Fra i mille articoli che vorrei scrivere e non scrivo (ho bigiato anche questa settimana, perdonatemi) ce n’è uno sulle canzoni che mi fanno piangere. Non ne farò un elenco ora, anche perché se no mi gioco l’articolo, ma almeno un paio di esempi li posso fare (forse uno l’ho fatto anche a corollario di questo racconto): il momento in cui Mladic dei Godspeed You! Black Emperor si oscura dopo un quarto d’ora di musica e il lungo sfogo finale di Sensitivo dei purtroppo da lungo tempo disciolti Kaleidoscopic. In una riconosco l’abilità inarrivabile dei GY!BE di costruire emozioni (uno dei brani che comporrebbero l’articolo è degli A Silver Mt. Zion, cioè più o meno le stesse persone che fanno qualcosa di simile ma cantando anche), nell’altra la capacità di tirare fuori tutta la propria anima a colpi di urla. A volte però non è così immediato capire cosa mi tocca, anche se alcuni di questi elementi possono essere presenti: perché quel modo di essere veri nel proprio sfogarsi c’è totalmente anche in quel “ti mangio” che Lamante urla a un certo punto in Non chiamarmi bella, e forse è proprio la semplice connessione con ciò che vuole esprimere che a me fa venire i lacrimoni agli occhi quando la sento. E toh, guarda un po’ (non l’avreste mai detto dal titolo, eh?), è proprio Lamante l’ospite musicale di questa settimana!
A permettermi di parlare di lei è Barbara Rendina, torinese classe 1980 tuttora residente nel capoluogo piemontese con la sua famiglia. Laureata in Lettere Moderne e in Scienze della formazione primaria, Barbara lavora come insegnante e nel tempo libero ama nuotare, cantare accompagnandosi (male) con la chitarra (da pessimo chitarrista che sa giusto fare quattro canzoni in croce riuscendo anche a cantare quasi la invidio) e perdere tempo… almeno quando non scrive, passione nata come esigenza personale e che l’ha portata negli anni a scoprire la bellezza insita nella fatica che comporta questa attività. In anni recenti ha pubblicato alcuni racconti in raccolte varie, noi coi nostri potenti (?!?) mezzi siamo riusciti a trovarne uno pubblicato da Racconticon che nel titolo, neanche a farlo apposta, richiama proprio una bella canzone.
La discografia di Lamante, all’anagrafe Giorgia Pietribiasi, è composta da un solo album, ma già è bastato a metterla sotto i riflettori: a farla finire sotto i nostri è stata la curiosità derivata dal primo posto nella classifica di fine anno di Rockit, con cui non sempre concordiamo ma che ci dà spesso modo di scoprire la musica di artist* che, usando una frase che in contesto sanremese è stata largamente utilizzata nell’ultima settimana, non avevamo visto arrivare. Nata nel 1999 a Schio, in provincia di Vicenza, a Pietribiasi il padre cerca di mettere una chitarra in mano già a sei anni ma è lei a decidere quando imbracciarla, segno di un rapporto con la musica che vuole essere personale e indipendente. Indipendente anche nel senso più stretto che noi diamo a questa parola, perché in questo articolo apparso su Rolling Stone in occasione dell’uscita del disco d’esordio accenna a come si addormentava da piccola sulle note dei CCCP e alla reazione viscerale avuta al suo primo concerto, i Massimo Volume (a nove anni, scopro in questa intervista: tanta invidia, io ho dovuto aspettare oltre i diciotto anni per andare a vedere i Punkreas): parla anche di tante altre cose, del nonno con cui ha abitato fino ai sette anni nei campi a tirar su patate e mungere vacche, di una zia morta di overdose prima che lei nascesse e di cui in famiglia non si parlava, dell’incontro con il produttore Taketo Gohara che la scopre tramite una preproduzione fatta con cuffiette e Garageband e decide insieme ad Andrea Rodini, che già lavorava con Pietribiasi, di produrre con lei i brani che comporranno In memoria di, uscito a maggio 2024 per Artist First.
Che dire del disco? Pietribiasi afferma di avere concentrato venticinque anni di vita in questi undici brani (scelti fra più di cento che aveva), e la sua biografia entra sicuramente all’interno dei testi che però non spiegano dettagliatamente, creano un’atmosfera con le note che è ora delicata (Prima di te), ora incazzata (Non chiamarmi bella), spesso un mix delle due cose perché come condensi in un solo stato d’animo una vita che in soli ventiquattro anni l’ha vista andarsene di casa a sedici anni, trasferirsi a Milano in tempo per trovarci una pandemia, tornare a Schio, iniziare lì a scrivere e registrare un disco per ritrovarsi poi, perché questo non lo poteva sapere mentre In memoria di nasceva, ad aprire il concerto al Flowers Festival di Collegno di quei CCCP con cui si addormentava da piccola (qui una testimonianza diretta di quell’esperienza)? Al fianco delle parole con cui esprime la sua memoria e in particolare quella delle donne della famiglia (riprendendo le sue parole dall’articolo di Rolling Stone: “Questa violenza degli uomini, questo voler fare la storia delle donne della mia famiglia si è propagata generazione dopo generazione fino a me. Per me è molto importante quest’album, perché qui finalmente sono le donne a parlare”) anche la musica si fa eterogenea, cantautorato scarno basato principalmente su voce e chitarra in brani come Ed è proprio così e potenza rock trattenuta fino a farne percepire la tensione sottopelle in Rossetto, il tutto coadiuvato da una efficacissima sezione fatti che riesce a rendere tutto migliore (ma ammetto che quando si parla di fiati sono assolutamente di parte). Da questi undici brani sono nate tante cose, un tour che non è ancora finito ad oggi, tante collaborazioni con Levante, Delicatoni e Paolo Benvegnù, il premio di Rockol come Miglior artista emergente 2024 (che, giusto per essere completisti, si somma al secondo posto del Rock Contest 2022 di Controradio e al premio NUOVOIMAIE 2023 di Musicultura, quest’ultimo conseguito col brano L’ultimo piano) e di sicuro ci staremo dimenticando qualcosa, così come ci siamo dimenticati di approfondire quel moniker, Lamante. Lo facciamo qui, riprendendo le sue parole da un’intervista su YouTube con il giornale online Musica 361: “Lamante, in francese, vuol dire mantide religiosa, una figura, un concetto di potenza femminile per me molto forte e che mi appartiene molto. Un altro significato è quello che nelle relazioni l’amante è quella terza figura che si prende sia il meglio che il peggio, nel senso che non ha alcuna responsabilità però non può nemmeno viversi una relazione a pieno, e io molte volte ho avuto questo rapporto con il mondo in generale. E poi l’assenza di apostrofo per me rappresenta anche l’unione di quello che per me è l’amore, che è stato sempre un rapporto molto travagliato, per me casa ha sempre significato inferno e quindi mi chiedo cosa vuol dire per me l’amore se casa vuol dire questo; e quindi l’assenza di apostrofo è per unire questi concetti”.
