Come stiamo messi a legame fra musica e politica? Non so se ci avete fatto caso durante qualche manifestazione, ma mi pare (libero di sbagliarmi, e anzi nel caso cazziatemi pure) che ci siamo adattat* a ritenere quel legame ormai spento o perlomeno ridotto a fiammella, il che non è poi così distante dalla verità: per una Odia gli indifferenti di Dj FastCut infatti è facile sentire in corteo (non che io partecipi a mille manifestazioni, il mio attivismo politico si limita al 25 aprile, al Pride e poco altro) mille altre canzoni che arrivano dagli anni 60 agli anni 90, magari qualcosa dai primi anni 2000 e poi… Silenzio. Non c’è più quindi politica nella musica di oggi, e magari addirittura degli ultimi vent’anni? Certo che no, di band e artist* che affrontano temi rilevanti ce ne sono ancora oggi e alcune le abbiamo ospitate pure qua, ma se oggi Paura dell’Islam dei Vintage Violence me la devo andare a cercare su YouTube trent’anni fa Curre curre guagliò dei 99 Posse finiva nella colonna sonora di un film di Gabriele Salvatores. La musica che fa politica è insomma uscita dai radar del pubblico di massa ma continua a venir scritta, suonata, agita ancora gli animi e chissà che un giorno non ci ritroveremo di nuovo con una colonna sonora che rivaleggi con quella di Sud o di altre pellicole del periodo: intanto questo cappello introduttivo attaccato con lo scotch mi serve a introdurre Papa Ricky, che di quella colonna sonora era parte integrante ed è stato ispiratore del nuovo racconto che ci ha donato Cristina Nori.
Cristina è stata una delle prime collaboratrici di Tremila Battute, essendoci passata a trovare già nel 2020 con questo racconto per poi tornare un annetto fa, in occasione del compleanno di Gesù, con quest’altro racconto. Negli anni ha scritto poesie, raccolte di racconti (Diario di una molecola psicoattiva, edito nel 2018 dalla casa editrice torinese SuiGeneris), ha partecipato ad antologie e collabora a tutt’oggi con Read And Play, realtà a noi affine che pubblicizziamo sempre volentieri: in attesa di nuove avventure letterarie siamo lieti di ospitarla ancora su queste pagine (o schermate che dir si voglia).
Indagare sulla carriera di Riccardo Povero, ovvero l’artista salentino che si cela dietro al moniker Papa Ricky, è più complicato. Poche informazioni frammentarie che partono dalla fine degli anni ’80, periodo in cui è attivo a Bologna e fa parte del collettivo Isola Posse All Stars, fondamentale per la scena hip hop nazionale e non solo: nata all’interno del centro sociale Isola nel Kantiere, la crew anima la campagna Stop al panico che porterà nel 1991 alla pubblicazione di un singolo omonimo, cercando di resistere allo sgombero del centro sociale (e di altri in giro per la città) in un clima teso con le forze dell’ordine anche a seguito della Strage del Pilastro da parte della banda della Uno Bianca. Della crew fanno inizialmente parte, oltre a Papa Ricky, anche Speaker Dee Mò, Deda, Gopher D e Treble, quest’ultimo già attivo con una band che sarà fondamentale per tutta la scena salentina, i Sud Sound System. Mentre la Isola Posse All Stars muta con gli anni fino a portare, con numerosi cambi interni, ai Sangue Misto, Papa Ricky inizia in proprio a giocare con reggae, hip hop, ragamuffin e musica elettronica, il tutto usando il dialetto salentino: il suo primo singolo, Lu sole mio, viene pubblicato nel 1992 dalla Century Vox, mentre l’anno dopo la sua A nnatu lu sole, grazie al già citato film di Salvatores, gli dà una visibilità ancora maggiore, tanto che il disco d’esordio Lu Papa Ricky glielo pubblica una major come Virgin. Successo e fama assicurati quindi? Non proprio, perché proprio da qui le informazioni su di lui cominciano a diventare più lacunose.
