Racconto in musica 156: Cose adorabili da fare assolutamente in (The André – Specchio nero)

Da un paio d’anni a questa parte quando scrivo qualcosa di più lungo di tremila battute, detto che le volte che scrivo qualcosa di più lungo di tremila battute sono drammaticamente meno di quelle in cui scrivo molto meno di tremila battute, mi piace spesso perdermi in una esagerata prolissità. Lo avete per caso notato? Fare una frase che ci vuole un decennio a leggerla per descrivere una cosa minuscola, ma con la pretesa che in quel giro assurdo si riesca a cogliere un lato di quella cosa minuscola che era sfuggito, che è proprio di quella cosa lì e di nessun’altra cosa, o forse solo per farmi onanisticamente bello, che poi spesso quelle cose lì non le legge nessuno a parte me. L’ambizione è sempre raggiungere la chirurgica precisione di un certo David Foster Wallace, il che non significa che io scriva come DFW, anzi, non significa nemmeno che io abbia CAPITO DFW: ma ci provo.

Stacco: ora parliamo di Byung-chul Han. Oh, non vedevate l’ora in una tranquilla domenica di farvi ammorbare da me con le teorie sulla società contemporanea di un filosofo sudcoreano vero? Sorpresa: non lo farò. Volevo però concentrarmi su un’intervista inserita nel volume Perché oggi non è possibile una rivoluzione, edito da Nottetempo, perché contiene una risposta che contestualizza bene la contraddizione in cui tutti viviamo: alla domanda su quale fosse il suo personale approccio riguardo alla società moderna iperconnessa (si parlava in quel punto di un paragone fra Facebook e il feudalesimo, giusto per dare un po’ di contesto), Han risponde “Come tutti, mi agito quando non sono connesso, ovvio. Anch’io sono una vittima. Senza questa comunicazione digitale non posso svolgere il mio lavoro di professore, autore e pubblicista. Ognuno di noi è parte integrante e ingranaggio del sistema”. Si può riconoscere il problema, insomma, ma riuscire a combatterlo è un altro paio di maniche, ed è già buona se ci rendiamo conto di essere parte del meccanismo.

La specificità di DFW e l’ammissione di “colpevolezza di BCH (evvai di acronimi!) mi sono venute in mente ascoltando a ripetizione continua il disco Mentre non riesco a dormire di The André, perché come il primo riesce a fare giri lunghissimi di frasi che alla fine riescono a cogliere un frammento di verità (o di una verità, almeno) che era sfuggito, e come il secondo non si mette su un piedistallo ma parla in prima persona assumendosi la responsabilità di essere parte del problema che condanna. Ma chi è The André?

Si chiama Alberto in realtà, e una veloce ricerca su internient non mi restituisce il cognome, o meglio forse me lo restituirebbe aprendo i link di siti acchiappaclic a cui non voglio dare una visualizzazione, e in fondo che importa? Proprio l’anonimato è stata la cifra della prima parte della sua carriera, nata online con il moniker Gab Loter attraverso un canale YouTube in cui pubblica cover di canzoni trap… Ma con la voce di Fabrizio De André. Il senso di straniamento e meraviglia che ha colto chi sente i testi di Ghali e Sfera Ebbasta recitati con enfasi e con il solo accompagnamento di una chitarra acustica dev’essere stato lo stesso mio, che l’ho scoperto in colpevolissimo ritardo solo da pochi mesi, e non so quanto il giovane bergamasco che stava dietro al progetto si aspettasse il successo ottenuto con questi video: sta di fatto che, pur mantenendo l’anonimato grazie ad occhiali da sole, felpa con cappuccio e luci sparate da dietro sul palco, Gab Loter diventa The André e comincia a esibirsi anche dal vivo, pure a X Factor, iniziando lentamente anche a variare il tiro “omaggiando” a modo suo l’indie italiano e a far capire che sì, belle le cover, ma dietro c’è una sensibilità artistica molto più ampia di così.

