Sicuramente l’ho già detto (tendo a ripetermi), ma quando ho aperto questo blog/aspirante rivista letteraria io ero DAVVERO convinto che ci fosse un’orda di persone che non vedevano l’ora di pubblicare per il mio neonato progetto: mi affacciavo anche io in quel periodo al mondo delle riviste, spandevo racconti qua e là e la mia fame di pubblicazione la vedevo come una costante per tutt* l* giovani autor*. Sicuramente è così, ma vi basta dare un’occhiata al numero di racconti che sono stati scritti da me (soprattutto nei primi tempi) per capire che non ho avuto proprio tutto questo appeal nella lit-web. Fortuna vuole che uno dei miei racconti tentai di farmelo pubblicare su ‘tina, la storica rivista di Matteo B. Bianchi, venendo rifiutato ma ottenendo un ottimo consiglio: se l* autor* non arrivano a te, vattel* a cercare. Ho iniziato così a scandagliare il web alla ricerca di chi aveva uno stile che mi affascinava, creava storie che mi risuonavano, e alcun* di quest* hanno accettato la mia proposta di creare racconti brevi ispirati da (o associati a) canzoni del varipinto panorama musicale indipendente: fra quest* c’è stata anche Marina Mongiovì.
Nei racconti di Mongiovì (che trovate linkati qui) avevo trovato una forte personalità, una capacità di narrare allo stesso tempo precisa e vaga, pochi dettagli ma essenziali per catturarti e farti entrare in storie piuttosto oniriche. Queste capacità le ho ritrovate nel suo libro d’esordio Sciara, pubblicato a febbraio 2023 dalla casa editrice Kalós, una raccolta di racconti capace di trasportare all’interno di un contesto reale ma mantenendo l’aura del sogno, e questo non solo perché il sogno è l’espediente narrativo su cui si basa l’intreccio fra le varie storie.

Teresa è una giovane ragazza siciliana, impegnata nel rituale dell’imbottigliamento della salsa di pomodoro. Il primo racconto della raccolta è incentrato su di lei e sulle altre donne della sua famiglia, impegnate in una mansione che è anche una sorta di legame intergenerazionale: un’introduzione lenta, avvolgente, che attraverso le chiacchiere e i gesti delle protagoniste ci fa già scivolare nell’ambientazione della provincia catanese, raramente esplicitata con nomi di luoghi precisi ma chiara fin da subito. Dopo le fatiche della mattinata arriva il momento del pranzo, poi quello del riposo pomeridiano, e col sonno Teresa ci porta in un altro mondo: con lo stratagemma del sogno le persone che prima erano solo accenni diventano reali, ne seguiamo le vicende in un ordine dettato dai rapporti che li legano, scoprendo attraverso di loro i segreti della piccola comunità.
Avevano sette o otto anni quando, con i racconti del prete, scoprirono l’esistenza del male. Salvatore non aveva un’idea chiara di chi o cosa fosse: Satana, Satanasso, Lucifero, Diavolo, Mefistofele. Don Carmelo usava sempre nomi diversi, perché diverse potevano essere le sue sembianze: ora un arcangelo cornuto; dopo un insidioso serpente; un uomo con la testa di caprone; o ancora un drago a sei teste. Nei caldi pomeriggi d’estate, per le assolate e deserte vie del paese, Salvatore immaginava di incontrare il demonio sotto forma di biscia nera o con la testa cornuta di un enorme caprone. Al solo pensiero correva a perdifiato e, nella quiete meridiana, si sentiva solo lo scalpitio dei suoi piccoli piedi sul basolato.
Mammelle
Personaggio dopo personaggio, storia dopo storia, la comunità esplorata in Sciara assume contorni inquieti. Fra tradizioni e superstizioni, ruoli che sono come gabbie e cose che tutti sanno ma nessuno può dire, frammenti di vite o esistenze intere scorrono in un continuo andirivieni temporale: ci sono Anna, costretta a sottoporsi a reiterati supplizi volti a farle trovare marito, Orazio, che assieme ai pesci trova nelle reti le ossa dei morti in mare, Giorgio, a cui un caso di morte apparente apre le porte per diventare telepredicatore, e ancora delinquenti, reiett*, tutto un caleidoscopio umano di cui emergono vizi e virtù.
