Una decina d’anni fa, senza l’allenamento necessario e per motivazioni ora confuse nella mia mente, decisi di farmi una vacanza in bicicletta andando da vicino a Novara fino a Roma. Geografia a scuola l’avevo fatta poco e male dalle medie in poi per cui (beata ignoranza) pensavo che una volta scavallato l’appennino tosco-emiliano avrei trovato lo stesso piattume della pianura padana ad attendermi: ora so che non è così, e lo sanno anche le mie gambe, ma con più informazioni e spirito di autoconservazione non avrei mai fatto quella sfacchinata e, visto che sono qui a raccontarlo, buona così. Già che dovevo fare delle tappe decisi che quello sarebbe stato anche un viaggio musicale, infatti mi fermai al confine fra Toscana e Lazio ad intervistare gli ormai disciolti (ahinoi) Dondolaluva e prima ancora, a Firenze, l’allora cantante dei Walking The Cow. ora se non disciolti quantomeno in stato vegetativo. Oltre a cominciare a sospettare di portare una certa sfiga (a Roma vidi un’altra band, i Kafka On The Shore, che intervistai più tardi a Milano e si sciolsero di lì a poco), da quell’esperienza imparai che i Walking The Cow omaggiavano nel loro nome un bizzarro cantautore, Daniel Johnston, precursore del movimento lo-fi e idolo di chiunque metta l’urgenza espressiva davanti ai mezzi e, a volte, anche al talento: quella stessa urgenza io l’ho sentita nella musica di Sleap-e, ed è grazie alla new entry Gianandrea Frighetto che oggi posso prendere la palla al balzo e parlarvene.
Sono solito pasticciare un po’ le biografie che mi inviano l* collaborator*, ma con grande capacità di mimesi Gianandrea aveva già scritto una propria presentazione perfetta e che pertanto, escluso questo preambolo, lascerò integra tacendomi se non per dire Benvenuto!
Gianandrea ha trent’anni in difetto ed è bassanese di nascita, di quella Bassano degli alpini, il Ponte Vecchio e la grappa. Vive con la moglie Francesca e la figlia Caterina in un angusto appartamento con la speranza di trasferirsi prima dell’arrivo del secondogenito.
Laureato in Economia aziendale prima ed Economia e Gestione dei Beni culturali poi, ha sempre amato la storia, Star Wars (portato come tesi di laurea) e la letteratura in generale. Un tempo era pure un collezionista di libri, ma dopo lo stage in biblioteca e il trasferimento nell’angusto appartamento ha deciso di rinunciarci.
Lavora nella cartotecnica di famiglia, dove discute quotidianamente con il padre e scrive durante le pause pranzo.
Ha cominciato quando aveva diciassette anni in un tira e molla che lo ha portato a pubblicare il suo primo romanzo, Santa Kultura, nel 2022 per La Ruota Edizioni. Dopodiché è stato un susseguirsi di concorsi, manoscritti (ancora inediti) e racconti sparsi tra varie riviste e web: Pastrengo, TerraNullius, Offline, Inchiostro ecc.
Presto uscirà pure su Narrandom e Metatron.
Dietro al moniker Sleap-e, fusione dei verbi inglese per dormire e saltare che già si fa dichiarazione d’intenti, si nasconde (per modo di dire) Asia Martina Morabito, bolognese classe 2000 che mette in piedi il progetto nel 2018, uscendo già lo stesso anno con un primo Ep omonimo anticipato da un singolo, Hard times, prodotto dalla band italoamericana Baseball Gregg. Sia queste prime canzoni che quelle inserite in Mellow, Ep di tre brani che sancisce nel 2020 l’ingresso nel roster del benemerito collettivo We Were Never Being Boring, hanno il sapore di qualcosa di raffinato e notturno, semplice nella costruzione e intimo nella poetica, bedroom pop ancora un po’ acerbo ma che mette in mostra un’artista già capace di affascinare. È però con Pouty lips, uscito a maggio 2022 sempre per WWNBB, che Morabito comincia a mettere a fuoco un proprio sound personale, fatto di suggestioni bossanova, costruzione ancora più lo-fi e un cantato sbilenco e trascinante, figlio di quel Johnston citato in apertura e di tutta quella scena anti-folk che lui ha contribuito ad influenzare. Senza perdere la componente più brumosa della propria musica, ben delineata dalla semplicità voce-tastiera di Fried chiken, Sleap-e aggiunge alla raffinatezza un’aura di divertita rilassatezza, due anime che si sposano benissimo tanto nei brani più “jazzati” come Cherub quanto in quelli, come Wounded, dove è la finta semplicità degli arrangiamenti a trascinare: la presenza dei fiati aggiunge spessore al tutto, ma si capisce che ulteriori mutazioni sono di là da venire.
