Racconto in musica 150: Luce opaca (Tommaso Tanzini – Attorno al fuoco)

Volevo iniziare questo articolo parlando delle band che si sciolgono, di dove finiscono l* componenti una volta che termina il loro percorso perché, fortunat* mortali che ascoltano gruppi strafamosi che magari lasciano una traccia del loro percorso a parte, se sei appassionato della musica di una misconosciuta band della Val Brembana (zona scelta a caso) e quest* smettono di fare musica ci sono ottime probabilità che non ne sentirai mai più parlare. Poi certo, capitano casi come i Drink To Me da cui esce un certo Cosmo, o come i Criminal Jokers, band che non ho onestamente mai ascoltato ma che è diventata un nome famigliare dopo il disco d’esordio di Motta, ma quante volte capita? E quante volte capita, cosa ancora più rara, che da una band continuino a fare musica più componenti, riuscendo a portarla all’attenzione di un pubblico maggiore di quello di un oratorio di Bergamo (questo è successo a me)? Rarissimo, ma approfondendo la storia di Tommaso Tanzini (che, come avrete intuito se siete habitué di questo blog, o anche solo se avete letto il titolo in alto che io faccio tanto il misterioso anche se è totalmente inutile, è l’ispiratore del racconto della settimana), fondatore dei Criminal Jokers quando ancora erano una band busker, ho scoperto un sacco di connessioni inaspettate con concerti a cui sono stato e band su cui ho pensato di scrivere… e alla fine questa introduzione è diventata effettivamente una riflessione sulle band che si sciolgono e su dove finiscono l* membr* quando capita.

Ma partiamo dalle basi, ovvero presentarvi Lorenzo Del Corso, che ha scritto il racconto che trovate più in basso e ha pensato di donarlo alla causa della musica bella che fa la fame (ma a volte meno). Nato a Pisa nel 1994, la passione giovanile per l’economia e l’informatica lo portano nel 2020 a diventare… professore di italiano (qualcosa dev’essere andato storto, come ammette lui stesso). Di certo anche quella per la lingua e la letteratura è una passione, altrimenti non avrebbe pubblicato su tante riviste come Rivista Blam, Il mondo o niente, Malgrado le mosche, birò, Clean (che ha appena ripreso vita, mandatele dei racconti!), Lettera zero, Bomarscé e L’appeso, mentre prossimamente lo troverete sulle pagine (o schermate) di L’equivoco, Limen pastiche e Quaerere. Ha anche frequentato la poesia, partecipando alla raccolta #ManifestAmi di Dazebao e pubblicandone una sua con l’editore Aletti, Dannato vivere (2014): dal 2019 è membro del collettivo di scrittura Lo scisma, di cui vi consiglio di andare a visitare il sito a questo link.

Anche Tanzini è pisano, e la sua carriera di musicista è piena di svolte almeno quanto quella di chi finisce a insegnare italiano dopo essersi appassionato a economia e informatica. Classe 1986, inizia a suonare la chitarra da autodidatta ma, a differenza di me che ho continuato così (migliorando ben poco), lui si specializza all’Accademia musicale Lizard di Fiesole, nello stesso periodo in cui fonda con Francesco Motta e Simone Bettin i già stranominati Criminal Jokers che, chissà per quale motivo, non includono il suo nome fra l* membr* nella pagina wikipedia della band. Forse preconizzando questo pasticciaccio brutto (tanto per citare un libro che non ho letto) Tanzini lascia la band e anche l’accademia, dedicandosi alla sua musica e ad altri progetti, come l’album Community (2013) con l’orchestra afrobeat Sonalastrana e il lavoro da dj con il moniker Stop Making Sensible, in omaggio ai Talking Heads e alla settima nota della scala come spiegato in questo interessante reportage pubblicato sul sito di Soundreef. Proprio a Soundreef e non alla SIAE (come affermato da lui stesso perché agli uffici del MALE gli hanno detto “se non sei iscritto chi ti viene a vedere ai concerti?” E lui ha trovato l’alternativa, tiè) si affida quando comincia a portare in giro le canzoni del suo esordio Piena (2014, prodotto da lui e da Davide Barbafiera in uno studio che rischia di essere invaso da un momento all’altro dalla piena dell’Arno, e che potete scaricare in free download dal suo profilo Bandcamp), un disco di cantautorato scarno che si fa forza principalmente della chitarra fingerpicking e della voce di Tanzini, sghemba e onesta come lo sono i testi, colmi di disillusione e ironia. Nel frattempo il mondo della musica cosiddetta indie cambia, si mischia sempre più col mainstream e questa cosa influenza e allo stesso tempo spaventa Tanzini, come si evince chiaramente da questa intervista sempre per Soundreef: da queste contraddizioni nasce Giganti (2016), il suo secondo disco, prodotto ancora una volta da Barbafiera per la sua etichetta Aloch Dischi (esclamazione pisana per dire “ah però!”), musicalmente più pop ma pieno di quell’ironia un po’ arresa che rende la voce autoriale di Tanzini riconoscibile. Da qui in avanti, avessi smesso di scavare, avrei potuto pensare che la sua carriera era finita in un buco nero: invece sono stato proiettato direttamente nei miei ricordi.

