Un film molto sudcoreano, pure troppo? No other choice di Park Chan-wook

Nell’anno di grazia 2003, come molti appassionati di cinema, anche io sono stato travolto dall’onda del cinema coreano, che nello specifico per lungo tempo ha significato semplicemente i film di Park Chan-wook. Iniziai ovviamente da Old boy, recuperando pure il fumetto giapponese da cui era ispirato (fun fact, ad ogni nuovo adattamento si allunga il periodo di detenzione del protagonista: dieci anni nel fumetto, quindici nel film coreano, venti nel remake quantomeno discutibile di Spike Lee), seguii tutta la trilogia della vendetta, recuperai nei meandri di internet il misconosciuto e bizzarro I’m a cyborg, but it’s ok e mi fermai solo dopo l’esordio statunitense del regista, quello Stoker che invece di aprire a Park le porte del cinema che conta gliele chiuse in faccia, tanto che il successivo Mademoiselle, nonostante il plauso della critica, in Italia venne distribuito poco, male o addirittura per niente. Io nel frattempo scoprivo altri registi, mi innamoravo anche in questo caso come molti dell’asso pigliatutto Bong Joon-ho, ma quel pezzetto di cuore per chi mi aveva fatto scoprire un angolo di mondo (cinematografico) che non conoscevo non ha mai smesso di battere. Poi è arrivato Decision to leave (ne abbiamo parlato qui), e l’amore è ritornato quello dei tempi d’oro.

Nel frattempo, come accennato, non me ne sono stato con le mani in mano e gli occhi fermi verso occidente, ma grazie anche ai preziosi cineforum di Alessandro Lonardo (di cui consiglio il canale YouTube) ho allargato le mie visioni, scoprendo grazie a lui Lee Chang-dong e in autonomia quel Na Hong-jin a cui abbiamo dedicato un articolo pochi mesi fa (in estate arriverà il suo nuovo film Hope, teniamolo d’occhio), ma non solo. Complice un viaggio da pianificare (e poi effettuato) nella penisola sudcoreana, e non accontentandomi dell’altalenante Squid game, la mia intenzione di capire il popolo di quella terra tanto distante attraverso cinema e televisione mi ha spinto da una parte verso film che esplorassero temi sensibili (come la rivolta di Gwangju, soffocata nel sangue nel maggio 1980 e raccontata molto bene nella pellicola A taxi driver e nel romanzo Atti umani di Han Kang, entrambi consigliati), dall’altra verso alcuni k-drama che vanno dal buono (Quando la vita ti dà mandarini) alla soap opera (La regina delle lacrime). Ma, vi starete chiedendo, tutto questa premessa che c’entra con No other choice, l’ultima fatica di Park Chan-wook? Apparentemente niente, in realtà molto.

Un uomo e la sua determinazione

No other choice è l’adattamento del romanzo The ax di Donald Westlake (già portato al cinema da Costa-Gavras nei primi anni duemila col titolo Cacciatore di teste, e proprio al regista greco naturalizzato francese è dedicata la pellicola), ed è uno di quei progetti della vita a cui spesso i registi si affezionano per motivi non sempre spiegabili. Park ci pensava da almeno un decennio e avrebbe voluto girarlo negli Stati Uniti, ma il voltagabbana di Hollywood dopo il già citato Stoker (che non gli ha impedito di girare con una produzione made in USA la serie Il simpatizzante) lo ha portato infine ad adattare al contesto sudcoreano una storia emblematica sulle storture del capitalismo: quella di Man-soo (interpretato da Lee Byung-hun, star del cinema sudcoreano che ha già bazzicato anche Hollywood, da noi noto principalmente per il sopracitato Squid game ma da loro uno che praticamente vince un premio ogni volta che recita in un film), responsabile in un’azienda che produce carta tagliato dall’oggi al domani a seguito dell’acquisizione della stessa da parte di una società statunitense, che trovandosi in difficoltà nella ricerca di un nuovo impiego all’interno della stessa filiera decide, a un certo punto, che il modo migliore per farsi assumere sia eliminare fisicamente i “rivali” più accreditati per soffiargli il posto. Una storia dai risvolti drammatici perfetta per le mani di Park, che nel suo sviluppo assume spesso toni comici che possono risultare spiazzanti per chi conosce poco il cinema sudcoreano, ma che lo risultano meno se avete visto anche solo la famosa scena di Parasite in cui c’è la canzone di Gianni Morandi (in No other choice c’è una scena molto simile). Eppure.

Eppure qualcosa non mi è tornato. Forse mi aspettavo altro dopo Decision to leave (che comunque non mancava di scarti di tono piuttosto bruschi, tipo la breve svolta pulp a due terzi della pellicola), sicuramente ho alzato le aspettative a mille dopo gli entusiastici commenti della stampa a seguito della partecipazione al Festival di Venezia, ma l’ascesa (sociale) e discesa (morale) di Man-soo non mi hanno convinto appieno, e al di là della consueta eleganza formale (c’è un’inquadratura col mare da una parte e la strada dall’altra che per me vale da sola il prezzo del biglietto) è proprio l’equilibrio fra il tragico e l’assurdo che ho trovato troppo sbilanciato verso il secondo. Ma in fondo Park è sudcoreano, e questo è forse il suo film più sudcoreano di tutti.

