Racconto in musica 172: Colpo di fucile (Sparklehorse – Kind ghosts)

Sembra l’altroieri che vi parlavamo di traumi (e in effetti lo era), e guarda un po’ oggi siamo qui a parlare di morte. Di rockstar morte. Fuori splende il sole (almeno qui a Milano) e io vi parlo delle mie rockstar morte, in maniera meno originale e folle di quanto facesse Bill Hicks qualche decennio fa.

È sempre bello vederlo impazzire

Ho 45 anni e ho già capito che, a meno che non voglia appassionarmi alla trap e a Taylor Swift dimenticando tutto il mio passato, molt* artist* che adoro moriranno prima di me. Ho già avuto il mio quantitativo di lutti inaspettati (nonostante lo stile di vita non esattamente morigerato), quasi tutti concentrati nel grunge e dintorni: Laine Staley, Scott Weiland, Chris Cornell soprattutto visto che sono stato per anni fan sfegatato dei Soundgarden (e dire che si erano appena riformati…), anche se quello per cui ci sono rimasto peggio è stato decisamente Mark Lanegan, colui che considero tuttora la miglior voce della musica in assoluto. Tutti in giro da una bella fetta di tempo eh, che si sono fatti la loro carriera, anche se ti viene da pensare che se Keith Richards sopravvive a una caduta da una palma e Ozzy Osborne a un incidente col tagliaerba (lo so, sembra la gara a chi cerca di morire nella maniera più stupida) pure loro potevano diventare anziani nonostante gli eccessi. Peggio è quando qualcuno se ne va nel pieno del successo (almeno per un fan): l* var* Kurt Cobain, Jim Morrison, Amy Winehouse e compagnia cantante (e suonante) sono entrati nel mito anche per quello e difficilmente si affiancherà un Club 85 al famigerato Club 27 delle rockstar morte troppo presto.

Poi ci sono le morti che fanno meno rumore, quelle di chi non vende milioni di dischi. Puoi essere nel giro da decenni, aver suonato in gruppi influenti per il tuo genere di riferimento e aver prodotto dischi strafamosi tipo In utero dei Nirvana, ma quanti si ricorderanno di Steve Albini dopo la sbornia attuale di articoli? Io nemmeno mi ricordavo di Mark Linkous, l’uomo che ha fondato ed era, a tutti gli effetti, la band Sparklehorse, e meno male che è arrivato Lorenzo Santangeli a ricordarmi di berne una anche alla sua memoria, che a Tremila Battute ci piace commemorare così.

Lorenzo è uno che da queste parti abbiamo già visto e che contiamo di rivedere spesso, perché la sua passione per la scrittura e per la musica lo rendono il collaboratore che tutt* vorrebbero. Aveva già parlato per noi, associandovi i suoi racconti, di Eiko Ishibashi e della Gilla Band, mentre altri racconti e la novella Kernel li potete trovare cliccando su questo comodissimo link. Presto si metterà in proprio con un blog di approfondimento su musica e dintorni che si chiama Il Cerchio Perfetto, che vi esortiamo a seguire: se poi vi venisse la voglia anche di collaborare contattate direttamente Lorenzo al suo profilo Instagram, il blog è aperto ai contributi esterni e anche noi di Tremila Battute ci impegniamo a dargli una mano.

Non avrei potuto scrivere parole più sentite e calde di quelle scritte da Lorenzo su Mark Linkous e i suoi Sparklehorse, quindi la smetto di intasare questo spazio di chiacchiere inutili e lascio a lui il metaforico microfono.

