Un po’ più in profondità nell’universo: Aves raras dei San Leo

Dopo l’ascolto di Aves raras è difficile non pensare che chi ha composto il disco ha un amore folle per la musica e per il cazzeggio in sala prove. Riesco a immaginarmi Marco “inserirefloppino” Migani (batteria, e mio mito personale per questo moniker estrapolato da Futurama) e Marco “m tabe” Tabellini (chitarra e varie ed eventuali) che prendono in mano i loro strumenti e partono per due ore minimo di spippolate sugli strumenti volte ad arrivare dove non si sa, proviamo a prendere quella linea lì e poi boh, dove cazzo siamo finiti? Non lo so, tu? Figo però eh? Il tutto giocando, sperimentando, allargando uno spettro sonoro che dal primo disco XXIV, anno di grazia 2015, si è espanso e ha portato il duo romagnolo dallo sperone roccioso su cui è abbarbicato il borgo da cui prendono il nome fin su nel cielo e poi ancora più su, nel cosmo infinito, a mischiare con l’elettronica i vagiti di un modo diverso di suonare la chitarra e la primordialità di una batteria sempre più technotribale.

Allo stesso tempo non riesco a immaginarmeli senza almeno una canna in mano in quelle due ore minimo, perché Aves raras (pubblicato dalla benemerita fucina di cose dedite all’esplorazione sonora chiamata Bronson Recordings) è anche un bel monumento alla fattanza in musica. Da che stanno su questa terra come entità fattasi duo musicale i San Leo non puntano all’accessibilità, e chi protende le orecchie all’ascolto di un loro disco sa che si troverà a dovergli concedere molto tempo, che aspettarsi di essere convinto dopo due minuti di un brano che ne dura quindici è pretendere un po’ troppo. Dilatano già di base, i due Marco, e qui non è che lo fanno ancora di più, anzi piazzano due brani su quattro al di sotto dei cinque minuti: in compenso lo fanno in maniera diversa, perché il loro suono continua ad espandersi come l’universo.

Il brano più lungo del lotto lo ficcano in apertura del disco, via il dente via il dolore, seguiteci ora o andate pure da un’altra parte. ARIES comincia subito fissando il ritmo, con le bacchette di inserirefloppino che si agitano veloci e la chitarra di m tabe che infila suonini in loop l’uno sull’altro: nessuno si fermerà più per un bel po’, al massimo c’è la dinamica che si smorza, l’atmosfera che si fa più o meno intensa, ventate elettroniche che sgorgano qua e là e improvvise sferzate percussive a buttarla in caciara ma senza mai esagerare, come in una continua onda che non punta all’ascesa, allo sfogo conclusivo, ma a bastarsi per quello che è. Funziona? Dipende dallo stato d’animo, forse anche dal vostro grado di alterazione psichica, perché Aves raras è pur sempre anche un monumento alla fattanza e comunica più alla parte inconscia che a quella conscia, arriva al petto più che alla mente, è tecnico ma in quel modo alla Godspeed You! Black Emperor e ARIES è l’apoteosi di questo concetto: il percorso è più o meno piacevole a seconda di quanto riuscite a entrare in sintonia con questo fluire nervoso che non cerca una risoluzione, tanto che quando arriva dopo un quarto d’ora una sana iniezione di distorsioni e volumi in crescita esponenziale capisci che il punto focale del discorso non è lì, anche se un po’ di casino in più le orecchie lo avrebbero assaporato ben volentieri. Ma aspetta un paio di minuti, giusto quelli dell’outro rarefatto, e te la diamo una bella bordata sonora.

J!OY di minuti ne dura solo tre e mezzo, parte a spron battuto come la precedente traccia e non si ferma più, ma qui non c’è un affastellarsi continuo di suoni storti che entrano in punta di piedi e un po’ battagliano, un po’ collaborano per il risultato finale: qui c’è uno sfogo distorto e riverberato che tronca il fiato e che, paradossalmente, aggiunge la voce al quadro generale, anch’essa confusa e gonfia di riverberi a diffondere il suo verbo da galassie distanti. È una pausa al contrario quella della seconda canzone, il riprendersi da un percorso iniziatico spaccandosi il collo con un headbanging forsennato, dura il giusto e lascia spazio di nuovo ai ritmi della marea stellare.

FUTURA 2000 torna alla rarefazione, ma sempre con quella percussività batteristica che ti lascia coi carboni ardenti sotto ai piedi, mai troppo rilassato, mentre chitarra e inserti elettronici tessono la trama di un movimento criptico e plumbeo. Qui la svolta arriva a metà brano, dopo sei minuti di viaggio, con i synth che si prendono sempre più spazio e portano la band in territori simili a quelli solcati con più tamarraggine da Blanck Mass, verso un nirvana elettrico con tocchi tribali, che alla fine la definizione che la band dà della propria musica è pur sempre mantracore: peccato solo che anche qui la carica ad armi spianate si smorzi in breve tempo.

Lungo-breve-lungo-breve, su questa direttrice il modo in cui i San Leo decidono di chiudere i giochi è ancora con un brano dalla durata contenuta ma in cui sfogare tutta l’energia rimasta in corpo. AL.AY è estatica apoteosi, un crescendo che parte già dalla cresta dell’onda e ti dà l’impressione di salire sempre più anche se non si può, sei già al massimo del volume, fra riverberi a sei corde e piatti martoriati per tutti e quattro i minuti mentre la grancassa implode a ritmo regolare come se ci fosse un motore nucleare che batte lì sotto, da qualche parte, e meno male che lo tengono a freno. Poi bon, si cala velocemente e arriva il silenzio, dopo trentotto minuti di caos controllato.

Aves raras è un gioco al rilancio per i San Leo, l’ennesimo visto che già il precedente Mantracore settava nuovi standard. Qui è dove il duo cerca di uscire un po’ dagli schemi “consueti” (mi si concedano le virgolette, che parlare di consuetudine per una band così è sfiorare il ridicolo), fregandosene della necessità di portare un’ascesa verso il suo compimento fatto di assalti distorsivi all’arma bianca. Serve tempo per entrare in questa nuova ottica, servono minuti passati a cercare di capire cosa stanno facendo lì sotto e minuti passati semplicemente a godersi di pancia l’esperienza: il gioco gli riesce forse meno bene che ai Sabbia, altra band che, con un approccio sempre strumentale ma sonoricamente molto distante, quest’anno ha sviluppato il concetto di “tensione che non si risolve”, ma ad avercene di musicisti così che osano, si lanciano e, ne sono certo, in sala prove si divertono da matti.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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