Poveri, fallibili criminali: The killer, Ripley e Joker – Folie à deux

Alcune settimane fa ho letto su Nazione Indiana un’interessante articolo di Giacomo Agnoletti che metteva a paragone due serie apparentemente agli antipodi: Better call Saul e L’amica geniale. Le conclusioni a cui arriva non mi sono sembrate completamente a fuoco, ma l’analisi che fa della serie di Gilligan è degna d’attenzione: stringendo molto, Agnoletti sostiene che Jimmy/Saul è una figura in lotta contro il sistema che non trova altra alternativa che sfruttare quello stesso sistema per realizzarsi, cieco nella sua vendetta a qualunque possibile risvolto sociologico della propria ribellione.

La figura dell’antieroe, in fondo, è mutata parecchio da quando qualcun* ha capito che l* “cattiv*” possono essere protagonist* anche più affascinanti dell* “buon*”, basti pensare a Tony Soprano e alla sua umanamente disgraziata figura criminale. Qualunque mutazione (ok, qualunque magari no, perché sono esistiti di sicuro esempi contrari a questa tesi) ha però cercato di mantenere il fascino perverso dell’immorale, per quanto misero e umano potesse diventare: tre opere recenti invece, a mio avviso, hanno messo altri mattoncini per destrutturare la figura dell* cattiv*, in un pericoloso gioco che mira a delegittimare i propri protagonisti di qualunque aura.

The killer, o la fallibilità del professionista

Ci vuole pazienza per questo lavoro…

Il film di David Fincher, uscito poco più di un anno fa direttamente su Netflix nella tortuosa e incongruente politica della piattaforma per farsi apprezzare dall* cinefil* mentre poi al 90% spara fuori monnezza, è più curioso nella sua sostanza che nella sua forma. Riduzione di una serie a fumetti francese durata sedici anni dallo stesso titolo, la pellicola segue le vicende di un killer senza nome (Michael Fassbender) mentre cerca di rimediare a un incarico andato male che lo mette nel mirino dei suoi stessi datori di lavoro. Fincher segue passo per passo il suo protagonista, e tramite un insistito utilizzo della voce fuori campo ci mette direttamente in contatto con i suoi pensieri, le sue procedure, il freddo e professionale distacco con cui affronta ogni incombenza: peccato che poi vada quasi sempre tutto male.

The killer è un film volontariamente ironico che si traveste da film in cui l’ironia è quanto di più lontano si possa immaginare. Più i tentativi di salvarsi la pelle del killer lo portano ai piani alti della catena che gli forniva lavoro, più l’impressione di avere a che fare con un sistema burocratico perverso aleggia sullo spettatore: non ci sono figure mefistofeliche ad orchestrare il tutto, solo impiegat* di alto livello che gestiscono a modo loro un problema e al massimo qualche bruto da utilizzare alla bisogna, quando proprio non si può fare a meno di un po’ di caos. Il sistema è automatico, non si ferma perché chi potrebbe farlo nemmeno si accorge che le cose non stanno proprio andando per il verso giusto, e la falla più clamorosa appare quella originaria: la scelta del professionista sbagliato.

… e tocca pure viaggiare in economica

Fincher ha detto che questo film forse non si sarebbe fatto senza Fassbender come protagonista (sbugiardando un’indiscrezione che voleva Brad Pitt in predicato di prendersi la parte, salvo poi produrlo con la sua Plan B), e il controllo sulle proprie espressioni dell’attore è effettivamente quanto di più azzeccato per il ruolo. Allo stesso tempo è straniante vederlo pianificare al dettaglio, spiegare per filo e per segno a sé stesso e all* spettator* le proprie dinamiche per poi vederlo fallire clamorosamente, costretto quasi ogni volta a improvvisare per salvarsi la pelle: è a tutti gli effetti una macchina di morte, ma allo stesso tempo non la prima scelta che ti verrebbe in mente se vuoi un lavoro pulito, spinto avanti da un ego spropositato che gli fa descrivere in maniera ordinata anche il fallimento più cocente. Si procede di scena in scena, di missione in missione, col minimo di partecipazione emotiva concessa dal protagonista freddo di una vicenda gelida: a ravvivarla è proprio la sua fallibilità, eppure resta l’impressione che l’ironia rivolta verso il sistema che lo ha assunto diventi involontaria quando si tratta di guardare alla figura trainante della trama.

