Ho dedicato molte introduzioni alle regole non scritte di questa aspirante rivista letteraria, spesso quando queste regole le trasgredivo per i più disparati motivi. Una di queste non ho mai dovuto scriverla perché è personale, riguarda solo me e il monito che mi ero fatto di non scrivere mai di band o artist* che conosco personalmente, dove con “personalmente” intendo una vicinanza che esula dal contesto puramente musicale (conosco e apprezzo come persone svariat* musicist* con cui però, vuoi perché la vita non ci concede il tempo di frequentare tutte le persone che vorremmo, i rapporti si limitano perlopiù alle chiacchiere dopo un concerto). Perché? Una questione di etica probabilmente, la mancanza di una distanza che ti faccia valutare oggettivamente la musica, oltre a una sorta di vergogna nel parlare di chi potrebbe dirmi davanti a una birra “ma che cazzo hai scritto”? Oggi però faccio un’eccezione, perché da tempo pensavo di scrivere un racconto ispirato a una canzone di Tommaso Vecchio detto TUM e quel momento è arrivato.
Il legame con Tum è di quelli belli stretti e ingarbugliati, pure che non ci si vede così spesso nonostante la comune cittadinanza (acquisita) milanese. Ci siamo conosciuti attraverso un comune amico il cui nome, Diego Ghidotti, va menzionato anche solo perché è la persona che ci ha in momenti diversi avvicinato alla scrittura musicale su Indie-Zone, il nostro rapporto è cresciuto attraverso la comune militanza in quella redazione minuscola di scappati di casa che i dischi se non li ricevevano li scaricavano, si è alimentato di musica e minchiate (il forum di Indie-Zone sembrava nato solo per quello, e ci scrivevamo tipo in sei o sette) e pure adesso continua così (fun fact già citato qua e là negli anni: la protoforma di Tremila Battute nasce su Indie-Zone con la rubrica Musica Aumentata, di cui trovate qui testimonianza). Suonavamo anche entrambi, ma mentre io penavo con le mie band per esibirmi anche al di fuori di Piemonte e Lombardia (con scarsi risultati) lui la musica mi sembrava più interessato ad ascoltarla che a farla: lo ricordo fan sfegatato dei Kech, band che ha avuto meno fortuna di quella che avrebbe meritato (ascoltatevi qualcosa di loro e datemi ragione), ma quando il gruppo si scioglie per (se non ricordo male) trasferimento oltre oceano di cantante e un chitarrista non passa molto tempo che buona parte dei membri virino verso l’indie-folk e tornino in pista con un nuovo progetto. Nascono i Pocket Chestnut, e alla voce c’è proprio Tum.
“I POCKET CHESTNUT guardano dal basso il talento folk dei Bright Eyes e ripercorrono a loro modo le autostrade che hanno portato alle stelle Eels, Wilco e Calexico, fermandosi di tanto in tanto per ricordare il mai troppo compianto Mark Linkous (Sparklehorse). Hanno suonato oltre duecento concerti,aprendo le date italiane di Adam Green, Poliça, Tamaryn, Gang Of Four e moltissimi altri.” Questa è la descrizione che potete trovare sulla loro pagina Bandcamp, ma le parole non sono la musica e la musica non sono i concerti. Le castagne tascabili hanno girato l’Italia da Lu Monferrato (quanto manchi Repubblica Indipendente di Lu) all’Ypsigrock di Castelbuono in Sicilia, portando i sentimenti agrodolci della loro musica nelle orecchie degli spettatori e un’allegria contagiosa sul palco: ricordo Tum donare castagne e orsetti gommosi al pubblico, suonare un sacco di strumenti improbabili che a ogni concerto aumentavano di numero (ed erano a disposizione di chi li volesse utilizzare nel brano di chiusura), accompagnato/sostenuto/esaltato da una band che nella prima formazione vedeva i già citati transfughi dei Kech Pol (chitarra), Ema (basso) e Teddy (batteria). Due Ep (uno omonimo perso nei meandri dell’internet e Outness del 2011) e due album (Bedroom Rock’n’roll, 2010, e Big sky, empty road, 2014) nell’arco di otto anni, tanti concerti di cui alcuni condivisi (ho un vago ricordo, forse fallace, di una data in comune alla Cooperativa Portalupi di Vigevano, mentre ho la sicurezza di un concerto in Brianza a cui i miei Duranoia arrivarono in ritardo al soundcheck perché un vecchietto col pandino ci tamponò in tangenziale sostenendo che, con noi fermi in coda, avessimo fatto retro andandogli addosso), molte storie da raccontare (la scomparsa della rana Geena, pupazzo che dal 2009 accompagna la band in giro per l’Italia e scompare a Eboli nel 2014, vista l’ultima volta nelle mani di un bambino biondo), qualche cambio di formazione (Ema si trasferisce a Berlino dopo l’Ep Outness, Teddy a un certo punto lascia il mondo della musica) e poi il silenzio, che non dura però molto.
