Ognuno ha la sua idea sui generi letterari (conosco almeno una persona che ritiene obsoleto ragionare in termini di generi, e se estendo il discorso al fronte musicale devo ammettere che sono una comoda gabbia per i critici musicali, o i dilettanti come me, per spiegare meglio un disco. Spero che a nessun fratello d’Italia sia venuto un infarto con questo discorso, so che per loro la fluidità è difficile da accettare. Lo spero?), così come ognuno ha i suoi generi preferiti. Più difficile è riuscire a spiegare perché prediligiamo un certo genere rispetto agli altri. Cosa ci appassiona di un giallo? Perché ci sentiamo attratt* dai mondi altri di un fantasy? Di per me, mi sono dato qualche risposta riguardo alla mia fascinazione per la fantascienza, o almeno per una certa parte della fantascienza (detto che ogni buon* autor* declina i generi nella propria forma particolare, rendendo più fluido il panorama letterario. Oh no dottore, ora è venuto un infarto a un* leghista! Sì, lo so che l’asterisco non l* aiuta, ma è più forte di me!). Ne apprezzo il lato di puro intrattenimento (tipo Star Wars, il che non vuol dire che la saga di Lucas non abbia contenuti eh. Quant* appassionat* della saga ho perso con questa frase? Niente, oggi solo nemic* mi faccio), ancora di più quello distopico (raramente utopico) che immagina i pericoli che affronteremo in futuro, adoro quella “filosofica” che ragiona su situazioni ed entità completamente estranee al nostro modo di pensare (due ovvi titoli su tutti: Solaris e Picnic sul ciglio della strada) ma soprattutto, da lettore che si è formato con Philip K. Dick e si è poi scimmiato con Black Mirror, ciò che mi appassiona di più della fantascienza è quando ci fa comprendere l’oggi attraverso il futuro, o prefigura le conseguenze future delle storture di oggi. Anche qui, come per il discorso utopia/distopia, il pessimismo va per la maggiore (se avete visto Strange days immaginate la tecnologia che permette di vivere i ricordi delle altre persone utilizzata per far capire cosa si prova nei loro panni, invece che come droga. Lo avete fatto? Bene, ora non fregatemi l’idea che è lì in un cassetto del mio cervello da un po’, o se ve la fregate utilizzatela bene almeno), ma ci sono sprazzi di luce o, se non altro, scale di grigio in cui le modifiche alla nostra società possono apparire più complesse e stratificate di un semplice discorso bene/male. Tutta questa lunghissima introduzione, piena di parentesi e possibile decimazione del governo eletto, per introdurre Maria Rosaria De Santis e il suo racconto, che racchiude alcune caratteristiche della fantascienza che prediligo ed è ispirato a una canzone dei Savana Funk.
Ventiseienne di Torre annunziata, Maria Rosaria scrive da quando era bambina e nel corso degli anni ha già ricevuto parecchie soddisfazioni. La sua passione si è canalizzata principalmente verso la poesia, pubblicando nel 2022 la sua prima raccolta L’amore immaginario (L’Erudita) e apparendo con i propri componimenti su La Repubblica, L’Altrove e sulla rivista di poesia e traduzione The Polyglot Magazine. Appena Maria Rosaria comincia a sperimentare coi racconti la stessa rivista canadese la ospita nuovamente, così come CrunchEd e Medusa Racconti. Laureata in legge nel 2021, si sta specializzando nel campo della protezione dei diritti umani e a breve uscirà la sua seconda raccolta di poesie.
