La prima volta che mi si è palesato il legame fra racconti brevi e musica è stato tramite mio fratello. Il primo ad appassionarsi alla scrittura in famiglia è stato lui, e uno dei primi modi in cui ha deciso di “mettersi alla prova” è stato attraverso un concorso che, guarda un po’, metteva insieme parole e musica. Non ricordo il nome di quel concorso, ricordo invece quale artista gli fece da ispirazione: Ligabue. La sua carriera letteraria purtroppo si è fermata dopo solo un paio di miniraccolte di racconti (qui se vi può interessare trovate traccia delle sue pubblicazioni), i miei gusti musicali invece, molto influenzati da lui durante l’adolescenza, si sono (posso dire per fortuna?) lentamente distaccati.
Quando il legame fra racconti e musica mi si è definitivamente saldato addosso è stato fra il 2013 e il 2014, anni in cui ho prima scoperto e poi partecipato ad un concorso letterario che, in anni successivi, avrei anche contribuito ad organizzare: Provincia Cronica (il nome arrivava dritto da una canzone dei Baustelle), creato dall’associazione Asap – As Simple As Passion, l’associazione di cui entrai a far parte e con cui provai il piacere di smontare il salotto di casa ogni tanto per ospitare artist* nazionali ed internazionali. Nel 2013 la premiazione del concorso, che aveva come ragione d’essere la scrittura di un racconto basato su una canzone specifica (negli anni il tema furono, fra gli altri, brani di Fabrizio De Andrè, Lucio Dalla e Moltheni), fu organizzata a Cerano, il mio (ex) ridente paesello che normalmente ospita nella piazza principale nel giorno della festa Mal o la temutissima Shary Band (ma ci sono passati – incredibile – anche i Perturbazione), mentre nelle feste dei cantoni ci può scappare l’ennesima tribute band di Vasco (lo hanno fatto proprio ieri): Asap portò invece Moltheni (nel periodo in cui preferiva farsi chiamare col nome di battesimo, Umberto Maria Giardini), Daniele Celona e una band che io, per motivi che spiegherò più avanti, considerai per anni abruzzese anche se invece veniva da Milano. Quella band erano gli Albedo, e oggi vi parlo di loro.
Siamo intorno alla metà degli anni 2000 quando Raniero Federico Neri (voce, chitarra, piano e synth), Gabriele Sainaghi (basso, voce e percussioni), Luca Padalino (chitarra lapsteel) e Ruggiero Murray (batteria e percussioni) mettono insieme le loro forze per unire influenze musicali comuni, contenute in un ampio spettro che va dal post-rock al cantautorato passando per il pop, e riesce magicamente a farle convivere. Il primo risultato della loro passione, alimentata (come si legge direttamente dalla loro pagina Facebook) a botte di prove tre volte a settimana fino alle 5 del mattino “nelle orribili sale di Via Lombroso”, è il disco Il male, registrato a Torino e uscito in autoproduzione nel 2010. I quattro hanno le idee chiare su cosa dire e come farlo, non per niente partono con un concept album in cui il tema del male, come da titolo, si mischia con l’esperienza della realtà milanese, fra “parchi naturali di cemento e gelosia” e un sentimento di frustrazione che contamina anche la musica, arrabbiata, distorta e solo di rado ammorbidita da qualche brano più calmo. Sono i testi a colpire particolarmente più che la musica in questo primo atto della loro carriera, perché se dal lato sonoro gli Albedo devono ancora trovare una loro strada personale (il nome dei Ministri è quello più speso come paragone nelle recensioni, forse anche per provenienza geografica) sul fronte delle parole riescono già ad essere efficaci e dirompenti, senza peli sulla lingua quando si tratta di denunciare ciò che non va nella società (ascoltate A farmi intervistare e provate a non trovarci rimandi all’attualità, poi rimuginate sul fatto che è stata scritta più di dieci anni fa. Che cazzo abbiamo combinato in tutto questo tempo?) o nel mondo della musica stesso, come faranno solo due anni dopo con un brano in particolare. Quel brano è La musica è una merda e sta nel disco A casa, ancora un concept album che esce nel 2012 per Inconsapevole Records, una canzone che grida forte il proprio schifo per tutto ciò che fa moda nel circuito indie partendo in maniera semicitazionista di Up patriot to arms (il “pubblico di stupidi” con cui la band non vuole nemmeno parlare evoca nella mia mente il dissociarsi di Battiato dalle “pedane piene di scemi che si muovono”) per poi alzare la posta, fare i conti con le aspettative tradite “non di certo per gli stadi ma almeno per dormire non per strada tra i bidoni” accontentandosi dell’insuccesso altrui guardandoli “soffocare nella stessa merda che volevano suonare”. A casa non è però un disco arrabbiato come quello precedente, smussa i toni o meglio diversifica, mostra l’ampiezza del campionario artistico della band e apre a quello che è il primo album per l’etichetta V4V-Records di Michele Montagano, che è poi il motivo per cui io continuo a pensare che gli Albedo siano abruzzesi.
