Il giusto ritmo: Città tropicale di Luca Bernardi

Mi è capitato, avendo una moderata passione per la scrittura, di conoscere persone che scrivono e, in certi casi, pubblicano pure. A volte l* ho conosciut* prima di leggere qualcosa di loro, altre volte ho conosciuto prima l’opera di chi l’ha prodotta: nel caso di Luca Bernardi si è concretizzata la bizzarra situazione in cui ho conosciuto prima l’opera E prima chi l’ha scritta.

Mi spiego meglio. Una decina d’anni fa, quando di editoria indipendente ne capivo ancora meno di adesso, andai per la prima volta al Salone del libro di Torino, vagando a caso fra gli stand senza sapere cosa fosse meritevole di attenzione, cosa fosse fuffa e cosa stesse al livello intermedio. Incappai così per puro caso, con la malcelata intenzione (beata ignoranza) di piazzare qualche pessimo racconto, nello stand di Tunuè, casa editrice che proprio in quegli anni, attraverso la sua unica collana di narrativa, si faceva fucina di giovani talenti attraverso la guida di un per me ancora misconosciuto Vanni Santoni: non so cosa mi attrasse in particolare, se il progetto grafico o qualcosa nello stand, sta di fatto che me ne tornai a casa con Medusa, il libro d’esordio di Bernardi, che mi piacque più come idee e intenzioni che nella costruzione generale.

Stacco a qualche anno dopo. È il 2018, frequento un corso di scrittura a Milano e non so ancora che di lì a un anno e mezzo mi trasferirò in città: incappo (oggi il verbo incappare mi garba particolarmente) in una serie di eventi sul grande romanzo americano in un piccolo circolo in zona Porta Genova, mi entusiasmo perché si parla pure di Foster Wallace e porto a un paio di incontri alcun* compagn* di corso. A quello su American psycho di Bret Easton Ellis c’è un certo Luca a parlarne, mi piace come presenta e ben presto divento un semi-habituè del locale, che fa un sacco di cose fighe fra cui concerti, aperitivi filosofici, cineforum e jam session: il posto si chiama Corte dei miracoli, è sopravvissuto alla pandemia, continua a ospitare eventi interessanti e io ci ho messo tipo tre anni a scoprire che quel Luca era proprio il Bernardi di cui avevo letto l’opera prima. Passa un altro po’ di tempo e Alessandro Polidoro Editore, attraverso la selezione dell’ex compagno di collana Orazio Labbate, pubblica il nuovo libro di Bernardi, Città tropicale: tutta sta premessa inutile per dire che l’ho letto, e ora comincio finalmente a parlarvene.

Non prima della copertina però!

Zoe non se la passa bene. La canicola estiva si abbatte sulla sua città fino a far pregare la gente affinché piova, per lavoro si prende cura della figlia di una modella, abita con un aspirante rapper dalle posizioni un po’ troppo integraliste e, per finire, l’ansiolitico che prende ormai da anni viene messo fuorilegge. C’è di che lamentarsi, ma presto le cose peggiorano ulteriormente: fra misteriose religioni, delinquenti dai modi spicci, bizzarri incontri e una dipendenza da tenere sotto controllo la ragazza si troverà a vagare per una città opprimente e claustrofobica, mantenendo sempre più a fatica il legame con la realtà. Per somme linee la trama del libro di Bernardi può essere descritta in questo modo, ma è difficile riuscire a rendere in poche righe il caleidoscopio di eventi che costellano le 260 pagine del romanzo. Nella quarta di copertina viene fatto un paragone, per “schizofrenica forza cosmopolita”, con l’album Californication dei Red Hot Chili Peppers, ma troverei più calzante associare Città tropicale all’anime Cyberpunk: Edgerunners (realizzato dallo Studio Trigger, di cui vi avevo già parlato qui) e per un motivo ben specifico: il ritmo indiavolato.

Il Cieco che parcheggia la Lambo sul carrabile e si filma che brucia la multa. Che registra i dischi a Cuba e Los Angeles, braccato dal fisco patteggia un milione. Il Cieco con la fashion blogger, con la diciannovenne cantautrice canadese, con la modella ivoriana sullo yatch, al golf con il figlio di… il Cieco alla sfilata accanto al sindaco mostra il medio ai fotografi, il sindaco si dissocia, filmato su un divano tra due bionde botox che gli strusciano selfie come fosse un cartonato sbaffo bianco sulla narice occhiali azzurri biascica il sindaco e tutti gli sbirri in camicia e i benzinai incravattati di sta terra gli sucano il sashimi lui si misura solo con Sinatra e Gesù. Poi smunto in live sorseggiando Gatorade, raga buon lunedì l’altra sera ho un po’ esagerato con gli spritz non sono mica un santo mi hanno decontestualizzato ringrazio tutti i benzinai a cui lascio sempre mance immonde chiedete in giro mezzo pil solo le mie mance… il Cieco in tivù a ripetere la pappardella scrittagli dalla manager, le dooonne le tratti come dici nei testi? È vero che sei andato a Londra a ripulirti il sangue? Cosa pensi di chi sostiene che le tue canzoni lancino messaggi pericolosi? L’hai vista l’inchiesta sulla collusione tra rapper e criminalità organizzata? Il Cieco ripreso all’alba a barcollare nei viali, un gigante in canotta che lancia uramaki ai piccioni. Il Cieco megafono dell’imperativo al consumo, diceva il Genio, simbolo dello sverginamento del rap italiano figlio dei centri sociali e delle posse antagoniste poi spolpato dalle major, adescato a dompe e coca nei privé glitterati e nei balletti delle influencer fino a diventare, da pentecoste dislessica di vandali in bandana, sottofondo da sfilata e coda del tiggì.

