È brutto ammetterlo, ma le scelte musicali che ho operato in questa sezione sono state molto poco inclusive. Di cinquantacinque racconti usciti solo quattro hanno preso ispirazione da canzoni di band con almeno una componente femminile, una scelta dovuta al fatto che, contrariamente ai libri, i miei ascolti si concentrano perlopiù su musica suonata da uomini. Le eccezioni ci sono, e proverò a ispirarmi a quelle per altri racconti in futuro, nel frattempo potete consigliarmi autrici che mi sono perso per strada nel variegato mondo della musica indipendente: sono sempre aperto ai nuovi ascolti.
C’è una cantautrice però il cui nome mi accompagna da anni, anche se ho approfondito la sua musica meno di quanto avrei dovuto. Non so dire quando è stata la prima volta che ho incrociato il suo nome, ma il momento esatto in cui è scoccata una scintilla è stato nel 2003, con una sua canzone in alta rotazione su Mtv: la canzone era Triathlon, e lei è Cristina Donà.
Una carriera lunga più di vent’anni quella di Donà, costellata di successi e collaborazioni. L’esordio discografico avviene con Tregua, nel 1997, album prodotto da Manuel Agnelli con cui la cantautrice aveva già avuto numerosi contatti: era stata lei a invitare gli Afterhours a suonare al concerto di fine anno all’Accademia di Brera nei primi anni novanta, aprendo poi una loro esibizione di uno dei primi tour della band (quando ancora Agnelli cantava in inglese) con un repertorio di cover chitarra e voce. Tregua ottiene subito ottimi riscontri, permettendo a Donà di portarsi a casa la Targa Tenco per il miglior album d’esordio e il Premio Lumezia come miglior artista emergente.
Ripercorrerne la carriera in ordine cronologico è un’impresa, vista l’enorme mole di progetti in cui è stata coinvolta. Oltre ai suoi sette album in italiano (l’ultimo in coppia con Ginevra Di Marco, nel 2019) uno in inglese (l’album omonimo Cristina Donà, in cui rielabora le canzoni del precedente Dove sei tu) una raccolta dei brani migliori e la riedizione di Tregua nel ventennale dell’uscita, con i brani affidati a nomi emergenti della musica italiana come Birthh e La Rappresentante di Lista, Donà è apparsa in dischi di nomi noti e meno noti della musica italiana, dagli ovvi Afterhours a La Crus, Massimo Volume, Micevice, Gianni Maroccolo, Lubjan, Diaframma, Pacifico, DiMartino…e la lista sarebbe ancora lunghissima. Capace di reinterpretare dal vivo, assieme alla band The Waiting Room, l’opera rock Tommy degli Who, autrice per altri oltre che per sé (da più di dieci anni ha formato un sodalizio artistico col chitarrista e pianista Saverio Lanza, con cui ha scritto fra le altre canzoni per Arisa e Irene Grandi) Donà ha creato negli anni un intenso legame con Robert Wyatt, artista omaggiato in varie occasioni e con cui la stima è reciproca fin dagli esordi, tanto che il musicista votò il suo album d’esordio fra i cinque migliori dell’anno sulla rivista inglese Mojo e duettò con lei in una delle sua canzoni più iconiche, Goccia. Nel 2015 vince nuovamente la Targa Tenco, questa volta per la miglior canzone con il brano Il senso delle cose, estratto dall’album Così vicini, premio a cui fa seguito nel 2016 il Premio De Andrè, ricevuto da Dori Ghezzi per la sua reinterpretazione dell’opera del cantautore genovese: sono solo due degli svariati riconoscimenti di una carriera che negli anni ha fatto innamorare tantissime persone della sua musica, mutata negli anni ma con la sua voce unica come colonna portante, voce da cui potete farvi ammaliare anche nella sigla della recente serie televisiva di Niccolò Ammaniti, Anna.
I duellanti è la quarta traccia de La quinta stagione, album che nel 2007 sancì il passaggio dalla Mescal alla Emi. Ballata meno dolce di quanto ci si aspetti, è nel testo che Donà evoca con maestria un rapporto complicato che ci restituisce per immagini, senza troppe spiegazioni. Proprio quei dettagli sfumati mi hanno ispirato a scrivere una storia che parte come un vero e proprio duello d’onore, con tanto di scelta delle armi, fra un lui e una lei che hanno tante cose da recriminarsi: lo trovate subito dopo il brano, non mi resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).
All’ultimo sangue, o quasi
Immagino il momento in cui torneremo a parlarci come un vecchio duello, i nostri secondi ad attenderci fuori città nell’alba di un freddo giorno d’inverno. Tu porterai l’amico con cui eri solito andare a bere, dopo un litigio troppo violento o per festeggiare qualcosa, io la sorella che ha accolto tutte le mie lacrime, detestandoti per ognuna di esse.
Litigheremo, è ovvio, anche per la scelta dell’arma. Vorrai usare lo stocco, per poterti avvicinare tanto da sentire il sangue che mi ribolle nelle vene, io pretenderò la pistola, per non essere costretta a guardarti prima che inizi la sfida. L’avrò vinta, già lo so, perché è d’uso che la parte offesa abbia libertà di scelta: dovrai adeguarti alle mie regole, dopo esserti tanto ribellato per conquistare una supposta libertà.
Schiena contro schiena cercherai le mie mani, ma non lascerò che tu le stringa. Ho ancora nella memoria il freddo provato sfiorandoti le dita, quando mi porgevi un mazzo di margherite solo per lenire l’effetto di quel che avevi da dire. Il calore che vorresti da me non lo meriti, non dopo avermi costretto alla pesantezza dei giorni passati a chiedermi dove fossi e con chi. Attenderai senza il conforto di un mio ripensamento quegli attimi prima di allontanarci, e solo al decimo passo potrai vedere con quali occhi accoglierò il tuo sguardo.
Camminerò chiedendomi se stavolta riuscirai a sostenere il confronto, sei così abituato ad allontanarti quando non sai come replicare alle mie accuse. Non ti basterà conoscere l’arte della fuga per scappare prima che scorra il sangue, col cielo come testimone per una volta andremo fino in fondo.
Penserai a tutti quei momenti passati insieme, allontanandoti da me col passo del condannato, soppesando il modo in cui le tue colpe hanno reso i miei errori trascurabili. Non riuscirò comunque a scordarli nel vento freddo del mattino, mi aggrapperò alla speranza che, voltandomi per affrontarti, la titubanza nel volerti cancellare dalla mia vita non si riverberi alle mani.
Una di fronte all’altro, col sole nascente a illuminare le nostre figure, non avremo più tempo per abbandonare la tenzone senza sentirci vili. Comincerò io a sparare, con la fretta di chi vuol farla presto finita, ma avrai il tempo di rispondere una, due, tre volte ai miei colpi, prima che ci tocchi fermarci per non renderci ulteriormente ridicoli. L’allenamento intrapreso per infliggerti un colpo mortale non avrà l’effetto desiderato, non farò mia la crudeltà con un avversario che finge di essere inerme.
Ci toccherà parlare, ragionare, ritornare ancora su quel passato che ci ha visto insieme e complici, nemmeno così lontano da giustificare una definitiva lontananza. La mia immaginazione è troppo arida per sognare una realtà in cui non ti amo, ma vorrei tanto farti penare di più, prima di accoglierti in un abbraccio.
Avrà ancora senso ingaggiar battaglia, ferirci anche, finché avremo l’accortezza di chiederci chi si è fatto più male.
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