Esistono band che non esistono, parafrasando uno degli storici trailer di Maccio Capatonda, e all’inizio per i Savana Funk è proprio così. Musica analoga (2016), quello che diventerà ufficialmente il primo disco della band formata da Aldo Betto (chitarra), Blake Franchetto (basso) e Youssef Ait Buozza (batteria), esce a nome del primo con il featuring degli altri due musicisti (e la collaborazione di svariati altri, fra cui il membro non ufficiale Nicola Peruch che li accompagnerà in quasi tutti i dischi sia come musicista che come compositore) ma può già essere considerato parte del “canone” della band visto che da lì in avanti i tre non smetteranno di fare musica insieme. Conosciutisi a Bologna nel 2015, i Savana Funk non ancora Savana Funk cominciano subito a sperimentare il loro travolgente mix di jazz, blues, funk e afrobeat, capace di farsi morbido (ascoltate Strada maggiore nel primo disco) ma più efficace quando si tratta di far scatenare la platea (o anche semplicemente l’ascoltatore contro le pareti di casa sua). Anche Savana Funk, uscito nel 2017 per l’etichetta Brutture Moderne, utilizza la formula Aldo Betto feat. Blake Franchetto e Youssef Ait Buozza, ma basta un anno perché il trio si dia definitivamente lo stesso nome del disco e del primo singolo estratto (possono essere considerati omonimi?) pubblicando sempre per Brutture Moderne Bring in the new, al contempo il primo disco ufficiale e il terzo ufficioso. La formula? Sempre la stessa e sempre diversa, un mix che muta di brano in brano sia a livello di ritmo che di atmosfera, scatenato o riflessivo a seconda dei casi e dell’estro, a volte tutto in una sola canzone (gli otto minuti di Zahra, all’interno di Bring in the new, sono un comodo breviario ovviamente non esaustivo delle capacità del trio), una formula che li porta all’attenzione di un nome piuttosto noto della musica italiana, Jovanotti. I Savana Funk si guadagnano con merito il palco del primo Jova Beach Party, allargando a dismisura il loro pubblico e proiettandoli anche in tv a Propaganda live, il tutto senza snaturare il loro sound.
Nel dicembre 2020 la band pubblica un paio di brani col percussionista Kalifa Kone e con la cantante Kadi Coulibaly, succulento antipasto di ciò che sarà di lì a poco Tindouf, il disco che nel 2021 sancisce l’inizio della collaborazione con Garrincha GoGo, emanazione dedicata alla world music dell’etichetta bolognese. Il disco prende il nome dall’omonima città algerina che è sede di uno dei maggiori campi profughi dello stato, situato in una zona inospitale soprannominata “Devil’s Garden” a causa delle frequenti tempeste di sabbia e delle generali condizioni climatiche estreme: a dispetto della descrizione appena fatta la canzone che da quella città prende il nome, aperta da una lunga intro a base di voci e percussioni, trasmette più gioia che dramma, rispettando l’intento di descrivere attraverso la musica “the journey, the dream, the palpitation, the fear, the hope, and the madness that dwells inside these nomadic human beings”. Riprendendo dalla loro pagina Bandcamp la descrizione che loro stessi fanno del disco
With this new release, Savana Funk is asking their audiences not to look the other away, but to become aware of the historical significance of these migrations, to keep in focus what it means to be human and the consequent right that we all have, to search for a better future. To open our hearts and feel close to other human beings from all parts of the world as our brothers and sisters.
Instancabile dal vivo, il trio/quartetto si dimostra altrettanto pieno di energie (e di idee) in studio. Basta un anno perché venga alla luce, a ottobre 2022, Ghibli, quinto album pubblicato in pochissimo tempo ma non per questo stanco e mancante di inventiva: dalle loro menti e dalle loro chitarre, bassi (e contrabbassi), batterie e tastiere Betto, Franchetto, Buozza e Peruch tirano fuori sempre ritmi trascinanti e melodie evocative, parzialmente riproposte in versioni remixate nel 2023, anno in cui per festeggiare i sette anni della band viene anche rilasciato l’Ep di due brani Live! Raw & naked, che se siete fan della prima ora vi siete probabilmente accattat* aggratis visto che per i primi sette giorni è stato reso liberamente scaricabile. Fra i remix di Ghibli appare anche il nome del produttore e musicista Gaudi, col quale la band a marzo di quest’anno, sentendosi con le mani libere da troppo tempo, ha prodotto attraverso l’etichetta Record Kicks l’Ep di quattro brani Raha (termine marocchino che indica tranquillità e pace mentale, paradigmatico del messaggio che la band vuole portare al proprio pubblico), influenzando la propria musica già di suo ormai piena di suggestioni con il sound della Cosmic-Disco dei tardi anni 70, un mix portato anche dal vivo fra la fine del 2023 e l’inizio del 2024 in un club tour chiamata Savana Sound System articolato in jam session con dj e producer internazionali: da ottobre sono invece in giro con il Samsara Tour che si concluderà a Milano il 22 gennaio, io vi aspetto in Santeria ma seguiteli sui social (o guardate qui) per trovare tutte le date.