“Questa presentazione sarà non ortodossa, sarà inaccettabile, sarà una mera pagina di diario. Quando Mark Linkous si spara al cuore con un fucile è il 6 Marzo del 2010 e io quattro giorni dopo lasciavo Roma e partivo per Londra con vaghissimi progetti di gloria musicale. Non credevo ai cosiddetti segni, ma di certo con una visione più chiara dell’assurdo avrei forse compreso che tutto aveva inizio sotto il peggiore degli auspici. Da due o tre anni ascoltavo Sparklehorse insieme a quelli con cui avevo un piccolo gruppo. Sparklehorse me lo aveva consigliato un altro amico con simili velleità e una passione sicura per i Radiohead. Il gruppo inglese ha un bel ruolo in questa storia, ma ci torno fra poco. Mi innamoro di Sparklehorse senza troppa difficoltà. Lo vado a vedere dal vivo. Ricordo che si portava via il suo amplificatore. Che ha suonato quasi ogni canzone dieci bpm sotto. Che a fine concerto ho cercato di fargli autografare (autografare!) un demo, stava talmente fuori e io talmente dentro che non ci siamo capiti neanche sulla prima lettera del nome del gruppo. Stava appoggiato al muro, sul punto di cascare dentro il muro. Nel ricordo sono una bambina col sorriso idiota. Nella sua musica però c’era tutto quello che già mi ascoltavo, ma fatto con uno stile particolare e soprattutto sostenuto dai testi più belli che io avessi mai letto. In quegli anni ancora non avevo trovato la mia vena, continuavo a bucarmi a vuoto, e quelli intorno a me mi guardavano come i cani quando gli dici biscotto e non glielo dai. Non ho mai avuto né lo spirito di mandarli a cuccia, né la disperazione per ignorarli, l’assurdo era ancora solo un’iperbole che mi piaceva tantissimo senza sapere bene perché.

Per Mark Linkous invece erano già passati molti anni dal primo tentativo di suicidio. Per Mark Linkous c’era già stata la partita a scacchi con la morte, che aveva vinto all’ultima mossa, con suo grande dispiacere. Era il 1996. Qualche tempo prima era tornato da New York e da Los Angeles, dove aveva fallito (così si dice se non ti fai tanti clienti), si rintana nella sua città natale dove da giovane andava in motocicletta, si drogava, cresceva insieme ad altri ragazzi disadattati. È tornato per fare solo musica fantastica. La registra con l’aiuto dell’ex Camper van Beethoven, Lowery. Fin dalla copertina Mark Linkous non vuole funzionare più per la gente, prende ispirazione dal grottesco della sua terra, dalla letteratura locale (tra l’altro gente molto amata anche in Italia). Un bel cielo azzurro è monopolizzato dal volto del pagliaccio a molla. Una canzone ascoltata in sogno, suonata in un sottomarino e distorta dall’acqua, di un gruppo con un generale, gli suggerisce il titolo. Fin dalla prima canzone, Homecoming Queen, Mark Linkous dice a tutti che lui ora guarda alla nicchia e parla lunare, la lingua in cui si viaggia nel tempo. Ruba il primo verso a Shakespeare e poi va da solo. A horse, canta, a horse, my kingdom for a horse, rattling on magnetic fields. Entrambi, lui e Riccardo III, a invocare un cavallo, entrambi per fuggire la morte, ma lui attraverso il tempo, perché fin dalla prima canzone Sparklehorse annuncia che Mark Linkous è già coi piedi nell’oblio. What once grew straight and tall toward the sun is absorbing back down to dirt like a sponge. Il disco si muove sulle tracce di Tom Waits, ma con voce gentile e un immaginario gotico caldo. Qualcuno lo aveva definito un Faulkner con la Rickenbacker, in un articolo intitolato Too good to be famous: troppo bello/buono per essere famoso.

Ma qui entrano in gioco i Radiohead. Stanno già diventando uno dei gruppi più popolari. Hanno sentito il disco e decidono di portarsi Sparklehorse in tour. Improvvisamente l’obiettivo tanto inseguito sembra a portata di mano, proprio quando la rinuncia è stata firmata fino all’ultimo foglio. Bisogna festeggiare. Mark Linkous lo fa con un cocktail di medicinali che lo stende e lo uccide per due minuti. Quando torna dal viaggio cosmico, dopo la vittoria a scacchi in orbita, il dubbio che tutto sia stato un grande sogno è la certezza che la realtà non esiste, il via libera per andare avanti. Altri dischi, collaborazioni eccellenti, una modestissima schiera di devoti che rispondono presente alla sua chiamata minore. Non sarà mai baciato dal penoso successo. Neanche quando collabora con David Lynch (collaborazione che comunque gli garantisce un nutrito gruppo di affezionati in Italia). Parliamoci chiaro, è un bene. I musicisti fantastici non sanno che farsene del successo. Mark Linkous in fondo ha scelto la musica per sfuggire la vita mostruosa tutta lavoro e fatica che aveva intorno nel paese natale. Ha visto Johnny Cash, ingenuamente si è detto this is a cool way to live, e non ci ha pensato più due volte.

