giorno, forse.
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2 pensieri riguardo “Racconto in musica 195: Saman (Ólafur Arnalds – Saman)”