Se non siete particolarmente giovani potreste ricordarvi del periodo in cui quella che era chiamata “musica alternativa” divenne “indie”. È stato un processo in cui è difficile individuare il momento esatto della metamorfosi, ma io associo quel periodo di transizione con l’invasione delle band con THE nel nome. The Hives, The Raveonettes, The Strokes, The Libertines, The (International) Noise Conspiracy (etc. etc.), dal nord Europa agli Stati Uniti un’ondata che con influenze diverse (dal punk/ska al rock’n’roll passando per garage e shoegaze) fece dondolare le teste e gli arti, con più o meno profondità e sostanza a seconda della band o addirittura del disco. Da allora non riesco a vedere un nome che inizia con THE senza pensare a quella fase, immaginandomi non un suono preciso ma qualcosa di stiloso, ballabile, disimpegnato e forse anche un po’ banale, anche se quel momento storico di bella musica ne ha prodotta un sacco. Quando mi è stato proposto di ascoltare Yo homo!, il quarto disco in studio dei The Irrepressibles, mi sono quindi fatto quel film lì: è brutto essere prevenuti, lo so, ma non mi aspettavo niente di originale e speravo di ottenere dall’ascolto una smentita (c’era anche una parte di me, quella più brutta, che sperava di ottenere una conferma per dire “ecchallà!” con il sorrisetto beota di chi convalida il detto “a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca”, in cui peraltro non credo).
La prima sorpresa è stata scoprire che The Irrepressibles è solo un moniker dietro cui si cela il musicista di Manchester Jamie McDermott, o meglio Jamie Irrepressible, nome con cui si esibisce da anni; la seconda, indagando sulla sua carriera, è stata ritrovarlo in un brano che avevo ascoltato un decennio fa, You know I have to go dei Röyksopp, band con cui la collaborazione è stata molto stretta negli anni (il duo norvegese ha anche remixato alcuni brani di Irrepressible); la terza me l’ha riservata l’ascolto, perché fin dal primo brano di Yo homo!, pubblicato il 27 settembre dall’etichetta Of Naked Design, ho ottenuto la smentita che cercavo.

Definire il genere a cui ascrivere il nuovo disco di The Irrepressibles è difficile. Ci sono la polvere del folk statunitense, un gusto pop intenso e a tratti barocco, chitarre capaci di farsi grosse e cattive e un violino che riesce magicamente a stare bene su tutto. C’è soprattutto la voce di Irrepressible, versatile, espressiva, quella di un mutaforma che sussurra da inglese strafottente, ulula come un Nick Cave d’altri tempi ripulito appena appena, passa con disinvoltura al falsetto e quando si fa aulico ti strappa il cuore dal petto: ascoltarlo invocare nei ritornelli di Raise my soul eleva e strazia, al culmine di un’esperienza che unisce una chitarra scarna a un piano brioso per poi finire nel territorio degli spiritual in quello che è uno degli episodi migliori del disco. L’inizio con Will you? aiuta ad ambientarsi nel mood, raffinato ma denso di energia che brucia in sottofondo, ma non lascia presagire la grande varietà che ci si troverà di fronte negli undici brani del percorso.
Basta passare alla seconda traccia So! per ritrovarsi immersi in territori post punk selvaggi a cui il violino dona melodie inaspettate, ma lo sballottamento sonoro prevede anche i ritornelli stoner della title track, il basso col dub nel sangue di Destination, le esplosioni lungamente preparate della vitalissima In the rythm (sette minuti che si sentono tutti e allo stesso tempo sembrano volare come fossero tre) e addirittura l’esplorazione di territori fra doom e cantautorato tipici di artisti come Mount Eerie e il nostrano Urali nella conclusiva Ecstacy homosexuality. È un percorso musicale che va a braccetto con quello identitario, perché Yo homo! è anche un disco che parla in ogni testo di omosessualità, in molte maniere diverse e rivendicando tutto: lussuria, dolcezza, sfacciataggine, amore, disperazione, in poche parole (ma usandone molte) l’unicità del proprio essere e la normalità dei propri sentimenti e delle proprie pulsioni.
Ci sono difetti? Piccoli e parziali: la doppietta Be wild – Two hearts a metà disco blocca il meccanismo entro una certa ripetitività, pur viaggiando i due brani su mood completamente diversi (divertita una, romantica l’altra), mentre a Connection non riesce il gioco di In the rythm e le lente progressioni smorzano la tensione invece di crearla. Sono impressioni che si acuiscono però ascoltando i brani singolarmente, staccati dal quadro, perché assorbito per intero Yo homo! è un’esperienza in cui la ripetitività di certi passaggi ipnotizza, preparando alla svolta successiva. Grazie, Jamie Irrepressible, ad anni di distanza mi hai dato motivo per credere che un THE davanti al nome possa contenere moltitudini.
Scarica il numero Zero, il numero Uno e il numero Due della fanzine di Tremila Battute!
Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!