Un Olocausto che non si vede: La zona d’interesse e Il figlio di Saul.

Se c’è un evento storico che, a distanza di decenni, continua ad essere ciclicamente riproposto al cinema (ma potete pure sostituire cinema con letteratura), questo è il piano di sterminio della popolazione ebraica e non solo operato dalle forze naziste durante la Seconda Guerra Mondiale. Ci sono mille sfaccettature attraverso cui è possibile raccontare quella vicenda, mille storie che si possono mettere in luce e che non riusciranno comunque ad essere risolutive: come si sia potuti arrivare fino a quel punto resta inspiegabile… O perlomeno ci conviene raccontarcela così, e sperare che nessuno ci chieda conto un giorno della Striscia di Gaza, del Sudan o di una delle altre tragedie che si consumano giornalmente dentro e fuori dai riflettori internazionali.

Per quanto ogni storia personale che non è ancora stata raccontata sia importante e degna di essere tramandata, vera o verosimile che sia, difficilmente sposterà la nostra opinione su chi siano l* buon* e l* cattiv*, perché quello è chiaro e ormai assodato per chiunque non sia un revisionista allucinato. Quello che resta difficile, e lo diventa sempre più man mano che ci allontaniamo cronologicamente dai fatti, è riuscire a esprimere la banalità del male Arendtiana, mostrarci la normalità dell’orrore e farci porre delle domande, cosa che non potrà mai ambire a fare, pur con tutte le buone intenzioni, L’ultima volta che siamo stati bambini di Claudio Bisio, che riesce solo a farci empatizzare con le vittime e, ben più pericoloso, costruire delle macchiette di fascisti che rischiano (e non penso fosse la sua intenzione) di risultare SIMPATICHE.

Ecco, in La zona d’interesse di Jonathan Glazer e Il figlio di Saul di László Nemes l* nazist* non vi potranno mai risultare simpatic*. I due film sono accomunati da almeno un paio di caratteristiche: una, esterna, è che il primo ha vinto pochi giorni fa l’Oscar come miglior film in lingua straniera, mentre l’altro ha vinto la statuetta nell’edizione 2016; la seconda, interna al film, è che entrambe le pellicole riescono a restituire l’orrore dell’Olocausto mostrando il meno possibile.

Il paradiso alle porte dell’inferno

Sembravano i figli dei fiori e invece…

La zona d’interesse è la storia di una famiglia che cerca di vivere e sopravvivere nonostante le difficoltà che comporta l’abitare in un paese in guerra, solo che è la famiglia Höss. Rudolf Höss (Christian Friedel), il patriarca, é il comandante di Auschwitz, e vive con moglie e figl* a ridosso del campo di concentramento: dentro quelle mura però non ci entreremo mai, guarderemo invece una famiglia felice che fa un picnic in mezzo a una pianura bucolica, li vedremo festeggiare il compleanno del padre nella curatissima villetta di famiglia, vedremo i figli giocare con la neve. Restare fuori da Auschwitz non significa però che la sua presenza non sia incombente, oppressiva, perché attorno e dietro e di lato ai colori accesissimi della vita perfetta degli Höss si piazzano la ciminiera del forno crematorio, il filo spinato delle mura, una melma grigiastra che invade le acque del fiume dove l* bambin* stanno facendo il bagno. Glazer mostra in piena luce un orrore fatto di disinteresse e superficialità, ma non ti impedisce per un attimo di ricordarti cosa sta succedendo più in là e lo fa con delle sberle visive in pieno volto e, soprattutto, col sonoro.

Contrasti

Per quanto Oppenheimer sia un film che fa un ottimo uso del comparto audio, nel caso di La zona d’interesse il sonoro è l’elemento fondamentale dell’esperienza e si è giustamente aggiudicato anche l’Oscar dedicato. Johnnie Burns e Tam Willers uniscono melodie dissonanti che si agitano in sottofondo (l’inizio è una schermata nera protratta fino allo sfinimento con una di queste musiche ad accompagnarla, così a lungo che pensavo ci fosse qualche problema con la pellicola del cinema: come chiarire subito il mood generale) a tutti i rumori che provengono dal campo: colpi di fucile, urla, cani che abbaiano e ringhiano, ordini urlati con voce stentorea. Tutto questo mentre l* bambin* giocano, la moglie Hedwig (Sandra Hüller, perfetta nella sua misera perfidia) prova i vestiti migliori appena recapitati dal campo e Rudolf, un padre amorevole seppur dal carattere un po’ schivo, discute della maniera più efficace di smaltire il carico nel nuovo forno commissionato a un paio di imprenditori. Il grado di distorsione rispetto all’esperienza al di là delle mura arriva al punto che Höss redarguisce via interfono i soldati per uno sconsiderato saccheggio dei fiori nei cespugli vicino alla sua casa: un annuncio fatto con solennità ridicola eppure coerente.

