Show and tell: la fantascienza intimistica di The vast of night

Da appassionato di fantascienza, ma ben lontano dal potermi definire un esperto, ho sempre diviso la cinematografia di genere in due macrosezioni: quella caciarona e più interessata all’azione che agli argomenti (se non si considera come argomento il patriottismo) e quella che ragiona sul presente e/o sulla condizione umana a partire da suggestioni futuristiche. Fra un Indipendence Day e pellicole come 2001: Odissea nello spazio o Stalker c’è una distanza concettuale enorme, che sfuma poi in mille derivazioni che prendono elementi dall’una e dall’altra sponda creando ibridi più o meno soddisfacenti.

In quella zona di mezzo io ho trovato la mia nicchia ideale fra pellicole che, pur partendo da un presupposto fantascientifico, preferiscono concentrarsi sulle storie di persone comuni che incidentalmente finiscono per avere un ruolo importante o che si ritrovano semplicemente nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ho adorato District 9, una riflessione sull’immigrazione portata avanti seguendo le vicende di un eroe per caso (e per forza), il modo in cui un film come Predestination sfrutta i viaggi nel tempo per imbastire una vicenda umana folgorante e apprezzato l’idea, pur realizzata con qualche tempo morto di troppo, da pseudo road-movie in una zona “contaminata” da presenze aliene di Monsters. The vast of night, come dovreste aver intuito, è un orgoglioso esponente di questa sottocategoria.

Se per guardarlo non avessi dovuto sovvenzionare Jeff Bezos sarebbe stato ancora più bello

New Mexico, anni 50: in un piccolo paese la centralinista Fay (Sierra McCormick) e il radioamatore Everett (Jake Horowitz) cercano di capire la natura di uno strano segnale intercettato dalla prima mentre sta ascoltando il programma radiofonico del secondo. Da questa premessa semplice e non particolarmente originale il regista esordiente Andrew Patterson (che ha anche co-sceneggiato e co-prodotto la pellicola) è riuscito a creare una storia che mantiene sempre alta la tensione narrativa, e lo fa principalmente attraverso le parole.

Una delle regole auree della narrazione è il famoso “show, don’t tell”: mostrare una situazione, facendo parlare le azioni, è sempre preferibile a spiegarla in maniera didascalica. Patterson sembra rispettare appieno questa regola, presentandoci Fay ed Everett attraverso le loro interazioni con gli altri cittadini, riuniti tutti o quasi nel palazzetto dello sport per la partita della squadra di basket locale: è un inizio folgorante, caratterizzato da un ritmo nella scrittura dei dialoghi che ci dice già tutto dei rispettivi caratteri e delle dinamiche superficiali della cittadina, mettendoci a nostro agio in attesa di arrivare al cuore pulsante della vicenda. Ed è qui che, inaspettatamente, il film rallenta.

Subito dopo aver intercettato il segnale Fay ed Everett decidono di trasmetterlo per radio alla ricerca, senza troppe speranze, di qualcuno che ne sappia di più al riguardo. Una chiamata arriva, e da qui inizia un racconto che privilegia le parole, tanto da oscurare nel vero senso della parola l’immagine. Affidandosi a quelli che normalmente verrebbero liquidati come “spiegoni” Patterson si prende un bel rischio, ma il regista riesce a inframmezzare queste sequenze ad altre in cui dimostra che le virate al nero non sono un modo per evitare di mettersi in gioco, riuscendo inoltre a mantenere sempre alta l’attenzione sui personaggi.

Con “virata al nero” intendo proprio una cosa così

The vast of night è un collage di diversi pezzi di bravura, amalgamati insieme a formare una pellicola intensa e non solamente messi lì per dimostrare il proprio talento. I personaggi reagiscono alle situazioni che si trovano di fronte in maniera plausibile e coerente coi loro caratteri (mi viene in mente una scena in cui Fay scatta in strada correndo per raggiungere un altro luogo, nonostante Everett possa darle un passaggio in macchina), i lunghi monologhi riescono ad essere avvincenti nonostante la totale staticità dell’azione, le trovate scelte da Patterson per passare da una zona all’altra della cittadina sono sempre interessanti e ottimamente girate: non contento il regista butta lì en passant anche il tema del razzismo nella società statunitense, lasciandolo emergere in maniera discreta e senza abusarne.

Dove vada a parare il film è facile da intuire mettendo insieme i pezzi “New Mexico” e “esperimenti militari segreti”, ma è il modo in cui ci arriva a rappresentare una ventata di freschezza nel genere. Ci si affeziona a Fay ed Everett, si fa il tifo per la loro indagine (sempre meno dilettantistica man mano che prosegue) e si teme per la loro incolumità quando le cose iniziano a farsi pericolose: un traguardo niente male, contando che l’affiatamento fra i due è stato trovato nel corso di soli diciassette giorni di riprese. Ci sarebbe da parlare anche del finale, ma comprometterebbe l’esperienza: facciamo che, se deciderete di vederlo, ne parliamo insieme nei commenti. Un bell’applauso a Patterson, speriamo che mantenga le promesse e non si perda come un Neil Blomkamp qualsiasi.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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