Qui a Tremila Battute non pensiamo che sia tutto bianco o nero, che si possa trovare la soluzione ad un problema senza sondare tutta la scala di grigi nel mezzo. Oggi però vogliamo giocare a questo gioco, far finta che l* artist* si possano dividere in due categorie: quell* che fanno sempre la stessa cosa e quell* da cui ti puoi aspettare di tutto.
Usciamo dal seminato della musica indipendente per utilizzare il più grande esempio della prima categoria: gli AC/DC. Provo una certa forma di rispetto per loro, e sono sicuro che i fan sfegatati riusciranno a trovare mille sfumature fra lo stile dei primi album e quello degli ultimi, ma per un profano come me (che è comunque uscito per un lungo periodo della sua vita con un amico che in macchina metteva tutti i loro dischi) la carriera della band australiana è una lunga coazione a ripetere (giusto per usare dei paroloni), un perpetrare musicalmente il canovaccio che a loro evidentemente dà un sacco di soddisfazione. Dall’altro lato del ring abbiamo Mike Patton, uno capace di fare successo con una band che già ha cambiato faccia un bel po’ nel corso degli anni (i Faith No More) per lanciarsi al contempo in esperimenti jazz/grind con quell’altro pazzo di John Zorn, creare un progetto che flirta col rap (i Peeping Tom), tirar su band seminali come Mr. Bungle, Tomahawk e Fantômas, fare un disco di cover di brani italiani degli anni 60 e doppiare una specie di demone nel videogioco The Darkness (uno dei motivi per cui me l’ero comprato); come lo ingabbi questo qua? Tutta questa premessa, questo ragionare per estremi, mi serve a dire che se dobbiamo mettere per forza gli Oslo Tapes in una delle due categorie questa sarebbe sicuramente la seconda.
Avete presente il classico amico su Facebook che non sentite mai? Quello che avete aggiunto, o lui ha aggiunto voi, per qualche motivo che negli anni diventa quasi oscuro, ma di cui comunque ricordate il nome. Il musicista abruzzese Marco Campitelli per me è uno di quegli amici, salvo che ricordo per quale motivo siamo in contatto: sono quasi sicuro di aver recensito un disco dei The Marigold, band di cui ha fatto parte negli anni passati, e sono sicuro di aver ascoltato parecchi dischi della DeAmbula Records, etichetta di cui è il fondatore e che vive e lotta insieme a noi ancora oggi. Sapevo anche che aveva fondato gli Oslo Tapes, ma non mi ero mai avvicinato al progetto prima dell’uscita dell’ultimo disco, Staring at the sun before goin’ blind: da lì è nata la curiosità di scoprire qualcosa di più sulla creatura di Campitelli e Amaury Cambuzat (già fondatore di band storiche del panorama indipendente come Ulan Bator e faUST), nata nel 2011 a seguito di un viaggio nella capitale norvegese. Ci metto un paio d’anni il duo per licenziare il primo disco, OT (un cuore in pasto a pesci con teste di cane), in cui già si vede che l’ibridazione fra i generi è un’imperativo per Campitelli e Cambuzat: l’album, uscito per DeAambula ma oggi ospitato sul profilo Bandcamp di Dischi Bervisti, passa con leggerezza da suggestioni alla Massimo Volume allo shoegaze, dalla dilatazione del post-rock a sfumature acustiche più intime, ma tutto sembra ancora incasellato in comparti precisi, senza troppe commistioni. Al disco collaborano un sacco di ospiti (citiamo per dovere di cronaca Nicola Manzan e Gioele “Herself” Valenti), mentre la formazione live vede l’ingresso al basso di Mauro Spada (che registra anche la seconda traccia, Attraversando), componente che rimarrà fisso nella formazione sempre mutevole del progetto.
