Mi sono imposto, per sfuggire al logorio dell’ansia di risultati, di non controllare le visualizzazioni giornaliere di questo sito, ma le regole si sa sono fatte per essere trasgredite (ricordate, quando usate questa massima, che probabilmente se la ripete anche Jeff Bezos quando trova un modo migliore e potenzialmente illegale per sfruttare la propria forza lavoro) per cui ogni tanto un’occhiata la butto. E ho notato una cosa strana, ovvero che uno degli articoli che meglio ha retto alla prova del tempo e continua a essere letto o quantomeno visualizzato è quello su Spiderland degli Slint, commemorazione realizzata in ritardo per i trent’anni dalla sua uscita. Perché? Non è un tema attuale e non è un articolo recente, cosa c’è sotto? Sospetto che il signor Tommaso WordPress abbia deciso che quell’articolo fosse adatto come suggerimento generico ad ogni articolo del blog, o che sia il primo risultato che viene fuori cercando Tremila Battute su Google, o chissà quale altra motivazione avente a che fare con gli algoritmi. Se devo far parlare però la mia anima inguaribilmente romantica voglio credere che sia perché parla di una band sfigata a cui succedono sfighe in successione, che nonostante la provenienza dal buco del culo del mondo degli Stati Uniti e lo scioglimento a ridosso della pubblicazione del disco riesce comunque a fare successo, contro ogni pronostico: è il sogno bagnato di ogni musicista indipendente, ancora di più se viene dalla provincia, quello di fare successo venendo dal nulla e mantenendosi integri, puri, solo con la forza delle proprie idee, un sogno che raramente si realizza ma continua a spingerti a tornare in sala prove ancora dopo vent’anni, solo per scrivere nuove canzoni con le persone che condividono la tua passione e amen, il successo poi verrà, forse, magari, probabilmente mai. Vent’anni sono esattamente quelli che compiono nel 2023 i The Nion, la resident band della settimana, e a permettermi di parlare di loro è il graditissimo ritorno di Iacopo Innocenti.
Pistoiese classe 1983, Iacopo mi aveva mandato il suo secondo racconto ancora prima che riuscissi a pubblicargli il primo. Impiegato di giorno e scrittore di notte, che descritto così sembra un supereroe, ha pubblicato fra il 2010 e il 2021 i due romanzi Quarto di secolo ed Era destino (e chissà che i suoi racconti su questo blog non possano evolvere nel terzo, occhio ai collegamenti: il primo lo trovate qui) e spero che presto suoi racconti invadano la lit-web.
Dopo averci fatto tornare negli anni 90 parlando delle Pornoriviste Iacopo ha deciso di rimanere più vicino a casa, precisamente nella Montecatini Terme dove i The Nion si sono formati. Lascio a lui la presentazione della band, visto che la conosce e gli vuole un gran bene.
“Scrivere canzoni, condividerle suonando in giro. In un’epoca in cui la musica dal vivo è percepita come un sottofondo e, soprattutto, è associata quasi esclusivamente alle cover band o tribute band. Esibirsi di fronte a un pubblico che ci rimane male in primis perché il gruppo ha fatto pezzi propri e, sebbene abbia infilato un paio di cover in scaletta, non hanno suonato quella bella bella di Vasco, oppure quell’altra dei Coldplay, quella lì col ritornello ganzo.
Nonostante ciò, continuare a salire sul palco e metterci grinta e voglia di divertirsi.
Perché la musica, semplice ascoltatore che non capisce nulla, è stare al mondo volentieri, e a volte diventa addirittura salvezza.
E se riesci a trasmettermi almeno un po’ di questo, allora siamo già a posto.
Ai The Nion voglio un gran bene, perché ci riescono.
Gruppo rock del pistoiese, nati nel 2003 come duo acustico, hanno attraversato numerosi cambi di formazione fino a giungere a quella attuale, che vede Phil alla voce, El Mazzo al basso, Francesco alla chitarra e Simone alla batteria.
Hanno all’attivo tre album e due EP, tutti autoprodotti.
Il pezzo scelto, Finalmente domenica, tratto dal loro primo disco, Atto di protesta (2016), deve il titolo all’omonimo film di François Truffault. Parla di un’attesa, del ritorno di un amore da lontano che, nel giorno della festa, tra l’ozio e la predica, potrebbe finalmente diventare reale.