Take-off and landing, pubblicato sotto Moquette Records e Stereo Beach Party il 16 gennaio 2020, è uno degli svariati dischi usciti nel momento sbagliato, ovvero quando il Covid ha chiuso ogni possibilità di suonare dal vivo (ora invece i luoghi dove suonare vengono monopolizzati da Live Nation, evviva!), ma fa più strano se si pensa che l’album è composto da brani scritti in viaggio e che del viaggio fanno il loro motore narrativo: la musica mantiene l’impianto indie-folk, ma quando le chitarre elettriche si prendono la scena come nell’iniziale darKer è impossibile non trovare influenze dell’alternative/indie rock dei nineties. Complice la congiuntura globale pandemica non ricordo quando ho visto la prima volta Tum esibirsi nel suo nuovo progetto solista, ma so di averlo ascoltato in molte formazioni diverse: in solo con ukulele e chitarra ad accompagnare la voce, in duo con un corno a fargli da contraltare, in band completa basso-chitarra-batteria e boh, probabilmente dimentico anche altro, distratto dalla sua presenza scenica delicata e coinvolgente, gli occhi sempre semichiusi che però sembrano magicamente vedere tutto benissimo. Il suo nuovo disco The dark side of minigolf è appena uscito, l’ho già visto portato dal vivo al Detune di Milano e se volete anche voi provare l’ebrezza di un suo live non vi resta che andare il 7 marzo al Base di Palazzolo sull’Oglio.
So long è la seconda traccia di Take-off and landing, un brano in cui il contrasto fra l’ukulele e la ruvidezza della voce di Tum dal vivo riesce sempre a coinvolgermi ed emozionarmi. Complici il testo e l’immagine associata al brano sulla sua pagina Bandcamp il racconto scaturito da quelle note ha un’ambientazione ben precisa ma non esplicitata (no, non Niscemi, anche se certi dettagli potrebbero lasciarlo pensare), il resto è farina del mio sacco che vi invito a leggere con il brano in sottofondo: buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
Scarica la fanzine di Tremila Battute: numero Zero, numero Uno, numero Due e numero Tre.
In ritardo
La colonna di tufo si erge miserevole al centro della vallata erosa dal tempo. È uno spettacolo notevole, un’anomalia del paesaggio che, senza quella, apparirebbe solamente interessante. La natura ha però solo una parte di merito: senza le case in bilico verso la rovina, l’uomo non rischierebbe che qualcuno andasse a sbattere continuamente contro di lui.
Si aspettava decisamente di più. Gli mette tristezza il paesaggio. Tristezza e rabbia. Ha aspettato così tanto tempo prima di decidersi a visitare questo posto, ha macinato così tanti chilometri per arrivarci. Ora si accorge che non doveva fidarsi di quel parere tanto entusiasta: lei, dopotutto, era entusiasta di tutto.
L’ostello in cui passa la notte è pieno di ragazzi e ragazze che parlano una lingua diversa dalla sua. Scambia qualche aneddoto di viaggio con due spagnoli che stanno facendo un’antica via a piedi, una via che passa lontano da lì ma, dicono, quel paesaggio valeva la deviazione. Continuano la conversazione davanti a una birra, poi a un’altra finché la terza si trova a berla da solo, sentendosi osservato anche se sa che a nessuno interessa qualcosa di uno che beve da solo al bancone. Si distrae pensando a come faccia la Spagna a non avere niente di meglio da vedere che quel pezzo di tufo in rovina, contando che di aridità ne hanno da vendere.
Quando si alza per pagare si sente intontito e più arzillo, fa per pagare ma scopre che gli spagnoli hanno pagato anche per lui. Esce più felice di quanto non sia mai stato dal suo arrivo, poi si chiede se la terza birra l’hanno pagata loro o se doveva pagarla lui, vorrebbe tornare indietro a chiedere ma gli viene un po’ di paranoia e teme che in quel momento lo guarderanno tutti, stavolta davvero. Lascia perdere e cerca di convincersi che non gliene frega niente, che la ragazza che c’era alla cassa poteva anche svegliarsi, fosse la prima birra che scrocca, ma quella felicità ormai se n’è andata e fare il cinico non lo aiuta a farla tornare. Già che c’è va a sfogarsi davanti a quella colonna del cazzo, ci arriva come in trance ma non può dire che non sapeva dove stesse andando, che i piedi ce l’hanno portato da soli, perché non tutte le strade portano a Roma ma in questo paesotto tutte le strade portano lì e lui non è così ubriaco da scambiare una direzione con l’altra.
Non è solo nemmeno adesso, una piccola folla si è radunata per godersi lo spettacolo della luna alle spalle di quel disastro in corso d’opera. Pensa che quella sia una luna cattiva, uno di quei pensieri che può venirti solo dopo esserti fatto tre medie di tripel belga, ma mentre la rabbia che ha provato poche ore prima scema sente che più che cattiva è triste, come lui, come gli spagnoli che non hanno niente di più bello da vedere al loro paese, come la cassiera quando si accorgerà dell’ammanco, ammesso che l’ammanco esista.
Tutti tristi, tranne lei. Su una cosa aveva ragione: ha aspettato troppo per vedere questo posto.
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