Ripley, o l’ambizione spropositata del mediocre

Ti aspetta un futuro grande e meraviglioso

Se The killer è freddo, Ripley non alza sicuramente la temperatura. La miniserie di Steven Zaillian, prodotta anche in questo caso da Netflix, si basa come già il precedente film di Anthony Minghella (e come, scopro grazie a wikipedia, l’ancor precedente film del 1960 con Alain Delon nei panni del protagonista) sul romanzo Il talento di Mr. Ripley di Patricia Highsmith: in questo caso è Andrew Scott a impersonare Tom Ripley, un’enigmatica figura che vive di espedienti a cui la sorte mette di fronte l’occasione di un viaggio in Italia tutto spesato per riportare ai suoi doveri negli Stati Uniti Richard Greenleaf (Jamie Flynn), rampollo di una famiglia imprenditoriale affascinato dalla cultura italiana e ben propenso a continuare ad utilizzare il proprio vitalizio per fare la bella vita ad Atrani con la fidanzata Marge Sherwood (Dakota Fanning). Come dargli torto in fondo? Se si escludono le interminabili scale su cui Ripley è continuamente costretto ad arrampicarsi lo stile di vita di Dickie è invidiabile, tanto che il nuovo arrivato non ci mette molto a cercare di capire come entrare a far parte del quadro in maniera stabile, e a qualunque costo.

Gran belle scale però

I pregi della serie sono molti (cito brevemente Eliot Sumner, che riesce a fare un figurone nel ruolo del borioso Freddie Miles che già fu di un certo Philip Seymour Hoffman), e ne basterebbero due per consigliarne la visione. Il primo è Scott, attore a cui non ho ancora visto sbagliare un colpo (Sherlock, Fleabag, Black mirror, Estranei, ovunque giganteggia cambiando pelle con naturalezza), che al suo Ripley dona una viscidezza apatica, sfuggente a qualsiasi categorizzazione (e che secondo me in questa serie sembra il sosia di Mike Patton, anche se la mia compagna non è d’accordo); il secondo è la regia di Zaillian, giustamente premiato agli Emmy, fatta di una messinscena tecnicamente ordinata (aiutato in questo anche dall’azzeccata scelta del bianco e nero) in cui ogni inquadratura è un capolavoro. Ciò che ho trovato più affascinante, e che ha contribuito pesantemente a farmi proseguire nella visione di una vicenda che per sommi capi già conoscevo, è stato però il modo in cui Zaillian ha deciso di raccontare la condotta criminale di Ripley.

Nonostante una messa in scena volutamente estetizzante, quando Ripley entra in azione non si può fare a meno di giudicarlo ridicolo. Il regista insiste lungamente sul modo in cui il protagonista cerca di sbarazzarsi dei problemi che gli si parano di fronte e ogni decisione presa, per piccola che sia, non fa che aumentare il carico di errori che si assommano sulle sue spalle: non so quanto fosse in gamba nei romanzi di Highsmith (che lo ha reso protagonista di ben cinque libri, di cui almeno un altro portato sul grande schermo con protagonista John Malkovich, che qui fa un piccolo ma importante cameo), e di sicuro non era un genio infallibile nella versione incarnata da Matt Damon (su quella di Delon non posso esprimermi), ma qui Scott rappresenta alla perfezione la figura di chi ha ambizioni altissime e nessuna vera abilità per riuscire a raggiungere quel traguardo. Durante le otto puntate si viene rapit* dell’alternanza con cui la faccia tosta di Ripley riesce a fargli mettere a segno colpi geniali oppure si schianta contro ingenuità insensate, e come nell’allenniano Match point restiamo in attesa di vedere da quale lato della rete atterrerà la pallina: solo la fortuna, e non l’abilità, sono infatti il discrimine che porterà un ambizioso mediocre verso il successo o il fallimento.

Joker – Folie à deux, o la negazione del supercriminale

Spoiler: nel film questa scena non c’è

Il primo Joker non mi aveva entusiasmato (se volete assentire o dissentire con le mie motivazioni potete trovarle qui), e a posteriori vedo nella sua trama molti dei temi analizzati nell’articolo di Agnoletti da cui siamo partiti. Sembrava essere un episodio a sé stante quello diretto dall’outsider Todd Phillips (outsider in quanto nessuno si aspettava dal regista di Una notte da leoni quel tipo di sterzata cupa), fuori da ogni continuity del claudicante universo DC, così come doveva essere una botta e via anche l’incarnazione dell’iconico arcinemico di Batman da parte del pluripremiato (a ragione) Joaquin Phoenix: l’annuncio di Joker – Folie à deux ha quindi spiazzato tutt*, tranne l* più disillus* appassionat* di cinema che non vedevano l’ora di potersi scagliare contro la serializzazione imperante al grido di “ve l’avevo detto”. Nemmeno loro potevano però immaginare che il seguito sarebbe stato (anche) un musical.