A fine 2022 Morabito entra nel progetto La Zona D’ombra dell’etichetta Bronson Recordings ed inizia a lavorare a un nuovo disco, ma è l’estate 2023 a rappresentare un punto di svolta. Come racconta con dovizia di particolari nella pagina bandcamp di 8106, il disco uscito a marzo di quest’anno per la stessa Bronson, una crisi dovuta all’assenza da casa per lavoro e il confinamento in una stanza d’albergo a Milano, la 8106 del titolo (anche se, come racconta in quest’intervista, il numero non è quello reale), l’hanno portata a ribellarsi all’apatia e alla tristezza di quella situazione scegliendo un’altra strada: “I chose happyness. I chose myself”, per dirla con le sue stesse parole, e con quella scelta arriva un modo molto più diretto e giocoso di esprimersi. 8106 è un disco vivo, sregolato, imperfetto nella misura in cui le imperfezioni rappresentano spontaneità e non errori, punk (o egg-punk, come lo definisce la stessa Morabito) nella misura in cui se ne frega di tutto e punta al sodo, lo-fi nell’animo perché se hai qualcosa di urgente da esprimere non ti servono molti elementi per farlo: Poetry e J.i.t.f.o.d. sono anti-folk magistrale nell’esecuzione e nello spirito, Sad is ugly e No joke partono dalle suggestioni notturne della precedente produzione ma buttando via giocosamente quell’intensità e trovandone una nuova più energica, Leave my bum alone è scazzataggine punk che fa venir voglia di lasciarsi andare e ballare come cretin*. 8106 è un grido di vitalità che Morabito porta in giro per tutta l’Italia e che non ha ancora finito di roteare per lo stivale: se volete rimanere aggiornat* sui prossimi appuntamenti questa è la pagina giusta dove trovare informazioni.
La prima scelta di Gianandrea per il suo racconto non era in realtà Sleap-e, bensì la giovane band milanese The Sbrillies. Con un solo singolo all’attivo (che trovate qui, perché chi siamo noi per negare un po’ di visibilità alle nuove leve?) non me la sono sentita di dedicare loro un’intero articolo, ma nel momento in cui ho proposto di associare al racconto Growin’ up, penultima traccia di Pouty lips, ci è sembrato subito di aver trovato una casa musicale giusta per la storia: sia la canzone che il racconto parlano della difficoltà di crescere, di lunghi momenti passati a guardare la direzione che stiamo prendendo cercando di capire dove ci porteranno e come ci cambieranno, sia in notti insonni che in giornate solitarie dentro la propria cameretta. Quello di Gianandrea è anche un racconto che parla di neet, i giovani che non studiano e non lavorano, un tema che abbiamo molto a cuore e che lui decide di affrontare con una leggerezza che ben si sposa alle note di Sleap-e, un piccolo manifesto contro una società che ci vuole performativ* a tutti i costi: lo trovate come al solito dopo il brano, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
Scarica il numero Zero, il numero Uno e il numero Due della fanzine di Tremila Battute!
Io corro dietro al cane, di Gianandrea Frighetto
Mamma bussa alla porta, il cane è da portare fuori. Non rispondo e rimango mummificato sul letto, i pensieri che corrono in un loop tra passato e futuro. Il presente è lo status di nullafacente, a casa dei genitori, senza laurea né prospettive, quindi meglio lasciarlo perdere.
In tv hanno abbreviato in neet la mia condizione, termine coniato dai think tank d’oltremanica o forse inventato dai nostri tg amanti dell’anglicizzazione.
In fondo, per i sondaggi di qualche sconosciuta università, il figlio italiano è il più sedentario tra i cugini europei e il dubbio è lecito porselo.
Mamma chiama di nuovo, io faccio finta di nulla.
A vent’anni se non studi o non lavori sei praticamente un fallito della società. Non ti lasciano pensare, non esiste l’incertezza di che strada scegliere, devi prenderne una e come va, va.
Affondo i pugni nel cuscino come un bambino capriccioso. Io una strada ce l’avevo pure: medicina. Mica i miei sono dottori, sì e no se hanno finito le scuole dell’obbligo, ma pensavo che un medico in famiglia facesse sempre bene. Per l’avvocato e il prete lasciavo spazio ai cugini.
Ma, dopo studi e test vacanzieri, ecco la botta sulle gengive: non ammesso. Altri mille garibaldini erano pronti a sacrificarsi tra i corridoi ospedalieri prima di me.
Le nocche alla porta si fanno pesanti e la maniglia si abbassa a vuoto. Ha mandato papà.
È stato lui il primo deluso e il secondo e il terzo. Quando ho smesso di provarci, il suo sguardo è stato chiaro: mi condannava per sempre al part time in nero nella pizzeria di quartiere. A vent’anni lui aveva già una famiglia, la casa, un figlio, solite cose.
Poi c’erano gli amici, economisti perlopiù, ed Emma. Chissà cosa starà facendo ora. Ci eravamo salutati alle porte dell’Alma Mater Studiorum con la promessa di una relazione a distanza, che dopo pochi mesi naufragò tra crescentine e tigelle.
Era amore? Non so, di sicuro aveva un bel culo.
Sulla porta le unghiette grattano fameliche. Quanto fastidioso può diventare quel cane, e dire che l’ho portato a casa io. Se piscia dentro però sono finito.
Spalanco la porta, mamma urla dalla cucina di prendere il guinzaglio sennò scappa. Allaccio il segugio e mi getto fuori prima che i miei possano fermarmi.
Ma perché dovrebbero farlo? In fondo loro hanno da fare tutto il giorno, alla ricerca di una pensione che ogni anno gli ritardano.
Anche Emma e gli altri non si fermano più con me. Loro sono andati avanti, loro corrono da qualche parte mentre io passeggio con il cane.
Pure lui vuole correre ma io tiro indietro, senza fretta.
In un mondo di centometristi e maratoneti, di bambini competitivi, adulti arrivisti, conti correnti vuoti e viaggiatori social, il mio unico scopo è raggiungere i campi per la cacca del quattrozampe di famiglia.
Eppure questa distesa di linee zen senza destinazione né meta è così bella.
Stacco il guinzaglio, lui parte e io subito dopo.
Il mondo corre e alla fine lo faccio pure io.
Io corro dietro al cane.
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