La canzone che ha influenzato Maria Rosaria è stata Wa zina, il primo brano in italiano (e in generale uno dei pochi cantati) della band che vede la collaborazione di Willie Peyote, uno che da queste parti apprezziamo fin da quando lo abbiamo sentito duettare con gli Eugenio In Via Di Gioia (due esempi del fatto che Sanremo ha fatto anche cose buone). Brano dedicato alla lotta delle donne persiane contro l’oscurantismo della teocrazia iraniana, a Maria Rosaria la musica dei Savana Funk e le parole di Willie Peyote hanno ispirato un racconto che, per usare le sue parole, parla del “desiderio di liberarsi da un senso di oppressione che potrebbe derivare sia da un momento di vita personale che da una più ampia insoddisfazione politica”. Come il brano che le ha fornito l’ispirazione anche il racconto di Maria Rosaria vuole essere un augurio di libertà, e alla vigilia della Giornata internazionale contro la violenza contro le donne sono felice che il caso e non una pianificazione deliberata abbiano portato questo testo sulle nostre pagine: viene veicolato da musicisti uomini su un blog fondato da un uomo, ma in fondo se ho imparato qualcosa negli ultimi anni è che il 25 novembre dovrebbe servire a educare proprio noi piuttosto che a far sentire in colpa le donne che non vogliono o non riescono a denunciare abusi che non dovrebbero subire. Buon ascolto, buona lettura e buone riflessioni.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
Scarica il numero Zero, il numero Uno e il numero Due della fanzine di Tremila Battute!
Un fatto di vergogna, di Maria Rosaria De Santis
A Flora
Il terzo giorno finalmente mi tocco le braccia con le dita tutte sporche di terreno e sento il legno scontrarsi con il legno, il rumore della corteccia graffiata. Per la gioia vorrei gridare, ma già la mia voce umana scompare, affonda nel mio corpo giù per la gola e si spegne sul fondo della pancia, dove prima c’erano gli organi interni.
Al centro mi hanno assicurato che l’effetto della cura sarà immediato e irreversibile. Ho dovuto firmare molti moduli e superare alcuni esami. La direzione, mi hanno spiegato, intende assicurarsi che accedano alla procedura solo le persone davvero motivate. Voler morire non è sufficiente. – Lei comprenderà -, mi hanno detto, – per quello c’è la Svizzera. Il servizio che offriamo qui è diverso, una finezza se vogliamo dirla tutta, niente a che vedere con le porcherie che ci sono in giro. Un’invenzione del nostro fondatore che attualmente vive nascosto in una località segreta, nell’eventualità che succeda quello che la concorrenza si augura da tempo. Capirà che si tratta di illazioni infondate: noi operiamo alla luce del sole, è tutto perfettamente legale. Abbiamo clienti da ogni parte del mondo -.
Ho firmato tutto quello che mi hanno chiesto di firmare, per pagare ho venduto la casa e la macchina, ma ancora non bastava. Allora ho chiesto ai miei genitori un prestito, ho detto loro la verità solo quando sono tornata dalla clinica il giorno dell’inizio della cura, dopo aver ingerito la prima pillola. Mia madre si è messa le mani in faccia, ha gridato: – Pure tu? Ma quanti sono gli infelici, in questo mondo? –
Adesso non ho più una casa, finché avrò ancora le gambe continuerò a vivere dai miei. – E dopo? – ha chiesto mia madre. – Per dopo dovrai comprarmi un vaso – ho risposto.
Il secondo giorno ho preso la pillola contrassegnata dal numero due. L’ho fatto al mattino, appena sveglia, sperando di vederne gli effetti già a sera. Mio padre mi ha chiesto il permesso di sedersi accanto a me, quando la cura sarà finita, di farmi ascoltare la musica o di leggermi il giornale. Immediatamente ho chiamato in clinica per sapere quante probabilità ci sono che io conservi il senso dell’udito. Nessuna, mi hanno assicurato, il nostro trattamento è altamente efficace e fa ciò che promette, non ci sono mai state lamentele. Ho detto a mio padre che mi avrebbe fatto piacere, lui ha pianto un po’. L’ho consolato, ho sentito le sue lacrime cadermi addosso, ma già pensavo ad oggi, che è il giorno finale della cura.
Stamattina mi sono svegliata e finalmente non ho più pelle morbida sul corpo. La mia pelle troppo docile finora è stata al mondo con pienezza, ha sentito tutti i tagli e le umiliazioni che le sono capitati. Presto, invece, non avrò più nemmeno una voce per pregare, e senza preghiera e senza desiderio tutto finalmente smetterà di girarmi forte attorno e di scuotermi e di farmi sentire come brucia il mondo quando si è fatti di carne. Rimarrà solo la vita senza la vergogna: rimarrà la vita, senza tutti voi.
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