Abruzzese è infatti Mike, il creatore insieme a Giovanni Amoroso del blog StorDisco di cui vi ho parlato spesso e volentieri: non contento di scrivere di musica lì e da svariate altre parti (lo conobbi su Indie-Zone, l’ho scovato oggi con una recensione proprio di A casa su RockIt) dieci anni fa esatti mette in piedi un’etichetta, la V4V appunto, label definita “indie-perdente” la cui missione è produrre “solo ciò che ci piace”. Forse Michele conosce gli Albedo proprio attraverso la recensione citata in precedenza, forse li seguiva già da parecchio, sta di fatto che la prima uscita dell’etichetta nel 2013 è Lezioni di anatomia, l’ennesimo concept album (avrete capito che fanno sempre questo) in cui protagonista diventa il corpo, o meglio le sue parti. Ognuno dei nove brani si concentra su arti e organi specifici, abbraccia il loro punto di vista mostrandoci le ragioni del Cuore da un punto di vista originale (“questa gabbia d’ossa mi protegge ma mi esclude da tutti voi” sussurra tramite la voce di Neri, mentre è più deciso quando afferma “se tutti facessimo cosa dice quello là sopra […] tanto varrebbe mettersi tutti in croce e marciare come nazisti”) come quelle del Fegato, delle Gambe, di Dita immaginate in fuga di modo che “nessuno le userebbe per sparare”, ma se i testi si mantengono di alto livello anche la musica cresce, affianca ruvida le lamentele dello Stomaco ma accumula riverberi, sfodera in Schiena un binomio piano-voce da brividi e giustifica sempre più, con arrangiamenti ariosi e una spiccata varietà, l’influenza dichiarata del post-rock (e Marracash gli copia pure il concept nel 2019, senza riuscire ad esserne aderente alla stessa maniera). La band già gira per tutto il paese (ho questo ricordo di una data alla Cooperativa Portalupi di Vigevano, alimentata dall’immagine di una locandina appesa alle parte del locale), lo fa ancora di più (con alterne soddisfazioni, perché come dice Neri in questa intervista “nessuno vuole 600 birre in camerino o quali assurde pretese, ma che ci siano due spie funzionanti e non suonare di fronte a gente che mangia in un pub e che non gliene può fregare niente di te”) e, dopo la prima apparizione al MiAmi nel 2012, fa ritorno al MiAmi Ancora del 2014, oltre a dividere il palco con gente tipo Niccolò Fabi, Paolo Benvegnù, Zen Circus e sua maestà (per noi) Giorgio Canali. Partecipano anche a una compilation tributo ai Nirvana di Inconsapevole Records, When I was an alien, donando intensità e distorsioni a Something in the way.
Non riposano sugli allori però gli Albedo, e già nel 2015 arriva sempre per V4V Metropolis, in free download come il precedente e come quasi tutta la loro discografia all’uscita. Influenza dichiarata stavolta è il film di Fritz Lang, sfondo su cui costruire un viaggio in cui si sommano i temi della dicotomia fede/scienza, della solitudine, dell’ansia di successo, dell’amore e dell’odio. Ancora più libero del precedente nell’inseguire una forma canzone staccata da regole prefissate mantenendosi comunque orecchiabile, rock nell’essenza ma integrando i synth sempre più nella formula sonora, Metropolis alza ancora di più l’asticella e crea coi testi un racconto quasi circolare, coerente nel suo andamento e pieno di frasi che ti si stampano in testa nella loro cruda poeticità (memorabile I miei nemici, descritti come persone che “si aspettano qualcuno che li sappia odiare per bene, e chi li sappia far cadere giù per terra, così che qualcuno li possa raccogliere dallo loro stessa merda e farli sentire importanti”). Dopo questo ennesimo successo la band fa le cose un poco più con calma visto il fuoco di fila di tre album in quattro anni, e ce ne mette tre prima di tornare nel 2018 con l’Ep Paura (registrato dal batterista della band Murray), sempre con la V4V, sempre con l’intenzione di dire qualcosa di importante, illustrando con sonorità inaspettatamente più morbide ma sempre di estrema eleganza il “continuo interrogarsi fra un padre e un figlio”, per usare e loro parole. Da allora purtroppo il silenzio, una versione live di Cuore eseguita piano e voce da Neri ad aprile 2020 e qualche raro messaggio su Facebook: “Ode quindi alle piccole band ormai scomparse all’ombra dei tik toker, delle guerre ingiuste e di una pandemia che ci ha portato via così tanto” scrivono nell’ultimo post, noi incrociamo le dita nella speranza che fra quelle band non compaia ancora per anni il loro nome.