Un uomo e la sua determinazione a far ridere (Extreme Job)

Intendiamoci: due settimane in Corea, qualche film non mainstream e tre k-drama in croce non mi rendono un esperto, ma ho fatto un po’ di compiti a casa e prima di prendere l’aereo per Seoul mi sono chiesto “come sono davvero i gusti del pubblico in Corea del Sud”? Perché noi possiamo vantarci dell’Oscar a Sorrentino, dei successi all’estero di Guadagnino, ma poi chi incassa di più al botteghino è Checco Zalone e forse forse il gusto del pubblico andrebbe centrato lì e non sul cinema d’autore. Per dire: Parasite non è nemmeno nella top ten dei film più visti nella penisola, e dei quattro registi che considero più noti da noi (oltre ai già citati Park, Bong e Lee merita sicuramente una menzione lo scomparso Kim Ki-duk) nessuno rientra in quei dieci posti. E sapete quale film si piazza al secondo posto? Extreme job (vi risparmio il titolo originale), una commedia poliziesca su un gruppo scalcagnato di investigator* che nel tentativo di arrestare una banda di spacciatori finisce a gestire un ristorante di pollo fritto, recitazione costantemente sopra le righe e assurdità assortite. Mi sono visto anche The roundup (decimo posto, inaspettatamente presente su RaiPlay), capitolo numero n di una serie di buddy movie che pur con una componente d’azione massiccia e una violenza molto cruda (soprattutto per il tipo di operazione) propende sempre per il lato commedia. Abbiamo questa visione dei sudcoreani come ossessionati dalla vendetta, ma sembra che gli piaccia almeno altrettanto ridere e questo viene fuori anche in un prodotto lontanissimo come La regina delle lacrime, dove a momenti di una drammaticità esagerata si alternano gag da slapstick comedy.

Un uomo e la sua determinazione a essere troppo carino quando è ubriaco (La regina delle lacrime)

Park questo evidentemente lo sa bene, e così vediamo la vita perfetta di Man-soo (illustrata da un inizio didascalico che prefigura già il disastro) crollare pezzo per pezzo, ridendo di lui più che provando empatia per la sua situazione. Man-soo è un killer inesperto, questo è ovvio, ma la sua goffaggine in certi momenti è da commedia pura, così come le reazioni di coloro che gli girano intorno: il regista non si fa sfuggire nemmeno l’occasione di sbeffeggiare la polizia, rappresentata da due ispettori che sembrano in gamba almeno fino a che non devono unire i puntini, una caratteristica che sembra unire tutti i registi della penisola neanche fosse sport nazionale.

Il pericoloso e discutibile percorso di Man-soo verso il successo cambia anche il mondo attorno a lui. Il pacifico pater familias che ci viene presentato nelle prime scene in realtà così perfetto non è, e non c’entra solo la sua morale compromessa: il suo rapporto con la moglie Mi-ri (Son Ye-jin) e i figli Si-one e Ri-one viene approfondito man mano che Man-soo procede col suo piano, sia nelle conseguenze che questo comporta all’interno del menage familiare (come ogni buon percorso di formazione anche Man-soo acquisisce sicurezza quando miete successi, facendolo diventare lentamente uno stereotipo della virilità patriarcale) sia disseppellendo dal passato fantasmi che forse il protagonista pensava di essersi lasciato indietro grazie ai successi materiali. Purtroppo anche questa interessante analisi della famiglia nucleare sudcoreana viene disturbata da troppe svolte, dettagli poco utili (la sottotrama del lavoro di Mi-ri, mollata lì e utile quasi solo a certificare la gelosia fra le caratteristiche del largamente perfettibile Man-soo) che distraggono aggiungendo troppa carne al fuoco a una storia che forse vuole affermare qualcosa di più profondo del classico “homo omini lupus”, ma che finisce per farlo in maniera troppo confusa.

Un uomo e il capitalismo

Sono rimasto quindi deluso da Park? È No other choice l’approdo del regista al cinema commerciale? No, perché la già menzionata cura formale è pur sempre una gioia per gli occhi e il regista sudcoreano riesce comunque a piazzare dei colpi allo stomaco quando meno te li aspetti, ma mi è rimasta l’impressione di un giocattolo perfetto che sacrifica all’altare degli incastri l’emotività, tanto che il dramma condivisibile della precarietà in un mondo del lavoro spietato e disumanizzante (emblematico il modo in cui viene trattato Man-soo nel bagno di un’azienda, degno delle umiliazioni peggiori di Fantozzi) l’ho provato solo guardando gli occhi di uno dei rivali del protagonista, il Si-jo interpretato da Cha Seung-won, riciclatosi come venditore di scarpe e straziante nella sua accettazione passiva di una realtà diversa. È proprio questo momento melodrammatico a essere per me il centro nevralgico del film, più di un finale che esprime in maniera visivamente egregia ma fin troppo didascalica il parere di Park sulla società capitalistica (contro cui se la prende parzialmente anche il mondo dei k-drama, che trova spazio per la crisi economica causata da speculazioni finanziarie del 1997 sia in Quando la vita ti dà mandarini che nel più leggero Venticinque e ventuno), e forse rappresenta anche una giustificazione per il tono del film al di là di qualsiasi teoria dilettantistica su ciò che il pubblico sudcoreano chiede e che Park possa essere o meno disposto a concedere: la reazione aggressiva di Man-soo al torto subito, volta a riottenere i suoi privilegi invece che a rovesciare il sistema, forse non può essere raccontata che come una farsa, lasciando scampoli di dramma solo a chi scompare fra i subdoli ingranaggi della macchina capitalistica.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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