Musica per organi cibernetici: Whatever, disco breve dei God Of The Basement

Sono sicuro che le mie orecchie avevano già incontrato i God Of The Basement in precedenza. Il loro nome, il mix electrorock che caratterizza la loro musica, tutto questo mi risuona nel cervello senza che però riesca ad arrivare alla fonte originale di questa visione sonora. Probabilmente non era scattata la scintilla, chissà se per l’idioma visto che fino allo scorso album la band, attiva dal 2016, prediligeva l’inglese per esprimere i propri concetti: Whatever, disco breve, uscito per il collettivo Stock-a Production il 7 febbraio, rappresenta invece il primo episodio in italiano, un passaggio che mi ha attirato e ha fatto fare al mio cervello il “clic” necessario a dare ai nove brani del disco tutta l’attenzione necessaria.

Dopo una breve Intro a base di gracidii elettronici e introduzione, nomen omen, del ritmo del brano che la seguirà veniamo gettati direttamente fra le braccia di Bivio, una corsa spezzettata di sample elettronici su cui la drum machine e la batteria percussiva di Alessio Giusti picchiano martellanti mentre la voce di Tommaso Tiranno salmodia in continuazione una libera riflessione sul rapporto complicato col divino, deviando, degenerando, avvicinandosi nella sua forma mutevole alle cose più sperimentali del Giovanni Succi solista e chissà che non sia stato questo elemento a farmi alzare un orecchio e dire “ah però, qui c’è trippa per gatti” (vetusto termine che magari si usa solo dalle mie parti per dire che l’interesse sembra ben riposto).

La musica dei God Of The Basement è un incubo per luddisti, un rullo meccatronico che avanza ignaro di tutto, la ripetitività come suo mantra ritmico, l’industria come base del suo suono. Anche basso e chitarra vengono trasfigurati in un processo che impaluda il primo fino a renderne quasi indistinguibili le note e trasforma in un mostro sferragliante la seconda in una maniera che renderebbe forse orgoglioso il primo Trent Reznor . Al mood imperante e ansiogeno si adegua anche la voce con testi sovrabbondanti, un mare di parole di cui a volte si perde il significato a causa di un mix che privilegia l’esperienza al senso, lasciando il cantato spesso a sgomitare con gli strumenti pur con le dovute eccezioni: basta ascoltare Acqua alla gola per trovare rimandi al dramma dei migranti, suggestioni su cui rimuginare più che critiche aperte, ma anche in Misera la musica lascia inizialmente più spazio alle parole, salvo comprimerle sempre più fra le distorsioni mentre Tiranno continua ad esclamare “questa sera è una sera del cazzo”.

Pur guardando al futuro Whatever, disco breve ha forti legami con gli anni 90. Certo l’industrial, riconoscibilissimo nella chitarra monocorde e ossessiva di Enrico Giannini che invade il ritmo da marcietta militare in Delirio, ma anche il dub/trip hop di cui si avvertono echi in Serpe al suolo ed è eseguito come da lezione (forse fin troppo aderente al canone) nella liquida Ogni cosa ha già il suo nome, dove il basso di Rebecca Lena ha modo di mostrare tutte le sue qualità.

Così descritto sembrerebbe un disco freddo quello dei God Of The Basement, ma non è così: c’è un’ironia di fondo che traspare dal gusto per i giochi di parole all’interno dei testi, a cui va aggiunta l’attitudine a non prendersi sul serio che può avere solo chi pensa un Intermezzo che si apre con voci bislacche che sembrano provenire dai peggiori bar di provincia e chiude con il pastiche lo-fi di Agata della pietà, in cui la gioia e la luce possono finalmente entrare, guarda un po’, nell’unica canzone in inglese del disco, lasciando poi che gracidii sonori chiudano il cerchio in previsione di un nuovo inizio. Non è un disco perfetto Whatever, disco breve, e come da titolo non dura nemmeno troppo, ma di sicuro questi nove brani non passano inosservati.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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