È la vita, diceva Zoe.

No è il mercato, diceva il Genio.

Città tropicale è una sinfonia di frasi che si affastellano senza soluzione di continuità, descrizioni che si mischiano a dialoghi che si mischiano a versi di canzoni, un miscuglio ritmico che se ne frega delle regole perché troppo impegnato a seguire le sue. A Bernardi non interessa accompagnare chi legge nel suo mondo, ti ci butta senza rete fin dalle prime righe introducendo i personaggi col minimo delle presentazioni possibile e lasciando che siano le loro parole e le loro azioni a definirli: amen se questo comporta che certi riferimenti riuscirai a capirli solo dopo svariate pagine, quando gli eventi ti daranno i mezzi per coglierli e il tuo cervello avrà trovato il modo di star dietro al flusso. Sembra la descrizione di un libro che fa dell’anarchia la sua cifra stilistica, eppure non lo è: ciò che permette al romanzo di avere questo ritmo è infatti un perfetto controllo della lingua utilizzata.

Fra slang e invenzioni Bernardi crea dei codici linguistici a cui riesce a rimanere perfettamente aderente, creando con la sola imposizione della lingua un mondo in cui i personaggi e gli eventi più improbabili risultano coerenti e credibili. Anche nel precedente Medusa la lingua era centrale, ma l’impegno nel trovare un proprio modo di dire le cose finiva per offuscare le cose che l’autore aveva da dire: in Città tropicale invece l’equilibrio viene raggiunto, adottando una forma fintamente rozza che è perfetta per l’ambiente in cui si muovono l* protagonist*, una metropoli senza nome che trasuda angoli dimenticati e squallidi, una Milano non Milano che si trasforma nei momenti più concitati della trama in qualcosa di simile alla Los Angeles degli action movie più pulp.

Adora l’abyssooo, disse la soprano. Guarda e impara sorella.

La barbona si girò verso Zoe inarcando il sopracciglio.

Adora che? Cos’è sta cosa?

Allora, disse la ragazza, te la faccio straeasy. Oltre ventooo terraaa acquaaa e fuocooo c’è l’abyssooo che li contieneee… e siccome gli opposti si attragono… per la legge dei contrari no? Se vuoi far piovere ti conviene partire dal fuoco ok? Per quello la fiammella funziona come porta… porta più chiave uguale abysso claro?

Non ho capito amore, disse la barbona.

Scaracchiando il vecchio riaprì gli occhi e intascò lo zippo.

In principio è l’abysso, disse, e l’abysso è la dea che canta la luce.

Sull’altare di questo incastro perfetto fra lingua, personaggi e ambientazione finisce per essere sacrificata la trama. In Città tropicale gli eventi si susseguono velocemente, le pause servono più come digressioni (le pagine in cui il Genio, ex aspirante rapper, e il Cieco, star ormai venduta al mercato, parlano senza fronzoli di integrità e successo sono una lucidissima analisi di ciò che probabilmente non va nel panorama rap odierno – e dico “probabilmente” perché è un genere che guardo troppo da lontano per arrogarmi il diritto di aver capito tutto) e le stranezze sono all’ordine del giorno, tra pseudoinfluencer fissate con la magia (Adoro è il personaggio con il nome più azzeccato di tutto il libro), biker inquietanti e scambi di droga parecchio complicati. Non ho suggerito il paragone con Cyberpunk: Edgerunners a caso, e nemmeno utilizzato il termine pulp a sproposito, perché le vicende narrate da Bernardi assumono toni sempre più esagerati e lisergici man mano che ci si avvicina al finale, al ritmo delle sniffate del Cieco e delle crisi d’astinenza di Zoe: nella presentazione del libro a cui ho partecipato l’autore ha affermato di essere partito dall’idea, suggerita dalla situazione pandemica, di una persona costretta per motivi indipendenti dalla sua volontà a sospendere la propria cura farmacologica per la salute mentale, e mi resta il dubbio su quanto certi eventi del libro accadano per magia, misticismo o allucinazione.

La strada ondeggia. Cammina remando contro il tram che rallenta stridendo, si getta di lato, una moto inchioda e il tipo massiccio in casco integrale e gilè aperto sul petto nudo si volta, sfiorandolo gli gira attorno e riparte. Casca e corre tra le siepi e si siede in un tunnel di fango e si trova in mano un biscotto della fortuna, scarta e spezza, spiega il biglietto ma non riesce a leggere. Con la mano spiaccica la baida contro un sasso e arrotola la banconota nella busta finché la narice sanguina, passa all’altra narice che zampilla pure finché è troppo ingessato per sapere se il setto è esploso o la tensione inibisce i movimenti volontari. Tutte in bianco le sei ragazze alate volteggiano rapidissime e la reginetta con il septum e un vestito corto verdino lo chiama con l’indice. Lui accosta il contagocce ma la mascella resta chiusa impietrita. Arpeggiandolo dall’occipite all’alluce si accavallano nervi che non sapeva di avere e lo sbudellano come un petardo in un rospo.

Ci sono libri che privilegiano lo stile, altri che privilegiano la trama. Città tropicale pende sicuramente verso la prima categoria, ma ha abbastanza energia nelle parole da trascinarti avanti qualunque cosa succeda: se l’esperienza è così intensa, in fondo, che non rimangano impressi tutti i passaggi della trama è l’ultimo dei problemi.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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