Anche questo racconto parla di attesa, ma non di qualcuno, bensì di una svolta che non arriva mai e che conduca a un’esistenza diversa, più serena e soddisfacente.
Ma, incapaci di condurre la propria vita verso una rivoluzione, anche minuscola, nella notte delle attese per eccellenza, la vigilia di Natale, si addormenta il dolore come si può.”
Anche in questo caso ho poco da aggiungere se non che questo racconto avrebbe meritato, per la sua collocazione temporale interna, la pubblicazione a ridosso del Natale, visto che una tradizione avviatasi in corso d’opera preveda un racconto a tema per la festa a cui sono interessato parecchio perché almeno resto una settimana a casa da lavoro: caso vuole però che settimana prossima ci sarà un altro racconto a tema natalizio, per cui cominciate a godervi questa vigilia sui generis passata cantando alla tazza del cesso non son degno di te e, come al solito, buon ascolto e buona lettura a voi.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
Scarica il numero Zero e il numero Uno della fanzine di Tremila Battute!
Branchie, di Iacopo Innocenti
Dalla finestra del bagno si insinuano le luci intermittenti delle stelle comete, installate dal Comune per tutta Via Acquerugiola, la nostra Main Street. Sembrano ghigliottine, pronte a mozzare le teste dei passanti.
E io sono qua, con il Sahara al posto delle fauci, le tempie che pulsano e la bocca che sa di sbocco. Abbracciato al water manco fosse un amico incontrato dopo decenni alla reunion dei Bee Hive. A ricomporre il puzzle della cena della vigilia, coi pezzi a galleggiare nella tazza, cullati dai succhi gastrici.
Poco fa, subito dopo il live, come un tappo di Blanc de Blancs sciabolato via durante un matrimonio di quattrinai, sono schizzato al Bar Biturico. Mi ci voleva, per reggere un altro Natale.
Diventa sempre più pesa, con Banana e Teo morti, Luchino in galera e Giò, disfatto dagli psicofarmaci, che a malapena riesce a parlare. Poveraccio, era il più intelligente di tutti. Avrebbe potuto lasciare il quartiere come hanno fatto gli altri, invece è rimasto e ci ha rimesso l’anima.
Il quartiere ti aggroviglia alghe appiccicose alle caviglie e ti trascina verso il basso, a pochi centimetri dal fondo. E laggiù, per restarci, servono le branchie.
Se non le hai finisci nei casini, oppure prendi le medicine, o bevi. A me piace il Brancamenta, d’inverno schietto, d’estate con ghiaccio e acqua tonica.
Se invece le branchie le hai, allora vai avanti, respiri e aspetti.
Ecco, un’attesa è finita da poco. Il Natale è arrivato.
Possiamo tornare a giocare a “facciamo finta che”. Che non siamo pieni di debiti, che non vorremmo vedere in putrefazione l’ottanta per cento delle persone che stanno a tavola con noi, che non facciamo un lavoro di merda per uno stipendio da miseria, che non sentiamo questo continuo malessere, una specie di fastidio doloroso in tutto il corpo, come se andassimo avanti a sbattere i nervi contro spigoli sempre più appuntiti.
E quell’attimo di serenità, dato dal conoscere ogni lampione, ogni sasso, ogni muretto, al punto che pare che tutti vogliano accarezzarti e ricordarti che questa, alla fine, è casa tua, quell’attimo se ne va subito affanculo. E siccome non hai le branchie, fai sempre più fatica ad aspettare che ritorni.
Ci riempiamo di anticipi di attesa perché siamo una generazione senza visione.
Ora riesco solo ad aspettare che il mondo smetta di essere un tagada tipo quello di Marina di Bibbona, che queste piastrelle a scacchi bianchi e neri tornino al loro posto.
Balzella tutto ancora ma siamo a fine corsa, tra poco riuscirò ad alzarmi, ricompormi e vestirmi.
Tra non molto sarà giorno e tocca a me.
D’altronde la messa qualcuno dovrà pur dirla, stamani.
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2 pensieri riguardo “Racconto in musica 158: Branchie (The Nion – Finalmente domenica)”