Nel 2015 la produzione del secondo disco degli Oslo Tapes vede la collaborazione di un nugolo di etichette (oltre a DeAmbula salgono sul carrozzone Riff Records, Santa Valvola Records, ToTeN ScHwAn, Ridens Records e la compianta Dreamin Gorilla, che tanti bei dischi mi ha donato negli anni), e l’ambizione sale col numero di label coinvolte: Tango Kalashnikov è ancora una volta frutto del lavoro di Campitelli e Cambuzat con svariati ospiti e collaboratori, con il batterista Federico Sergente (già membro degli stonerosi Zippo) che funge da vero e proprio terzo elemento della band, ed è un viaggio più oscuro che prende tanto dall’avanguardia nordeuropea ma non solo, giocando a mischiare le influenze e mantenendo come punto fisso solo la voce riverberata di Campitelli. Passano parecchi anni prima che quest’ultimo e il fido Cambuzat riprendano in mano il progetto, e questo accade nel 2021 con l’uscita di ØR (pubblicato dalla storica etichetta berlinese Pelagic Records), un disco che passa ancora oltre e dilata maggiormente il suono della band, sempre ibridando suggestioni diverse ma rendendole più armoniche e soffuse, fedele in questo intento alla parola norvegese che ne compone il titolo (un termine che si può molto liberamente tradurre, e mi perdonino i norvegesi e gli Oslo Tapes per questo, come “vertiginoso, confondente”). In questo terzo album Campitelli passa dall’italiano all’inglese nei testi, una scelta mantenuta anche nel recentissimo Staring at the sun before goin’ blind (pubblicato in vinile dalla statunitense Echodelick Records e dalla greca Sound Effect Records, mentre in cd, cassetta e digitale dall’austriaca Grazil Records), un disco più in continuità col precedente rispetto alle svolte operate negli anni ma comunque teso (e non poteva essere altrimenti) alla sperimentazione: brani come le iniziali Gravity ed Ethereal song esplorano i confini fra shoegaze e post-rock, Deja neu si lascia sospingere da un giro di basso morbido e trascinante, Reject YR regret alza le vibrazioni ma lascia presto spazio a Like a metamorphosis, ovvero ciò che ci si aspetterebbe dall’unione fra il romanticismo esasperato dei Cigarette After Sex e la nostalgia vintage dei Boards Of Canada… E poi il kraut rock percussionistico di Middle ground, la dilatazione ossessiva di Somnambulist’s daydream, la lenta e morbida cavalcata finale con la title track, tutto un connubio di suggestioni che delineano musicalmente la figura di un ibrido i cui confini sono porosi, non estremi quanto quelli toccati in carriera dal buon Michele Pattone ma abbastanza larghi da farci chiedere quali nuovi suoni porteranno in dote la prossima volta gli Oslo Tapes.
Staring at the sun before goin’ blind è il titolo sia del disco che dell’ultima traccia, e basta già questo a evocare scenari: la musica ci mette poi del suo, e il modo in cui procede ha stimolato la mia vena creativa verso una storia che potrebbe essere drammatica ma non è vissuta in questa maniera, la vicenda di un uomo che prima di diventare cieco decide di compiere un ultimo gesto. Quale sia questo gesto lascio a voi il piacere di scoprirlo, leggendo la storia che trovate subito dopo il brano che l’ha ispirata: buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
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La decisione
Voglio che sia una mia decisione, a costo di soffrire, di far prendere fuoco alle mie orbite. Questo ho detto al dottore quando mi hanno annunciato quello che già sapevo da anni: presto sarei rimasto completamente al buio.
Sono affetto dalla nascita dalla retinite pigmentosa, un nome affascinante per una patologia dalla spiegazione molto noiosa. Pare sia ereditaria, che uno o entrambi i miei genitori me l’abbiano donata attraverso il loro corredo genetico, ma non ho mai approfondito troppo la questione: mi basta sapere che loro ci vedono benissimo, maledetti, mentre io presto rimarrò cieco. Non voglio fare il lagnoso, né cominciare con la tiritera sul fatto che la vita mi ha dato tanto: riconosco gli odori meglio di chiunque conosca, sono certo che la sensazione dei tasti sulla tastiera è un’esperienza più appagante per me che per qualche scrittore multimilionario, ma mi sta comunque sul cazzo l’idea che presto sarò privato di qualcosa e che non posso farci nulla. Quindi ho deciso, prima di passare da un eterno tramonto alla notte fonda, di farmi una bella dose di luce solare come si deve.
Signor notaio o chi per lei, mi appresto ad affibbiarmi la cecità attraverso l’osservazione diretta del sole alle dieci e quindici del diciassette di luglio corrente anno. Non starò qui a dare troppe spiegazioni, se anche lei avesse visto restringersi il mondo un pezzo per volta farebbe lo stesso: in fondo questo è un documento redatto al solo scopo di affermare che le mie scelte sono volontarie e che sono nel pieno della mia capacità di intendere e di volere, meglio buttare giù queste poche righe ora che posso ancora controllare quello che sto scrivendo invece di doverle dettare a qualcuno.
Una degli innumerevoli svantaggi della retinite pigmentosa è la fotosensibilità, per cui la luce ed io non siamo mai stati particolarmente amici. Eppure il sole mi piace, adoro il suo calore sulla pelle e i riflessi che riesce a creare sulle più svariate superfici. Dire che non ho visto un sacco di cose è un eufemismo, nonché una battuta che uso spesso con chi ha troppo poco senso dell’umorismo per rapportarsi a me senza compatirmi, ma quella grossa palla che sta a milioni di chilometri di distanza è quella con cui mi manca di più avere un rapporto vis a vis. Voglio evitare di farne una cosa epica però, finirei solo per rendermi ridicolo: mi metterò sul marciapiede con una sedia del soggiorno, a imitazione degli anziani che guardano i lavori in corso, e prima di iniziare a fare la doccia solare ai miei occhi cercherò di incrociare lo sguardo del cassiere del minimarket di fronte a casa, quello stronzo, e anche se non potrò davvero vederlo voglio almeno immaginarmelo chiedersi che cosa sta combinando quel rincoglionito di un cecato.
Cosa mi succederà? Non lo so, ma lei lo saprà già visto che aprirà questa lettera solo a fatti avvenuti. Solo di una cosa sono sicuro: sarà l’ultimo spettacolo che mi capiterà di vedere nella mia vita, e voglio godermelo dall’inizio alla fine.
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