Leggere i racconti di Mongiovì mi ha lasciato una sensazione simile a quella provata, anni fa, con l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Come nel capolavoro del poeta statunitense, infatti, gli orrori quotidiani vengono esposti con grandissima sensibilità, portandoci ad avere pietà anche di chi si macchia di crimini atroci. Non abbonda di innocenti Sciara, ma poch* carnefici non sono stat* a loro volta vittime: al silente gioco al massacro si sottraggono solo i semplici, come la babba Angelina e Fofò, che i bombardamenti della seconda guerra mondiale hanno reso muto, o coloro che non si piegano a regole che appaiono immutabili,, che condannano l’omosessualità del puppo Michele e considerano fonte di malasorte l’irruenza e l’indipendenza di Nunzia. La società scandagliata dall’autrice è imbevuta di patriarcato, ma i ruoli imposti dalla tradizione stanno stretti a quasi tutt*: per ogni Assunta, la “Marchesa” che rifiuta un futuro da moglie e madre, ci sono una Carmela costretta a subire l’adulterio senza fiatare, una Nina prigioniera dell’isola in cui l’ha portata il marito, una Rosalia per cui la maturità del corpo diventa fonte di rabbia e frustrazione; persino Nuccio, il ragazzo attirato dalle promesse della malavita che si farà boss, sembra vittima di un sistema che lo vuole forte e ricco per essere davvero uomo.
La faccia seria di sua madre Lucia sentenziava: «Le signorine stanno a gambe chiuse».
E ancora: «In quei giorni è meglio che non ti lavi».
«Le signorine non giocano e non urlano sguaiate per le vanedde e stanno molto attente a quello che mostrano ai maschi».
«C’avi i so cosi», sussurravano tutti e, nella penombra della sua camera, Rosalia ringhiava come un animale ferito, chiusa nel suo cordoglio.
Ciò che riguardava le femmine, dalla vita in giù, non aveva un nome preciso. Erano cose: sangue infetto da occultare. Qualcosa che andava detto mormorando, con le bocche storte o risolini complici.
Signorina
La bravura di Mongiovì sta nel tessere questa tela rendendone vivido ogni filo. Descrive luoghi ed eventi con una prosa asciutta che mette in risalto ciò che è necessario, a ogni racconto aggiunge pezzi di un puzzle che alla fine risulta completo, e quasi non serve essere stati al carnevale di Catania per immaginarsi Michele ballare vestito da donna, aver percorso i gradini che portano alla chiesa di Sant’Alfio per immaginarsi i festeggiamenti durante la sua festa a maggio, essere stati al numero 13 di Vicolo Rizzo per immaginarsi l’unione di sacro e profano nel quartiere delle prostitute. Mongiovì narra quasi esclusivamente in terza persona, dimostrando di avere una voce forte e riconoscibile, ma si permette anche di sperimentare adottando il punto di vista di un gatto (Requiem per Giorgio Privitera) e maneggiando alla perfezione la seconda persona singolare (Per grazia ricevuta).
Sciara si conclude col risveglio di Teresa, non prima di un’onirica resa dei conti in cui alcuni torti vengono vendicati. Con lei ci risvegliamo anche noi, scossi e affascinati allo stesso tempo, perché nel mettere in fila tutte le storture che animano la sua Catania Mongiovì trasmette anche l’amore che prova per la sua terra: riuscire in un compito simile al primo libro non è semplice, e questo mi rende ancora più orgoglioso di averla contattata un giorno di due anni fa, proponendole di scrivere un racconto ispirato a una canzone del suo conterraneo Cesare Basile.
Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!
Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!