Dieci variazioni sul tema: Bloom dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger!

Negli anni le mie modalità di scelta sul cosa recensire o meno sono cambiate, prendendo forme variabili del caos che ho in testa: a metà anni duemila, quando i dischi arrivavano ancora in forma fisica e potevi farti affascinare da una cover, il mio criterio principale era visivo. Fu il metodo con cui scelsi in mezzo a una colonna di dischi Penguinvasion dei Gazebo Penguins, con quel suo cartello che intima di prestare attenzione ai pinguini e l’ufo sullo sfondo, e fu anche ciò che mi avvicinò, due anni più tardi, a Be yr own shit dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger!, con la grafica fumettosa e un connubio lisergico di colori… Ok ammetto che anche i nomi mi creavano delle aspettative, ma quella tigre dalla faccia blu ce l’avevo ancora in testa quando mi è arrivato il comunicato stampa relativo all’uscita di Bloom, il quarto album della band umbra che esce, oggi come allora, per la benemerita etichetta To Lose La Track (e in cassetta grazie a Coypu).

I Tiger! Shit! Tiger! Tiger! (che io pronuncio sempre scandendo i punti esclamativi) sono cambiati molto da allora. Ho riascoltato Be yr own shit proprio oggi, ritrovandovi l’atmosfera indie degli anni in cui imperversavano Bloc Party e Franz Ferdinand ma poca originalità se non verso la conclusione del disco, quando la band formata da Diego Masciotti (chitarra e voce), Giovanna Vedovati (basso) e Nicola Vedovati (batteria) tira fuori sonorità e arrangiamenti più obliqui e meno danzerecci che flirtano col post-punk. Non so cosa dissi nella mia recensione di allora ma oggi a quella band direi “insistete con questa linea”, e in parte l’hanno fatto perché col tempo il trio ha rallentato parecchio il ritmo guadagnando al contempo personalità e capacità espressiva: Bloom è il risultato di una mutazione lunga più di quindici anni, un album in cui il post-punk è predominante ma viene declinato sempre in forme nuove, agendo sulle sfumature.

Memory è un’introduzione soffice e malinconica al mondo sonoro dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger! del 2024, un brano che avanza lento ma costante allargando sempre più lo spettro sonoro, introducendo con parsimonia distorsioni e incroci chitarristici per lanciarsi da metà brano in una lunga coda strumentale. Masciotti accompagna le note con una voce suadente e ultrariverberata che funziona anche quando l’atmosfera cambia e la sezione ritmica potenzia il volume di fuoco, contribuendo a dare all’andamento lento di Stones un’aria di inesorabilità, di marcia il cui ritmo è esattamente quello che deve essere. “Ti faccio entrare nel mio mondo solo se ho la certezza che mi capirai”, dice la band nel comunicato stampa, e in effetti l’effetto della loro musica è graduale: man mano che si procede nell’ascolto il tempo sembra dilatarsi e i brani farsi più lunghi di quel che sono, si entra dentro un’atmosfera rarefatta in cui le ombre accolgono invece di spaventare e i saltuari raggi di luce, come quelli che emergono nelle strofe melodiche di Blanket o nella conclusiva Melting forest, consolano più che scaldare.

La personalità della band si riconosce anche dal modo in cui riescono a creare un suono compatto, in cui ogni elemento è imprescindibile. Il muro creato dalle chitarre non copre mai la sezione ritmica e anzi si mette di buon grado anche al suo servizio, si veda Empty pool col basso sferragliante a trascinare lo stridere distorto delle sei corde e la batteria marziale a donare energia quando serve o Hands down, dove si possono trovare echi del noise lo-fi degli Wavves più maturi. Bloom riesce allo stesso tempo a suonare grezzo e a dimostrare una cura ineccepibile nei suoni, merito sicuramente del loro lavoro ma anche di Filippo Passamonti, che il disco l’ha registrato, mixato e masterizzato completamente in analogico al VDSS Recording Studio di Frosinone.

Certo non è tutto perfetto, e con il passare dei brani la formula della band lascia intravedere qualche segnale di deja-vu (deja-senti?): Dark toughts e In between condividono l’effetto sorpresa dei ritornelli che spezzano il ritmo ma la seconda esce sminuita dal confronto, Afterwards si trascina un po’ stancamente fino all’ipnotico rallentamento finale (la cui efficacia è mitigata da una troncatura troppo netta in conclusione) e anche Endless, ascoltata a sé stante e non nel pieno del trip confezionato dal trio, soffre di una ripetitività che mal giustifica i quasi sette minuti di durata. I brani di Bloom sono come dieci variazioni di un tema comune, e se quel tema non piace difficilmente ci si entrerà in sintonia… Ma se quel legame si crea, se ci si lascia andare e si segue la corrente, ecco che anche i difetti appariranno come peccati veniali e le ripetizioni avranno l’effetto di un mantra.

In tempi in cui il post-punk vive una seconda giovinezza (se non terza o quarta) i Tiger! Shit! Tiger! Tiger! potrebbero sembrare intenzionati a cavalcare l’onda come fecero con l’indie britannico a inizio carriera, ma la band umbra con Bloom dimostra che il genere lo conosce, lo maneggia con consapevolezza e sa portarlo verso lidi personali ed avvolgenti: alla lunga il viaggio finisce per stancare, ma vale la pena lasciarsi andare per vedere dove ti portano queste dieci tracce.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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