Era legittimo aspettarsi, qualunque fosse la forma definitiva del progetto, che il seguito raccontasse come il sofferente Arthur Fleck diventasse definitivamente Joker. C’era il finale della prima pellicola a spingerlo in quella direzione, l’ambientazione (il manicomio di Arkham, splendidamente raccontato e illustrato in Batman: a serious house on serious earth di Grant Morrison e Dave McKean), la presenza del personaggio di Harley Quinn (Lady Gaga): invece, dopo una prima origin story che esplora un lato umano piuttosto inedito del clown, il regista ci nega inizialmente la sua evoluzione, raccontandoci una nuova nascita invece dell’apoteosi che ci aspettavamo. Fleck comincia la sua nuova tragica traversata come un detenuto qualsiasi, rispettato per il modo in cui è diventato inavvertitamente iconico ma depresso ai limiti dell’apatia: l’incontro con un’altra detenuta, della quale si innamora perdutamente in men che non si dica, lo porta però a risvegliare il lato più oscuro e istrionico della propria personalità, proprio mentre sta per iniziare il processo che gli darà una vetrina mediatica enorme. Fra un’audizione e l’altra, un’umiliazione in carcere (sarò di parte, ma ho trovato splendido il capo delle guardie interpretato da Brendan Gleeson) e uno stacchetto musicale, la vicenda segue un corso reso imprevedibile dal continuo centellinamento di Joker in un film che ha Joker nel titolo: in un mondo di film fatti con lo stampino è una scelta coraggiosa e apprezzabile, ma sa comunque di rapina a mano armata se hai attirato al cinema le persone promettendo qualcosa che, proseguendo con la visione, il regista non sembra avere l’intenzione di mantenere se non con subdole strizzatine d’occhio (c’è Harvey Dent! È proprio quel mondo lì!).

Piango per la qualità, rido per il cachet

Mi sono ritrovato a discuterne parecchio dopo essere uscito dalla sala. Mio fratello ne ha apprezzato la confezione tecnica, la mia compagna ha sofferto tutto il tempo col disgraziato Fleck. E io? Ragionandoci sopra sono arrivato ad apprezzare il modo in cui Arthur Fleck, e non Joker, si prende ancora una volta il ruolo del protagonista: il mondo in cui Phillips ha deciso di calare una delle figure meno realistiche dello sterminato panorama DC resta realistico nonostante le canzoni e le aspettative, e Fleck sfugge al suo destino perché semplicemente non ne è all’altezza. Da questo punto di vista risulta quasi un punto a favore la chimica pericolosamente altalenante fra Phoenix e Gaga, perché quale bellissima ragazza dalla personalità esuberante potrebbe mai essere affascinata da un’icona che preferisce essere un perdente? Il rapporto con le donne di Fleck era già problematico nella precedente pellicola, e qui i trucchetti del clown riescono solo a dargli un trucco sotto cui nascondere le sue fragilità. Il labile equilibrio fra l’accettazione e la negazione del suo lato oscuro è interessante, ma la negazione prevale e alla fin fine Phillips decide di portare all’apoteosi la delegittimazione del criminale: ce lo nega dopo avercelo promesso ancora, il Joker che non visse due volte.

Ma il film, alla fine, com’è? Io ho trovato Joker – Folie à deux uno splendido disastro, una pellicola che va incontro alle critiche con sguardo fiero, vivendo di discontinuità e mettendo insieme pezzi che non sono nati per combaciare: qual è il pubblico per un film che si spaccia per cinecomic mischiando il musical, la tragedia umana e il dramma legale? Nei cinema di tutto il mondo pare si stia risolvendo in un flop, nonostante un Phoenix ancora pienamente in parte che risulta meno efficace solo perché ciò che gli succede intorno sembra inutilmente caotico, e non riesco a dare torto al pubblico perché il vero dramma è che a tratti ci si annoia. La seconda (e spero ultima, almeno in questo universo a sé stante) incarnazione di Joker è meno pazza di quel che vuol sembrare, meno soprattutto del protagonista che non vuole avere: il finale a sorpresa, a seconda di quanto siate stati catturati dal suo arco narrativo, potrà sembrarvi geniale o la rapina a mano armata di cui accennavo sopra, forse entrambe le cose visti i cachet che si sono portati a casa Phillips e Phoenix.

Scarica il numero Zero, il numero Uno e il numero Due della fanzine di Tremila Battute!

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

Lascia un commento

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora