Racconto in musica 182: Dove finiscono i calzini spaiati (The Interrupters – Take back the power)

La mia ambizione principale, con questo blog/aspirante rivista letteraria, era quella di attrarre molt* scrittor* che avessero voglia di votarsi alla causa della musica bella che fa la fame o, in alternativa, si fidassero abbastanza da far associare i propri testi a canzoni decise arbitrariamente da me (non proprio arbitrariamente, cerco sempre di dare un po’ di scelta). Se seguite Tremila Battute con costanza (brav*!) vi sarete accort* che questo è un periodo di vacche grasse, e da che è finita la pausa estiva ho potuto evitare di mettere la mia penna in mezzo a quella di altr* collaborator*: fra quest* ci sono graditissime new entry, ma una delle cose che mi ha stupito di più in questi quattro anni e mezzo è lo stretto legame che si è creato con l* autor* che decidono di ritornare. Con loro (e non solo con loro) si è creato un bellissimo rapporto che mi ha portato a farci serata insieme (obiettivo birra offerta a chi collabora: achieved, anche se c’è chi poi me l’ha offerta a sua volta), collaborare anche ad altri progetti, leggere le loro opere pubblicate nel frattempo e scambiarci pareri su quelle che invece ancora speriamo di pubblicare. Il loro affetto è uno sprone continuo per questo bizzarro progetto che si è volutamente ficcato nella nicchia della nicchia, ed è pertanto con un grande abbraccio (purtroppo virtuale) che accolgo nuovamente Iacopo Innocenti, arrivato qui per la terza volta e pronto a farci scoprire The Interrupters.

Pistoiese classe 1983, Iacopo è una persona con cui il rapporto è talmente bello che mi sembra strano collabori da un solo anno e che, soprattutto, lo abbia visto una sola volta in vita mia, in quel dello scorso Firenze RiVista. Trovate i suoi precedenti racconti qui e qui (il secondo è inserito anche nel nuovo numero cartaceo di Tremila Battute, che potete scaricare più in basso), mentre i suoi romanzi Quarto di secolo e Era destino, che gli hanno dato fama condominiale, potete trovarli semplicemente cliccando sui titoli: un altro è nel cassetto e da queste parti speriamo che trovi presto la sua strada nel mondo editoriale.

The Interrupters sono invece una band californiana che continua la buona vecchia tradizione ska-punk losangelina. Formatisi nel 2011 dall’incontro fra Aimee “Interrupter” Allen (voce) e i fratelli Kevin (chitarra, voce, cori), Justin (basso, cori) e Jesse Bivona (batteria cori), la band si è accasata subito presso la Hellcat Records di Tim Armstrong (a sua volta branca della Epitaph di Brett Gurewitz, e se non conoscete questi nomi forse vi diranno di più i nomi Rancid e Bad Religion) e ha pubblicato fino ad oggi quattro dischi pieni di energia. Questo però è il punto in cui mi faccio indietro, lasciando la parola a Iacopo.

“Un diciassettenne bruttarello, imbranato e snobbato da tutti, un bel giorno, scopre il punk rock e trova finalmente il suo posto nel mondo. Smette di aver paura di essere sé stesso, si disinteressa dell’opinione dei fighetti e, in qualche maniera, si riscatta. Questa storia l’abbiamo sentita un miliardo di volte, però, almeno per me, è andata veramente così. Ma cosa succede dopo?
Sono passati una ventina d’anni, l’adolescente è diventato un uomo, la rabbia e la ribellione sono rimasti chiusi nella sua collezione di cd e i bellimbusti di scuola sono diventati maschi alfa che cavalcano roboanti SUV. Tutto è cambiato per restare com’era.
Si imbatte casualmente nel primo lavoro di una band chiamata Interrupters e, stavolta con grande soddisfazione, scopre che anche il punk è rimasto come se lo ricordava.
L’album si apre con il pezzo “Take back the power” che esorta, semplicemente, a riprendersi il potere. Ma quello che prima era un ragazzetto disastroso, e adesso è un adulto altrettanto disastroso, vuole dargli un’interpretazione più ampia che mai. Con la leggera ingenuità che caratterizza il genere, e lo rende irresistibile, è un invito a riprendersi la propria vita.
Ma c’è ancora tempo per farlo? Secondo me sì.
Anche nella storia che segue il protagonista prova a riprendersi quello che gli spetta, magari lo fa nei tempi e nei modi sbagliati, e forse non ci riuscirà nemmeno, però decide di fare un tentativo.”

E vale proprio la pena di vedere in quale maniera il protagonista della storia, un altro relitto del famigerato Bar Biturico che Iacopo ci sta facendo conoscere racconto dopo racconto, cerca di riscattare la propria vita, leggendo la sua vicenda possibilmente sulle note della Take back the power che l’ha ispirata: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero, il numero Uno e il numero Due della fanzine di Tremila Battute!

Dove finiscono i calzini spaiati, di Iacopo Innocenti

Fu facile entrare al Bar Biturico. Avevamo vent’anni, o giù di lì, e lo svago principale nel Quartiere era vegliare i defunti alle cappelle del commiato. Logico che passammo ai gin tonic, dritti come fusi.

Il difficile fu uscirne. Teo e Banana morirono, Luchino si mise a fare l’imprenditore e finì al gabbio, Fabio si fece prete, non per vocazione ma perché, da dottore in Scienze Turistiche, fu l’unico impiego che trovò. Ogni tanto al bar lo vedevano ricomparire, a sfondarsi come e più di prima. L’unico a rimanere fu Giò, così fatto dagli psicofarmaci che era come se fosse su Urano.

Io cercai la svolta una quindicina d’anni fa, quando mi tagliai i coglioni su YouTube. La cosa mi portò qualche visualizzazione, una certa notorietà e un paio di ospitate in televisione. Poi, nient’altro, sciagurato ero e tale restai.

Per la vergogna mi chiusi in casa e, da allora, non sono più uscito. Il mio zerbino è diventato la linea Maginot tra me e il resto del mondo. Sbarco il lunario facendo il telelavoro. Dai tempi della pandemia l’hanno nobilitato con l’espressione smart working, ma tanto si tratta sempre di spippolare al computer da casa, in pigiama. Le cose dette in inglese sembrano più ganze.

Se qualcuno ora mi dice che non ho le palle per fare qualcosa devo dargli ragione, perché è così. La cosa divertente è che la mia voce è rimasta uguale. Pensavo che sarebbe diventata più sottile, invece era solo una leggenda metropolitana.

Nessuno ricorda più la mia impresa, era giusto ricomparsa per poco, qualche tempo fa, la mia foto sotto forma di meme: immortalato nell’atto di compiere le gesta che mi avevano reso celebre, con sotto frasi del tipo “io al pensiero di guardare Sanremo”, oppure “io il lunedì”.

Un anno fa un mio concittadino, Mirko Calosci, ha iniziato a pubblicare video su Tik Tok dove si esibisce in imitazioni di gente sconosciuta. Cambia il tono della voce, balbetta oppure simula un difetto di pronuncia, sostenendo di scimmiottare il suo commercialista, il suo benzinaio, oppure la sua igienista dentale.

Tutti, nel vederlo, hanno cominciato a sganasciarsi dal ridere e a condividere i suoi sketch ovunque, facendolo diventare, nel giro di poche settimane, più famoso del Papa. Lo hanno invitato come concorrente a Lol, dove ha stravinto facendo scompisciare gente del calibro di Paolo Crepet, Enrico Montesano e Pilar Fogliati. In città lo hanno nominato direttore del Teatro, poi condurrà un suo talent show per aspiranti comici e, tra un paio di mesi, uscirà il suo libro pubblicato da Mondadori.

Capito come va? Io mi sono tagliato i coglioni e non ho niente, questo fa due versi e ha tutto.

Così ho deciso di riprendermi quello che mi spetta. Ho una mazza da baseball, e un account su Tik Tok, li porto con me e vado a trovare quello stronzo, che tanto so dove abita.

Al di là dello zerbino, dove finiscono i calzini spaiati, è lì che mi troverai.

È lì che ti spedirò, bastardo.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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