L’ho fatta molto veloce, perché in fondo quello che mi interessa è parlare di musica. Che del talento e non solo la capacità di strappare un sorriso ci fossero lo facevano già intuire le “cover rivisitate”, perché recitare enfaticamente Habibi di Ghali con sotto una chitarra acustica è un colpo di genio, ma prendere il testo di Vendetta vera di Trucebaldazzi e trasformarlo in un testo che forse anche il vero De André avrebbe potuto cantare significa dimostrare doti di scrittura ottime. Nel suo primo disco del 2019, Themagogia – Tradurre, tradire, trappare, The André mischia così le cover, le cover “allargate” e un timido accenno di poetica personale, nei brani Una canzone indie e Originale, in cui parla di sé stesso ma senza il tono tronfio dei trapper che percula, anzi dimesso e quasi nascosto in un angolo da cui dice “sono qui, sono una rotella dell’ingranaggio ma di quello star system che si crea attorno a me non godo”. L’album esce per la Freak & Chic di Immanuel Casto, una scelta che sulle prime mi è parsa incomprensibile, ma Casto è sì il cantante di canzoni assurde e l’autore del gioco da tavolo Squillo ma anche il presidente della sezione italiana del Mensa, l’associazione che riunisce le persone che hanno il QI più alto al mondo, e sentirlo parlare al BIG – Brief in Genova qualche settimana fa mi ha chiarito come mai l’etichetta per cui esce Magari muori di Romina Falconi (che ha contribuito anche ad alcuni dei testi di The André, tanto per dire che la demenzialità a volte si può coniugare con l’intelligenza, in fondo abbiamo avuto gli Skiantos qui in Italia) poteva essere la stessa di un progetto sfaccettato come quello che stava emergendo dal semplice gioco con cui era iniziato.

La vena “matura” di The André, che nel frattempo entra in contatto con Dori Ghezzi e pubblica l’autobiografia Io è un altro, si manifesta nel suo primo Ep di inediti Evoluzione (2021) e, nello stesso anno, nello spettacolo teatrale in cui omaggia Faber portando a nuova vita La buona novella, uno degli album più iconici del cantautore genovese. In maniera completamente diversa, eppure in qualche modo speculare, The André e De André dimostrano di avere parecchi punti in comune quando finalmente, nel 2023, esce Mentre non riesco a dormire, in cui Alberto parla di sé stesso, della società che ha attorno e del rapporto problematico con questa, interrogandosi sul politically correct in Signora mia facendo volteggi linguistici che non sbeffeggiano solo i Pio e Amedeo o gli Indro Montanelli ma problematizzano anche chi la bandiera del politically correct la agita senza aver capito bene cosa ci sta dietro, parlando dell’illusione del successo in maniera simil Caparezza in Le cose che voglio (“Nel Club 27 ci entro vicino ai 40” è un modo magistrale per manifestare l’arte di arrivare in ritardo alla fama), ritorcendosi sul proprio ego nella clamorosa Piuttosto che affermando “però io che sono scemo e che pure me ne accorgo sono scemo non una, ma ben due volte”, ma anche buttandosi su toni più intimistici e meno chiaramente decifrabili in brani come Pesce e Sale, dove fra ricordi di un’amore adolescenziale e apparenti elaborazioni del lutto Alberto mostra quanto sa spaziare a 360 gradi dentro e attorno a sé, uscendo musicalmente dal cantautorato voce e chitarra acustica e adottando gli stilemi dell’indie e (più vagamente) del rap dandogli dignità e spessore (nota a margine: mix e mastering del disco sono appannaggio di Andrea “Sollo” Sologni, che qui a Tremila Battute conosciamo come gran professionista ma soprattutto come bassista dei Gazebo Penguins). Mentre non riesco a dormire contiene i testi migliori che io abbia sentito negli ultimi tempi, e porca di quella vacca (scusa vacca) quanto mi girano che ho scoperto del suo concerto all’Arci Bellezza di Milano tipo due giorni dopo la data: torna a suonare a Milano presto, mi raccomando.