Ed è proprio così è la quinta traccia di In memoria di, un brano che nella leggerezza della sua atmosfera racchiude tutta la complicatezza di un amore che sfiorisce e la difficoltà che comporta restare sol*. Il racconto di Barbara, nato in realtà sulla base di un’altra canzone (traducete il titolo in inglese se volete un indizio), ci è sembrato sposarsi bene con le parole di Pietribiasi: la solitudine che spinge il protagonista del racconto sempre nello stesso bar, anelando di riuscire a parlare prima o poi con la cameriera, è emblematico di una difficoltà di comunicazione universale che da sempre ci coglie quando cerchiamo di esprimere quel sentimento strano e al tempo stesso basilare che chiamiamo amore. Potete scoprire più in basso se questa storia avrà un lieto fine o meno, non prima di aver ascoltato il brano a cui abbiamo deciso di associarlo, mentre a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
Scarica il numero Zero, il numero Uno e il numero Due della fanzine di Tremila Battute!
Cuore di vetro, di Barbara Rendina
La guardava come ogni giovedì sera da quattro mesi a quella parte, seduto a un angolo del bancone, mentre lei, indaffarata, passava senza sosta da un tavolo all’altro, cercando di accontentare tutti i clienti. I capelli raccolti, il grembiule stretto in vita e quel modo tutto suo di prendere le ordinazioni sul taccuino: era per lei che frequentava quel locale, sedendosi sempre sullo stesso sgabello, ripromettendosi invano di parlarle. Qualche volta gli era parso di cogliere uno sguardo prolungato nella sua direzione, a cui lui aveva risposto con un sorriso.
Dopo aver sorseggiato la birra si alzò per andare in bagno e, nel tornare verso il bancone, se la ritrovò davanti. Per un attimo furono faccia a faccia.
Lui sussultò. «Mi scusi», disse a voce bassa.
«Si figuri», rispose lei sorridendo.
Lui aprì la bocca per parlare ancora, senza sapere cosa dire, ma lei fu più veloce: «È la prima volta che viene qui da noi?», chiese.
La guardò, come se davvero fosse la prima volta, poi rispose. «Sì», disse, abbassando la testa.
«Per i clienti nuovi, abbiamo una tessera fedeltà, ogni dieci consumazioni ce n’è una gratis», rispose lei sorridendo, come se fosse un nastro registrato.
Lui bofonchiò un grazie quando era già troppo lontana per sentirlo, poi raggiunse il bancone ancora frastornato, inciampando nella giaccia di un uomo seduto a un tavolo.
«E stai più attento», disse il tizio.
«Mi spiace», rispose lui impacciato.
Abbassò gli occhi. La giacca appena calpestata era di un arancione sgargiante. Pensò che sarebbe stato bello, anziché i suoi jeans e felpa anonimi, avere addosso qualcosa che lo rendesse visibile.
Finì la birra più in fretta del solito, gettò ancora una rapida occhiata verso la cameriera, poi lasciò i soldi sul bancone e, prima di andarsene, fece scivolare il bicchiere vuoto nella tasca della giacca. Percorse quasi di corsa la strada fino a casa, aprì la porta e andò in camera da letto. Tirò fuori il bicchiere, appoggiandolo sul pavimento. Si sedette sul letto, poi lo afferrò nuovamente e lo osservò per qualche minuto: sulle sue pareti lisce, visibili soltanto a un occhio attento, custodiva, tra i residui di schiuma, le impronte delle dita della cameriera. Inspirando, lo strinse al petto. Lasciarsi toccare dal vetro era l’unico modo per raggiungerla.
Ma ancora non era abbastanza.
Scagliò il bicchiere a terra, tolse le scarpe e si lasciò graffiare le piante dei piedi dai frammenti sparsi sul pavimento. Prima le schegge lo punsero appena, quasi accarezzandolo, poi lui premette più forte e il sangue iniziò a macchiare la spugna bianca dei calzini.
Guardò ancora quei piccoli pezzi finché, zoppicando, andò a prendere la scopa e li accumulò nella paletta. Poi raggiunse l’armadietto dei medicinali e tirò fuori il disinfettante.
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