L’anno scorso sono tornato dal mio esilio per ristabilirmi in questo paese che mi sembra il più straniero di tutti, non per fare musica fantastica, ma per continuare a scrivere le mie prose eccentriche, per vedere dove mi portano. Poco tempo dopo gira la notizia che un disco postumo di Sparklehorse verrà pubblicato a breve, si chiama Bird Machine. Il materiale è stato registrato tutto nel 2009, sembra che il fratello ne abbia ritrovato una traccia per caso e che per il prodotto finale non abbia dovuto fare nient’altro che mettere in pratica le esperienze accumulate quando già suonava con lui. Come ho detto prima, non credevo ai segni e non ci credo neanche adesso (forse solo alle chiusure di parentesi), eppure ho pensato che potesse essere di buon auspicio, ma con un unico problema, che dopo aver messo la testa dentro l’assurdo non so proprio di buon auspicio per cosa.”

A chiusura del cerchio (perfetto) a parte delle canzoni di Bird machine ha lavorato anni fa proprio quell’Albini che commemoravamo all’inizio. Non Kind ghosts però, il brano a cui Lorenzo si è ispirato, una canzone che fra glitch elettronici e chitarre riverberate nasconde sotto la delicatezza della voce di Linkous la malinconia e il dolore. C’è dolore anche nel racconto di Lorenzo, un dramma che si riverbera a distanza di anni e attorno al quale, senza premeditazione, si riuniscono due vecchi amici: cosa li ha accomunati e cosa si diranno sta a voi scoprirlo, andando a leggerlo subito dopo il brano che ha ispirato la storia, mentre a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero e il numero Uno della fanzine di Tremila Battute!

Colpo di fucile, di Lorenzo Santangeli

Uno di noi ha detto «vado via, vado nella Capitale della musica», e quando curiosi, già un po’ invidiosi, forse addirittura tristi, gli abbiamo chiesto perché, lui non ha saputo darci una vera risposta. Lo abbiamo visto andare, risoluto, noi pieni di amarezza, e due ore dopo ci è arrivata la notizia che dall’altra parte del mondo il nostro Maestro, l’uomo per cui tutti noi eravamo nella musica, si era sparato un colpo di fucile in testa. In quegli anni, e di certo anche per via di quel colpo di fucile, il destino è stato un argomento molto discusso tra di noi praticanti della musica. Aveva scelto di spararsi o era inevitabile a prescindere dalla sua volontà? E volontà cosa significava? La volontà di spararsi un colpo di fucile in testa, cosa significava? Delle domande in progressione abbiamo sempre apprezzato la qualità musicale, il suggerimento di un ritmo, l’arrangiamento piano dell’assurdità.


Molto tempo è passato, e il suono di quelle domande si è disperso tra i rumori in sottofondo. Un pomeriggio, al supermercato, precisamente al reparto dei vini, ho incontrato lui, il vecchio amico musicista. «Che ci fai qui?» gli ho chiesto senza alcuna traccia di felicità. «Sono tornato» mi ha risposto, «la Capitale per me è finita.» Abbiamo camminato per un po’ e ci siamo lasciati organizzando una rimpatriata per la sera. Al tavolo del pub lui ci ha raccontato frammenti di una storia forse per noi impossibile da condividere e forse impossibile per lui da riconciliare. Quanti anni erano passati? Dodici? Tredici? Aveva vagato per anni nel tentativo di ingannare l’oblio.
Due giorni dopo, verso le tre del pomeriggio, io sono stato il primo a leggere la notizia diffusa dalla sorella del nostro Maestro. Su una delle più importanti riviste musicali in circolazione annunciava che alle sette di sera, su ogni piattaforma digitale, sarebbe uscito il disco postumo di suo fratello, scritto in quei mesi prima della fucilata, scoperto per caso nelle memorie e lasciato quasi intatto dal momento in cui i vicini hanno sentito lo sparo.


Io e il mio vecchio amico musicista lo abbiamo ascoltato insieme, una volta a casa mia, poi una seconda volta nell’appartamento che lui aveva preso da poco in affitto. Non so bene cosa mi è passato per la testa, ma ancora meno so cosa è passato per la testa a lui. Io posso dire di aver sentito una voglia irrefrenabile di mettermi a suonare; lui invece si è alzato e da un angolo ha preso il suo zaino. «Devo andare», ha detto, «devo ritornare». Da quel giorno non l’ho più sentito.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

Una opinione su "Racconto in musica 172: Colpo di fucile (Sparklehorse – Kind ghosts)"

Lascia un commento

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora