Visto che di questi tempi viaggiare è un miraggio cerchiamo di farlo con la mente, e andiamo di preciso in Corea Del Sud. Perché proprio lì? Un po’ per la voglia di esotismo, la lontana Asia che ha così tanto di diverso da noi (a parte il capitalismo, che ormai è arrivato anche lì), un po’ perché il cinema sudcoreano mi affascina da anni e grazie a Parasite (su cui avevo scritto questo articolo) se ne sono finalmente accorti in tanti, un po’ perché sono curioso di vedere se davvero lì i videogiocatori sono trattati come delle rockstar. Soprattutto perché avevo da parte un racconto basato su una canzone dei Say Sue Me, e indovinate da dove arrivano? Proprio dalla Corea del Sud e precisamente da Busan, città dove è ambientato un film che è perfetto per unire viaggio verso una meta lontana, cinema coreano e…pandemia, che contando che parla di zombi potrebbe persino farvi tirare un sospiro di sollievo per come stanno andando le cose da noi.
La storia dei Say Sue Me comincia nel 2012, quando gli amici d’infanzia Kim Byung-kyu (chitarra), Ha Jae-Young (basso) e Kang Se-Min (batteria) incontrano la cantante Choi Su-Mi in un Tea Shop e, affascinati dalla sua voce, le offrono il posto di vocalist all’interno della band, una di quelle situazioni in cui nel 99% delle volte si finisce in niente (esperienza da musicista di periferia) mentre nel caso della band coreana diventa la classica intuizione azzeccata. Tempo due anni ed esce il primo disco, We’ve sobered up, dove già si denotano le caratteristiche principali della band: la scelta della lingua inglese (Choi canta anche in coreano, ma preferisce l’inglese perché la fa sentire “meno esposta”) e il genere di riferimento, un mix di shoegaze e surf rock allegro e spensierato influenzato dalla vicinanza alla spiaggia della sala prove. Nel 2015 esce il loro primo Ep, Big summer night, e qui purtroppo la favola della band nata da un gruppo di amici con interessi comuni ha una bruttissima battuta d’arresto: il batterista Se-Min finisce in coma a causa di un trauma alla testa, evento che porta l’intera scena indie di Busan a raccogliere fondi tra i fans per pagarne le cure ospedaliere. Kim Chang-won prende il suo posto temporaneamente, cambio che diventerà definitivo nel 2019 a causa della morte di Se-Min, a cui nel 2017 la band dedica un Ep uscito per il Record Store Day. L’incidente non ferma i Say Sue Me, che fra il 2018 e il 2019 fanno uscire il secondo album (Where we were togheter, che gli frutta cinque nomination ai Korean Music Awards) e due Ep (uno di cover, It’s just a short walk, uscito anche questo in concomitanza del Record Store Day, e uno natalizio, Christmas, it’s not a biggie), oltre a suonare fuori dai confini anche in festival prestigiosi come il SXSW. È notizia di pochi mesi fa l’uscita dalla band del bassista Ha Jae-young, evento che si spera non abbia ripercussioni sul futuro di una band leggera ma con stile.
L’ascolto di But I like you mi era stato suggerito dal patron di Indie-zone Tommaso Vecchio (di cui, a proposito di indie, vi consiglio di ascoltare il disco), e da questa canzone ho tratto quello che è stato il primo racconto in musica, ripescato oggi perché A) la canzone e la band meritano B) il lavoro e i problemi alla macchina (285000 chilometri e sentirli, addio mia cara Seat Ibiza) non mi hanno permesso di lavorare bene quanto volevo ad un racconto nuovo. Nel brano trovate tutte le caratteristiche dei Say Sue Me al loro meglio, che ho condensato in un racconto che parla di cose odiose e del modo in cui si può superare il fastidio che ci provocano (N.B. la storia è stata scritta quando ancora gli assembramenti sui mezzi pubblici erano “solo” fastidiosi). Potete leggerlo sotto il link al brano, come sempre buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).
Ciò che ancora non odio
Non vorresti essere qui. Tutta questa gente ammassata, cosa ci fai in mezzo a loro? E dire che la odi, la metro. Odi qualsiasi mezzo di trasporto pubblico in realtà: gli autobus antiquati, la metropolitana affollata, il rumore del tram che passa attraverso le cuffie con cui ti anestetizzi dalle chiacchiere banali della gente, i taxi che si fermano sempre davanti agli altri e mai di fronte a te che ti sbracci. Meglio camminare, ma oggi avevi fretta e questo è il risultato.
In prossimità della fermata inizi una lunga e penosa manovra di avvicinamento all’uscita. Sgomiti fra automi con lo sguardo fisso sul cellulare, giovani dalla voce troppo alta ed insopportabili personaggi così gentili da ostacolarti mentre cercano di facilitarti il passaggio. Riesci appena in tempo ad arrivare alle porte, e quando la tua via di fuga si spalanca ti incunei fra una massa disordinata di idioti che pretendono di salire senza prima far scendere gli altri. Esci, ti allontani a fatica, e proprio in quel momento una spallata ben assestata ti fa cadere la borsa. È troppo, più di quanto tu sia abituata a sopportare, ma quando si offrono di aiutarti a raccogliere le tue cose sparpagliate per terra sfoggi un sorriso cordiale.
“Non è niente, cose che capitano”, ecco quel che ti esce dalla bocca.
Cammini per i corridoi, passando vicino ad extracomunitari che vendono ciarpame in bancarelle improvvisate e ad altri che chiedono l’elemosina, vorresti gridare Aiutiamoli a casa loro, così, giusto per vedere l’effetto che fa, ma prosegui. Sali veloce i gradini, arrivi all’aperto e la coltre di smog per un attimo ti fa mozza il respiro. Il maledetto traffico della città, aggiungilo alla lista delle cose che odi, assieme alle insegne luminose dei negozi, gli artisti di strada, i fast food, il kebab i marciapiedi pieni di mozziconi e le persone che parlano negli auricolari.
Perché ti stai facendo questo?
Lo sai benissimo. Ignora la difficoltà a respirare, il sudore che cola. Entra nel parco, cammina veloce verso la collinetta laggiù in fondo, attraversa il prato senza pensare a tutti quelli che hanno fatto cagare lì i loro cani senza raccoglierne i bisogni, ai ragazzi strafatti che hanno abbandonato i mozziconi delle loro maledette canne, alla voglia che hai di urlare Incivili del cazzo questo posto è di tutti.
La lista delle cose che odi, ci vorrebbero anni a compilarla. Faresti prima con le cose che apprezzi: i vecchi film, le camminate, i bambini. Quando non piangono o strillano, s’intende.
Oh già, e quell’altra cosa. Quella per cui oggi sei così sorridente.
Corrigli incontro, anche se rischi di inciampare a causa delle scarpe col tacco che non sopporti. Goditi lo spettacolo di quella sua orribile camicia a fiori, delle zanzare che vi attorniano, riempiti le orecchie della musica di merda che ascoltano i due ragazzini poco più in là.
E poi dimentica tutto per un lungo, indimenticabile attimo.
Bacialo. Prenditi una pausa dal mondo. Ama qualcosa, finalmente. Te lo sei meritato.
Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!
2 pensieri riguardo “Racconto in musica 34: Ciò che ancora non odio (Say Sue Me – But I like you)”