Stomaco è la terza traccia di Lezioni di anatomia, una canzone viscerale (di cui nel booklet interno dicono che “deve fare i conti con A day in the life“) in cui è l’organo stesso a esplicitare una fame d’amore mai saziata. Quindi per la seconda settimana consecutiva si parla di cibo, e anche questa volta in maniera molto laterale: cos’avrà combinato con la sua fame l* protagonist* della vicenda per arrivare ad appendere una lettera-confessione alla porta di casa? Potete scoprirlo subito dopo la canzone che fa da colonna sonora al racconto, Tremila Battute va in vacanza fino a settembre ma torneremo con delle novità e molto probabilmente anche un’occasione per vederci dal vivo: buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!
Pezzi di te
Amore,
ti lascio questa lettera attaccata alla porta di casa perché entrando tu sia consapevole che ciò che ho fatto non l’ho fatto per vendetta. So che darai la colpa ai miei scatti di rabbia, ma non farne una questione di equilibrio mentale: la mia era solo una ricerca.
Ho iniziato dai libri, perché dicevi sempre che la cultura appaga. Ti lamentavi del fatto che leggessi poco e male, ma ricordo ancora la sensazione che mi aveva lasciato quella poesia che mi avevi letto anni fa. Mi pare fosse Keats, ma poteva pure essere King, così ho deciso di assaggiare a caso e ti dirò, il sapore della carta non è neanche così male: ma la cultura non ha placato la mia fame.
Ti chiedo scusa in anticipo per la sbroffata di vomito sulla parete vicino al divano. Volevo sentire quello che senti tu, così ho preso le tue medicine invece delle mie. Ne ho prese tante, per annullare i pensieri, per capire cos’avresti potuto dirmi nei momenti migliori invece di gridare che sono un fallimento, che sono inutile, che dovrei segarmi le vene con una lama arrugginita che almeno se non mi dissanguo mi ammazza la setticemia. Volevo capire come potevamo essere senza tutta la cattiveria gratuita ma non preoccuparti, il sangue non c’entra con quello che ho appena scritto.
Ora di sicuro avrai aperto la porta e mi starai cercando, e non trovandomi ti renderai conto del casino che ho lasciato. Ricomincerai a leggere e mi maledirai perché procrastino sempre le spiegazioni (hai notato che so come usare la parola “procrastino” anche se leggo poco?): ti chiedo scusa anche per questo, sai che mi piace mettere le cose in fila alla mia maniera. Forse sono davvero nello spettro dell’autismo come sostenevi anche se, diciamocelo, fosse per te sarebbero tutti autistici. Comunque sto bene, davvero, non fare caso al sangue.
Ho mangiato un po’ di soldi. Niente di che, dieci euro e una moneta da cinque centesimi, ma se li rivuoi trovo il modo di farteli avere. L’ho fatto perché mi dicevi sempre che i soldi la felicità la fanno eccome, e ho mangiato anche una boccetta di vitamine perché dicevi che se c’è la salute c’è tutto (le schegge mi si sono infilate fra i denti, un po’ del sangue arriva da lì. E anche il vomito mi sa che è colpa del cocktail tranquillanti-vitamine, o forse sono solo i tranquillanti). Quello che voglio farti capire è che ho cercato di trovare qualcosa di noi in quello che avevamo, ma non sono riuscito a trovarlo da nessuna parte. Ho sperato fosse rimasto attaccato alle lenzuola, ma ho solo rischiato di soffocare (la carta ha decisamente un sapore migliore della stoffa).
Mi sa che non potremo capire insieme dove s’è perso il nostro amore, così ho deciso di assaggiarmi. Giusto un morso al polso, per cominciare a farci l’abitudine: d’ora in avanti dovrò bastarmi da me. Ecco spiegato il casino, ecco spiegato il sangue. Perdonami, non potevo andarmene senza capire: spero che riuscirai a farlo, io sono sicuro che rimarrai sempre con me, almeno in una parte del mio stomaco.
Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!
Una opinione su "Racconto in musica 146: Pezzi di te (Albedo – Stomaco)"