Ero indeciso, mentre pensavo alla direzione da dare al racconto che avevo in mente, se associarlo al brano Bianconiglio o a Specchio nero, come poi ho fatto, perché la storia che volevo raccontare ben si associava a entrambi i testi. Partendo da un evento reale, semplice e banale, ovvero io e la mia compagna che in Giappone aspettiamo per dieci minuti che una commessa ci dia l’ombrello che stiamo comprando osservandola confezionarlo con cura che definire eccessiva è sminuente, ho prima ragionato sulla sindrome della performance che ci spinge a correre continuamente da una parte all’altra, che in Bianconiglio è resa alla perfezione dalla frase “sulla mia lista delle cose da fare c’è scritto che mi devo ricordare che devo fare una lista delle cose da fare”, poi sulla nostra ansia di produrre contenuti (che pure io in Giappone ho perso del bel tempo sui treni a fare contenuti per Instagram invece di, che so, guardare il panorama o leggere un libro), che è poi ciò che viene scandagliato senza facili soluzioni proprio nel brano che alla fine ho scelto. Solitamente vi dico di godervi il racconto ascoltando la canzone, ma il testo di The André va assaporato senza altre distrazioni e quindi vi consiglio di prendere la storia più in basso come una rielaborazione di quei temi e di ascoltare prima il brano: in ogni caso, buon ascolto e buona lettura.

(P.S. Alla fine il cognome l’ho trovato, per puro caso: è Ghezzi)

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero e il numero Uno della fanzine di Tremila Battute!

Cose adorabili da fare assolutamente in

Guardi la commessa guardarti e sorridere prima di iniziare a ripiegare per la seconda volta dal lato sinistro la stoffa fra ogni singola bacchetta dell’ombrello che stai comprando e ti chiedi Come posso immortalare questa scena in maniera che non sembri che mi sto annoiando? Cosa posso imparare da questo momento, ti domandi, mentre il sangue nelle vene impazzisce e ti spinge ad alzare quel cazzo di telefono e filmare tutto questo, il negozio triste e dimesso e pure abbastanza vuoto all’interno di un centro commerciale non così anonimo (ma qui sì) dove hai trovato rifugio dall’acquazzone che con tua somma sorpresa si è abbattuto sulla città senza che tu l’avessi preventivato.

Avresti potuto essere fra profumi e sapori impossibili da far provare ma così interessanti da descrivere in quel mercato rionale caratteristico a quattro fermate della metropolitana da qui, o nell’armeria del periodo feudale del castello appena fuori città, sempre al coperto ma con della Cultura da promuovere, ma non hai controllato le previsioni del meteo. Avresti potuto essere anche solo in una di quelle sale giochi multipiano rumorose e vagamente psichedeliche piene di invasati dall’aria annoiata che contrastano in maniera netta con l’atmosfera generale, a fingere anche tu di divertirti per giustificarti nella mente e nel portafoglio un volo tutt’altro che conveniente e soggiorni in alberghi decisamente al di sopra del tuo standard economico attuale ma in linea con lo standard che vuoi trasmettere a chi ti segue da casa, in attesa di sapere come ti divertirai oggi.

E invece ti stai massacrando i testicoli. Ti stai ammazzando la vita di fronte a una commessa imbarazzata che ci ha messo due minuti a venderti un ombrello e ce ne sta impiegando dieci a confezionarlo, con un’indecisione talmente contrita che non ti riesce proprio di metterla in ulteriore imbarazzo riprendendola con la videocamera dello smartphone anche solo per dire al mondo La vita è anche questa, La lentezza è preziosa o un’altra frase efficace per descrivere un’emozione intensa da corollare con un’hashtag appropriato.

E ti chiedi se non potresti davvero godertelo, questo momento, goderti la noia, goderti una pausa dalla rappresentazione estetica di ciò che ti aspetti da questo viaggio costoso ed esotico e dall’aspettativa che speri e temi di generare nei tuoi follower, in ansia (o forse no) perché da due ore non trovi qualcosa di adorabile da condividere con loro.

Goderti la noia. Cazzo questa sì che ci sta come frase. Fai una foto, postala. Fatto.

Quando esci dal centro commerciale hai dieci follower in più, venti minuti di tempo utile per fare nuove esperienze già approvate da molteplici guide online in meno, un ombrello inutile e ingombrante in eccesso attaccato al polso perché nel frattempo, ma guarda un po’, è uscito di nuovo il sole.

Sono le tre del pomeriggio, non hai fame, ma quel mercato rionale caratteristico è a sole quattro fermate di metropolitana.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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