Lago Sirio, 2017. Per motivi vari giravo come una trottola per festival musicali e non solo, e di tutti quelli a cui ho partecipato A Night Like This rimane uno dei ricordi più intensi (e dei rimpianti maggiori, visto che è tuttora in stato vegetativo dopo la pandemia): ne ho parlato più volte su queste schermate, il campeggio comodo vicino all’area feste e pure un palchettino sul molo, ho parlato di varie band che ci hanno suonato (tipo loro) ma non avevo ancora parlato dei Campos, gruppo di cui mi innamorai ascoltandoli suonare su uno dei tre palchi del festival. Attivi dal 2011, della band fanno parte inizialmente Dahri Vij (basso), Davide Barbafiera (elettronica e percussioni), già apparso poche righe sopra in qualità di produttore dei dischi di Tanzini, e Simone Bettin (voce e chitarra), già apparso qualche righe ancora più su in qualità di membro fondatore dei Criminal Jokers. I Campos (nome scelto in omaggio al mitologico portiere messicano Jorge Campos) iniziano a fare musica a distanza, visto che Bettin si è trasferito a Berlino, poi la città tedesca (che vuole un sacco bene a Tremila Battute, visto che l’enclave berlinese sta per aumentare ulteriormente) diventa terreno di conquista con i primi concerti nei locali della capitale. Nel 2015 i Campos iniziano a registrare il primo disco, Viva (2017, Aloch Dischi), poi lo portano in giro per tutta Italia (MiAmi compreso) ma con una novità al basso: Vij esce dal gruppo e a sostituirla arriva un altro pisano, che è proprio Tommaso Tanzini. Il resto è una storia fatta di altri due dischi, il passaggio dall’inglese all’italiano, la partecipazione a un film, un bando della SIAE vinto (guarda i casi della vita…) e varie altre vicende che magari vi racconteremo in futuro, associando alla band un racconto ad hoc: continuate a seguirci quindi!

Attorno al fuoco è la decima traccia di Piena, una ballata malinconica sulla difficoltà di lasciare la casa in cui si è cresciuti. Su questa immagine Lorenzo ha creato un racconto che si mantiene sul confine fra reale e fantastico, proiettandoci in una casa nel bosco da cui fuggire e a cui ritornare, facendo i conti con le aspettative tradite e consci che nel frattempo la vita, e la morte, faranno il loro corso: potete leggerlo subito dopo il link alla canzone che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero e il numero Uno della fanzine di Tremila Battute!

Luce opaca, di Lorenzo Del Corso

Dopo il funerale torno verso casa dei miei. Anche io, come loro, credevo che non avrei mai abbandonato il bosco. Crescendo ho incontrato la miseria emotiva delle famiglie. Io non ho vissuto questo. Ho avuto il privilegio della serenità. Generazioni della mia famiglia sono vissute dei prodotti del bosco, della legna, dei funghi, della frutta. Sono state generazioni austere, prive di qualsivoglia consolazione. In questa dignitosa povertà, i miei genitori hanno costruito la casa. Sicura, nascosta all’ombra dei rami, protetta dal mondo. Io sono nato nell’incanto bucolico, ma con me avevo l’inquieta idea che il bosco era poco. Loro adesso non ci sono più.

Insieme costruimmo la chitarra, modellando i legni come avevano fatto i nostri predecessori. Iniziai a suonare e a cantare la mia idiosincrasia. Loro non capivano il senso della mia musica, volevano solo i suoni del bosco. La sera ci riunivamo intorno al fuoco del camino, e io suonavo per loro; sorridevano e applaudivano, senza capire. Me ne andai prima di un’alba. Mi salutarono sulla porta: nessuno era più soddisfatto.

Non posso dire di aver avuto fortuna. La mia musica non mi ha portato ricchezza, il mio talento si è rivelato mediocre, la mia vena povera. Fra un ingaggio e l’altro tornavo sempre al bosco. Raccontavo i miei lunghi viaggi, i numerosi concerti. In casa il rito era sempre il solito: la sera dopo cena intorno al camino a parlare, senza capirsi. Col tempo iniziarono ad avere bisogno di me. Tornavo spesso per occuparmi di questioni mediche, per accompagnarli a fare le visite, mi prendevo cura del bosco e della casa. I miei erano sempre più stanchi. A distanza di pochi giorni l’uno dall’altra se ne sono andati. E ora, dopo il funerale, torno a casa, per sistemare le ultime cose.

Risalgo il lungo vialetto schiacciando aghi di pino e foglie. Di fronte a me la casa. Il riflesso della luna illumina le finestre del salotto. Non è un riflesso. C’è qualcuno dentro. Mi fermo. Sembra che qualcuno sia entrato e abbia acceso il camino. Mi avvicino di soppiatto. Il vetro delle finestre è appannato. Mi accorgo solo ora del gelo intorno a me, l’aria ferma e fredda, il bosco muto. C’è qualcuno in casa? Non vedo movimenti, solo il riverbero del fuoco nel braciere. Ma non c’è nessuno. I miei hanno lasciato il fuoco acceso prima di morire? Corro ad aprire la porta, ma la chiave non gira. Non è quella giusta. Provo le altre, niente. Strattono la porta, la prendo a spallate. La casa non ha neanche un sussulto. Torno alla finestra. Raccolgo una pietra e la scaglio sul vetro: resta intatto. Continuo, senza risultato. Cerco di arrampicarmi, ma non riesco ad appigliarmi, torno sempre a terra. Il fuoco fa agitare le ombre indolenti sul soffitto, non si sono accorte di me. Non posso entrare in casa. Vedo sbiadire il salotto, il corridoio, le pareti, gli odori. La luce opaca indebolisce la mia vista. Sono stanco. Il fuoco rimane acceso ad aspettare, per sempre. Loro non ci sono più.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

2 pensieri riguardo “Racconto in musica 150: Luce opaca (Tommaso Tanzini – Attorno al fuoco)

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