Servono infatti sette anni perché veda la luce un nuovo disco di Povero, che fa comunella con la band I Cauti (Evy Arnesano, Franco “Jamaica” Barletta e Gianluca “Pecos” Grazioli) per cucinare 13 semplici ricette, uscito per Giungla Records nel 2002. Sono anni in cui il trip hop risuona ancora in parecchie produzioni italiane e Papa Ricky, ben contento di sperimentare coi suoni e con le parole, miscela anche quell’influenza nel suo già denso sugo di influenze salentino-caraibiche: le strumentali Latte in polvere e Friggione denotano benissimo il legame con la climaticamente lontanissima Bristol, ancora più distante se ci si lascia scaldare dalla solarità contagiosa di brani come Imprevedibile, ma laddove le due anime si mescolano (in Bellu bellu ad esempio) l’ideale ponte con il Regno Unito non sembra affatto instabile, anzi. Nel 2012 Povero torna sulle scene con un nuovo disco, Villa Barca, pubblicato dall’etichetta Elianto e prodotto, fra gli altri, dall’ex compagno di posse Treble, ma è un disco di cui so dirvi molto poco se non attingendo a un comunicato stampa scovato su Internet (che mi è stato molto utile anche per fornirvi le informazioni di cui sopra): l’unica canzone di cui sono riuscito a trovare traccia è infatti il singolo Libero, meno sperimentale rispetto alle canzoni del disco precedente ma non so quanto identificativo di Villa Barca in toto. Da lì in avanti il buio, ma Povero non ha smesso di fare musica e di far muovere il culo alla gente che si presenta ai suoi concerti: l’ultima canzone di Papa Ricky, Ye ye c’è indica, è datata 2022, il che significa che con alti e bassi continua a lottare insieme a noi a più di trent’anni dal 1993 in cui Cristina lo vide esibirsi ai Murazzi di Torino, un concerto che lei stessa descrive come “pieno d’energia, ricordo un ragazzo solare e vitale come lo spirito delle sue canzoni”.
Ratatila, penultima traccia di 13 semplici ricette, è la canzone preferita di Cristina all’interno di un album che le è risuonato per intero in testa mentre scriveva il suo racconto. “Il ritmo da taranta sottolineato da voci e orchestrazione” del brano si è guadagnato il posto d’onore anche per l’accenno veloce nel testo a un ferragosto passato a ballare, completamente diverso da quello che passa a sudare sotto le lenzuola la protagonista del racconto: di quale natura siano i deliri carnali che la febbre le porta alla mente sta a voi scoprirlo, andando a leggerlo più in basso dopo i miei consueti auguri di buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
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Deliri carnali, di Cristina Nori
Fa caldo, d’altra parte è ferragosto.
Che bella coincidenza ammalarsi con questa temperatura e trovarsi sudati fra le lenzuola umidicce. Mi sento un gigantesco involtino primavera che non ha sopportato la frittura.
Gli altri sono in spiaggia a festeggiare – come biasimarli – e io mi crogiolo per il secondo giorno nel dormiveglia.
Non sento bisogno di cibo, solo acqua e penombra.
Veglia, sonno, tutto è alterato e mescolato in una strana dimensione. L’unico rumore è il ticchettio sul pavimento delle unghie del mio cane, che ogni tanto viene a vedermi: non credo sia premura, penso voglia accertarsi della mia capacità di portarlo a spasso.
Mi spiace, Ubu, dovrai attendere il ritorno del resto della famiglia per una passeggiata.
Nel sonno vengo colta da mille sensazioni. Non sono semplici sogni, sono vie che attraversano tutti i miei sensi. E sono parecchio bizzarre.
Ritorno con la mente a quando ero bambina e, a casa di mia nonna, si preparavano gli agnolotti per Natale o per Pasqua. Essendo piemontesi, gli agnolotti prescrivono come dogma un ripieno di carne, di arrosto di vitello per la precisione, e chi osa parlare di ricotta e spinaci rischia la scomunica.
Preparare gli agnolotti era un rito collettivo. Ci impegnava in quattro: nonna, prozia, mamma quando non lavorava e io. Preparavamo la sfoglia, che veniva tirata con la Imperia a manovella, l’arrosto e le biete, che venivano tritati e mescolati con uova e pangrattato per il ripieno.
Poi veniva la parte più divertente, ovvero riempire la sfoglia vuota col suo contenuto e chiuderla. Né troppo poco, per non far venire fuori un agnolotto misero, né troppo, per non farlo esplodere in cottura. In genere venivo cacciata via poco dopo l’inizio di questa operazione, perché era più il ripieno che mangiavo crudo rispetto a quello che mettevo nella sfoglia.
Succede che, in questo letto ferragostano, a me sembra di vedere il piatto di portata della nonna, di ceramica spessa, bianca, con dentro gli agnolotti al sugo di carne. Non solo lo vedo, ne sento il profumo. Sento nell’aria la noce moscata e il pepe nero.
Sarà il covid, ma mi sembra anche di sentire il rumore del cucchiaio del servizio buono – ché alle feste grandi si tirava fuori l’argenteria – battere contro il bordo del piatto e tirar su gli agnolotti fumanti.
Mi sveglio, in tempo per vedere il mio cagnone che mi scruta e mi fiuta col suo naso umidiccio. Non devo profumare dopo due giorni a letto, perché si volta e vedo allontanarsi il suo codone e i suoi succulenti quarti posteriori…
Mi ricordo all’improvviso perché sono vegetariana da anni.
Non mangerei il mio cane Ubuntu, anche se ogni tanto se lo meriterebbe, perché morde le mani e distrugge le ciabatte. Quindi perché mangiare un vitellino o un porcello?
Sono felice così, nonostante i ricordi mi abbiano riportato ad un periodo pieno d’amore. I miei deliri carnali sono diversi da ciò che si aspetta la gente, ma in fondo l’importante è che Ubu stia lontano dal ripieno degli agnolotti.
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