Cosa fai quando stai registrando il tuo primo album e improvvisamente il mondo chiude i battenti? C’è chi lo prenderebbe come un segnale che forse dovresti fare altro nella vita, chi come il segnale che forse non è destino che quei brani siano ascoltati da qualcuno soprattutto se, una volta scongiurata la prima ipotesi e assodato che ci credi abbastanza per andare avanti, ti sei buttato a scrivere cose nuove e hai deciso di far uscire un Ep. I Leatherette scelsero una terza via (pur facendo uscire anche l’Ep summenzionato, Mixed waste): pubblicare quel primo disco, fotografare il momento anche se le idee sul cosa fare “da grandi” nel frattempo potevano anche essere cambiate. E meno male che lo hanno fatto, perché Fiesta un annetto fa fu una piacevolissima sorpresa: ondivago come solo le cose pianificate il minimo indispensabile riescono a essere, libero da vincoli e aperto tanto alle urla e alle abrasioni sonore quanto alle strizzatine d’occhio verso l’indie rock, l’esordio dei cinque ragazzi bolognesi mi aveva convinto appieno. Sul finire della recensione mi auguravo per il loro futuro che non finissero rinchiusi in una bolla, quella del post-punk in particolare perché qualcosa di quel genere ce l’avevano attaccato addosso, ed è un timore che ha attraversato anche la loro testa a leggere quanto dichiara il bassista Marco Jespersen sulla pagina Bandcamp del nuovo disco, Small talk, in uscita proprio oggi ancora per Bronson Recordings.

La prima impressione che ho avuto ascoltando Small talk è stata quella di un disco più omogeneo. Questo non significa che i Leatherette hanno smesso di andare dove gli pare, perché se ascolti in fila anche solo gli ultimi due singoli Fade away, sinuosa estensione del loro lato più intimo e contaminato dal jazz, e The ugliest, punk stile Clash sporco e immediato, viaggi già in due mondi differenti: sono però i suoni a sembrare più sotto controllo, meno liberi di esprimere tutto il caos che i cinque membri della band dimostrano ancora di avere dentro. Aprire il disco con il sax sghembo e le sfrisate di chitarra alternate a momenti di cassa e rullante dritto per dritto di Bureaucracy apocalypse è il modo migliore per dimostrare che tutto è cambiato ma nulla è cambiato, eppure man mano che avanzavo nell’ascolto la sensazione che i momenti di follia sonora fossero meno esplosivi mi si è impressa a forza nelle orecchie, nonostante le note in caduta decadente nel finale di Isolation, la sporcizia apparentemente disordinata, amplificata dal basso distorto, di Experimenting (un titolo che è già una dichiarazione d’intenti, confermata dalle parole sputate dalla voce di Michele Battaglioli), la carica convulsa di Spying on the garden: il momento in cui lo sbraco sa di vera e propria liberazione arriva solo con Monday, la traccia conclusiva, con la melodia vocale delle prima parte del brano che si trasforma in un affastellarsi di voci sempre più caotico man mano che si va incontro al finale.
“We have an unspoken rule when we fuse pop and experimental music, that we must not create a monster”, questo dichiara Battaglioli sempre su Bandcamp, ed è forse proprio questa regola a limitare le asperità in questo secondo episodio della carriera dei Leatherette, insieme a un mixaggio (opera di Chris Fullard, già al lavoro con gli Idles, mentre le registrazioni sono state coordinate da Andrea Cola e Bruno Dorella) che tende a creare un’amalgama sonora il più possibile compatta. Questo non significa però che Small talk sia un brutto album o, soprattutto, un album riuscito male, perché un conto è il gusto personale e un conto è il risultato oggettivo, soprattutto al netto delle aspirazioni di chi quel disco l’ha creato.
I Leatherette amano il pop quanto i suoni più duri e caotici, un connubio che li porta a stortare il verse-chorus-verse di nirvaniana memoria in tutte le maniere in cui è possibile farlo. Ronaldinho potrebbe correre fino in fondo sulla sua ritmica fra l’esotico e l’influenza (ancora) dei Clash, invece butta lì un intermezzo di sax e note sporche di chitarra che sa di sfregio; Fade away continua ad aggiungere elementi al suo jazzistico e fumoso incedere, tanto da illuminarla di luce nuova una volta giunti alla conclusione; persino il lato più festaiolo e spensierato di Ronaldo (almeno musicalmente, che il testo comunica tutt’altro: e che ci sia un voluto gioco di parole recitando “Oh MESSY life, MESSY life, I’m Cristiano Ronaldo”?) si apre a scenari più intimistici. Small talk è un album che parla, fra le altre cose, di crescita e di paure legate alla crescita (“I don’t wanna be free, cause I’m scared I wouldn’t wanna fly” canta Battaglioli in Spying on the garden), e una crescita di sicuro l’hanno compiuta i Leatherette, focalizzandosi su alcuni aspetti della propria musica e limando, cesellando, togliendo forse troppo ma aprendo anche a nuove soluzioni, come l’utilizzo del piano nell’intensa Lips. Non posso inoltre chiudere senza citare Ponytail, un percorso oscuro in cui la voce insolitamente cantilenante e dimessa di Battaglioli si mischia efficacemente a quella di Agnese Finelli (ospite anche in Lips, Fade away e, se le orecchie non mi ingannano, pure in Nightshift), donando ad un brano dall’andamento piuttosto lineare una marcia in più.
Non avendo mai visto dal vivo la band (cosa a cui spero di porre presto rimedio) non so dire se la decisione di registrare in presa diretta abbia impresso in Small talk la carica dei loro concerti, da cui in realtà mi aspetto qualcosa di più folle e meno controllato. Quel che posso dire è che più che un passo indietro o un passo avanti il nuovo disco dei Leatherette è un passo di lato, un momento di urgenza espressiva (arriva pur sempre ad un solo anno di distanza da Fiesta, pur tenendo conto della dichiarata presenza di altri brani già scritti all’uscita dell’esordio) che servirà ancora di più alla band per capire cosa gli piace, cosa non gli piace e quali etichette scrollarsi di dosso quando e se gliene verranno affibbiate altre: a noi restano dodici brani che li mostrano più consapevoli e ancora propensi a non farsi ingabbiare.
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