Sensibilità nazista

Il quadretto felice (mentre al di là del muro c’è la morte, parafrasando Boris) rischia di essere spezzato dal trasferimento di Rudolf, un cambio di scenario (le cui motivazioni non sono mai state chiarite, ma che potrebbe avere a che fare con una relazione clandestina del comandante con una prigioniera) a cui Hedwig reagisce in maniera isterica: andarsene da lì per lei significa lasciare il posto ideale in cui crescere dei figli, e a Rudolf non resta che adoperarsi per far rimanere la famiglia nella villetta trasferendosi solitario a Berlino. È qui che Glazer piazza un colpo da maestro, più di quando affascina con le sue inquadrature glaciali e al contempo bucoliche, più di quando usa riprese al negativo (e ancora una volta con un inquietante e azzeccatissimo commento sonoro) per mostrarci l’unico raggio di luce nell’intera vicenda, una ragazza polacca che nasconde in terra delle mele per i prigionieri: mostra Rudolph Höss, il gelido burocrate cui si deve l’ottimizzazione del processo di sterminio di milioni di persone, salutare tristemente il suo cavallo, e gira la scena in una maniera che ti porta ad empatizzare con lui. La zona d’interesse poteva essere un film visivamente stupendo ma freddo nella messa in scena, una sorta di variante basata su eventi storici del suo precedente film Under the skin, invece Glazer è riuscito nell’impresa di farci interessare alla vita della famiglia Höss in maniera non entomologica, partecipando delle loro vicende banali e dei loro drammi che sarebbero ridicoli se non avvenissero a così poca distanza dal dramma per eccellenza del ventesimo secolo: non so se il romanzo omonimo di Martin Amis (di cui ho letto solo Money, e lo consiglio vivamente) riuscisse a camminare lungo questo delicato equilibrio, ma anche fosse essere riusciti a ricrearlo è comunque un pregio che val bene un Oscar, con buona pace di Ceccherini e Ferilli.

L’inferno tutto intorno

Il nostro eroe?

Anche Il figlio di Saul è ambientato ad Auschwitz, ma in questo caso siamo all’interno delle mura e non ne usciremo (quasi) mai. A farci da guida al suo interno è Saul (Géza Röhrig, all’esordio come attore), un ebreo ungherese che lavora all’interno del campo come Sonderkommando, una delle persone costrette a collaborare al piano di sterminio dei nazisti prima di essere a loro volta fatte fuori: coinvolto suo malgrado in un tentativo di fuga di cui riusciamo a cogliere solo frammenti, Saul vi aderirà riluttante e imprevedibile con l’unico scopo di seppellire il corpo di un ragazzo che sostiene essere il proprio figlio, un’impresa impossibile cui si vota ossessivamente. Tutta la vicenda del film diretto e scritto (insieme a Clara Royer) da László Nemes gira intorno a queste due linee narrative, mostrando gli sforzi di Saul mentre con sguardo impenetrabile si muove all’interno del campo di concentramento alla ricerca ora di un rabbino, ora di un luogo adatto alla sepoltura, ora di un pacco il cui recupero gli viene affidato da Abraham (Levente Molnár), uno degli altri Sonderkommando coinvolti nella silenziosa ribellione.

Nascondere in piena vista

Diversamente da quanto accade in La zona d’interesse qui l’orrore è sempre al nostro fianco, e ci viene sbattuto in faccia fin da subito: Saul nei primi cinque minuti di film conduce i prigionieri di un convoglio appena giunto ad Auschwitz lungo la strada per le famigerate docce, li aiuta a svestirsi mentre la propaganda nazista cerca di convincerli che una volta lavati gli verrà assegnato un lavoro dignitoso, li conduce all’interno e viene costretto a restare vicino alle porte chiuse mentre le persone dall’altra parte muoiono. Il suo viso è una maschera indecifrabile e noi gli siamo sempre attaccati, perché Nemes ha la geniale idea di staccargli raramente la telecamera di dosso e di lasciare che tutto ciò che gli sta intorno resti fuori fuoco, confuso come il piano cui prende parte ma impossibile da ignorare perché Saul sposta cadaveri (corpi che i gerarchi nazisti chiamano distaccatamente “pezzi”, mutuando il gergo con cui in La zona d’interesse si parla di “carichi”), spala nel fiume la cenere dei corpi bruciati (la stessa cenere che, nella pellicola di Glazer, finisce per avvolgere il comandante Höss durante una tranquilla sessione di pesca), assiste ad esecuzioni sommarie e rasenta fosse comuni e roghi a cielo aperto. Il ritmo in IL figlio di Saul è incalzante e straniante perché nulla di ciò che succede ci viene spiegato chiaramente: non le motivazioni di Saul, un uomo la cui lucidità mentale è stata persa chissà quando, non il piano dei ribelli, di cui vediamo solo i frammenti in cui il protagonista viene coinvolto direttamente, nemmeno l’ambientazione e il preciso momento storico vengono esplicitati se non attraverso dettagli che possono essere colti con una certa conoscenza storica (è la fase in cui Höss, ritornato al comando del campo di concentramento nella primavera del 1944, sovrintende le operazioni di sterminio della comunità ebrea ungherese). Si viene sballottati di continuo da una parte all’altra, sempre in movimento e sempre con l’ansia che qualcosa possa andare storto perché lo sguardo che ci accompagna costantemente è quello di un eroe che non è tale, un uomo il cui istinto di sopravvivenza è una piccola fiammella che si sta velocemente esaurendo.

“Qui voglio lo stesso entusiasmo di prima”

Non è un film facile Il figlio di Saul, ti costringe a tenere alta l’attenzione per non essere travolto dal suo ritmo e allo stesso tempo opera continuamente per distoglierla, fornendo ai margini dell’inquadratura mille motivi per rimanere sconvolti. Come Glazer anche Nemes non ha bisogno di esprimere giudizi morali con la sua pellicola, gli basta mostrare la realtà dei fatti per quella che è, fingendo di edulcorarla solo per farla esplodere con ancora più potenza: vediamo tutto anche se non lo vediamo bene o, nel caso di La zona d’interesse, non lo vediamo affatto, ed è già fin troppo anche se, probabilmente, non sarà mai abbastanza.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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