Racconto in musica 218: BOOM! (Maxïmo Park – Apply some pressure)

Quale deve essere lo scopo ultimo di una rivista letteraria? Perché ok i racconti, ok la forma, ok i temi, ma penso ci possa e ci debba essere qualcosa oltre queste precondizioni iniziali. Cosa di preciso? Ecco, questa è una domanda a cui è più difficile rispondere, ed è uno dei motivi per cui quando definisco Tremila Battute una rivista letteraria ci piazzo sempre un “aspirante” davanti. Perché qui spacciamo buona musica, ma non so se è uno scopo abbastanza alto; ragioniamo un poco sul sociale, ma una rivoluzione non partirà certo da queste schermate; ospitiamo tant* autor*, ma non abbiamo un’idea chiara di letteratura verso cui puntare. Però, in questo mare (stagno?) di idee confuse su ciò che dovremmo o potremmo essere, resta un punto d’orgoglio quando riesci a interessare e coinvolgere autor* dalla penna (tastiera?) riconoscibile, quell* che se ti capita di leggere un loro nuovo racconto a distanza di tempo capisci subito chi lo ha scritto: Isabella Ballarini è una di loro (una di loro, una di loro…) e siamo felicissimi che abbia accettato la nostra proposta di collaborazione, portando in dote la musica dei Maxïmo Park.

Iniziamo ovviamente da Isabella, goriziana classe 1977 che si definisce ironica, eclettica e sempre sorridente, una descrizione che si abbina bene anche ai suoi gusti artistici. Adora in generale la musica “difficile” (virgolette sue), ma con una predilezione per Elio e Le Storie Tese, mentre sul fronte cinematografico passa con leggerezza dagli spaghetti western di Sergio Leone alla comicità surreale di Maccio Capatonda, sempre alla ricerca di qualcosa di bizzarro, creativo e originale. Scrive da diversi anni e un nutrito gruppetto di riviste ha avuto modo di accogliere le sue storie, spesso surreali ma in una maniera personale e difficilmente spiegabile a parole: andate quindi a leggerle subito su L’Irrequieto, Sulla Quarta Corda, Quaerere, L’Equivoco, CrunchEd. Spaghetti Writers, Pastrengo, Nazione Indiana e Piegàmi.

Come per ogni band ormai in attività da un ventennio abbondante parlare dei Maxïmo Park (che devono il loro nome al Maxïmo Gomez Park, che a seconda che guardiate la pagina wikipedia inglese o italiana passa dall’essere un parco di Little Havana a Miami a un ritrovo di rivoluzionari a l’Havana, Cuba) è un compito arduo. È facile finire nel fare una lista di dischi (otto per la precisione) e traguardi, un racconto pieno di dati ma vuoto di pathos. E quale pathos posso mettere in fondo io, che della band nata a Newcastle nel 2000 ho ascoltato per la prima volta un disco questa settimana, e nemmeno A certain trigger (2005), l’esordio pubblicato dalla Warp che ci vide lungo nel mettere sotto contratto un gruppo che fino a poco prima sembrava sul punto di sciogliersi e ha resistito grazie all’innesto di un cantante, Paul Smith, che fuori da ogni previsione si è rivelato non solo all’altezza del compito, ma pure un animale da palco? Non so, forse posso partire da Garlasco.

No, aspettate, parlare di Garlasco non significa per forza cronaca nera. La ridente cittadina del pavese, di cui penso di non avere mai visto il centro, ospitava anni fa una discoteca piuttosto grossa (Le Rotonde, ricordo di esserci stato trascinato una volta a una serata revival e per fortuna ho dimenticato tutto il resto) e, molto meno noto, un piccolo club che aveva colto, a inizi anni 2000, lo spirito del tempo, o almeno uno spirito del tempo: lo Zoe a Milano puntava sul nu metal, Pepe a Garlasco invece faceva ballare la gente con l’indie, e io mi ritrovavo spesso ad agitarmi fra questi due poli opposti senza essere un cultore di nessuno dei due generi. Come in tutti i luoghi simili nati o cresciuti in quel periodo il dj set tendeva alla lunga ad adagiarsi su ciò che la gente già conosceva, portando in poco più di un decennio alla loro morte per autoconsunzione e mancanza di ricambio generazionale, e i Maxïmo Park non mancavano mai: passava sempre immancabilmente Apply some pressure, che non mi faceva impazzire come The dark of the matinee dei Franz Ferdinand ma non era nemmeno Banquet dei Bloc Party, che mi sembravano dei fighetti secondi solo ai Libertines e da quel pregiudizio ammetto di non essermi mai spostato. Da quelle serate moderatamente alcoliche che facevano sembrare i Kaiser Chiefs la band del futuro, o forse tutte quelle band inglesi o al massimo newyorkesi (ciao Strokes, forse vi avrei amato di più se non avessero messo sempre Last nite) le band del futuro, oggi è rimasto poco: molte non sono più in attività, altre non sono più rilevanti, i Maxïmo Park non sono più sotto Warp e dopo un breve passaggio in una delle varie branche semi-indipendenti di una major (la V2, per l’album The national health del 2012) si sono creati la propria etichetta Daylighting e sono andati avanti a fare le loro cose, con una formazione piuttosto stabile (ne fanno parte sicuramente ancora i membri fondatori Duncan Lloyd e Tom English), un sound più allargato e, nonostante la morbidezza che gli anni spesso porta, capace ancora di qualche scatto di nervosismo. Da quegli anni a Garlasco, dove vedevamo da lontano la formula indie traslare da “indipendente” a “nuovo aggiornamento del brit rock”, sono uscito con simpatie musicali minimamente giustificate e antipatie musicali totalmente ingiustificate, e se dovessi dividere tutte le band ascoltate allora per forza in buoni e cattivi probabilmente i Maxïmo Park finirebbero fra i secondi: a distanza di anni però è bello farci pace, ritornare a un periodo della mia vita non per forza migliore (anzi, se è solo quella parte a venirmi in mente un motivo ci sarà) e di cui loro hanno fatto parte solo per una canzone, incistatamisi (uuuuuuhhhh, che parola complicata!) in testa abbastanza da ricordarli ma non abbastanza da cominciare a non sopportarli, ed è stato bello scoprire che i loro inizi sono stati scalcagnati come quelli di mille altre band che nelle vicinanze di Garlasco suonavano e negli anni si sono poi sciolte. Insomma, sarò sentimentale ma ai Maxïmo Park ora gli voglio bene, e nonostante presumo (spero) che il loro conto in banca sia molto più consistente di quello di qualsiasi musicista indi(e)pendente del pavese considero un po’ ogni loro membro come uno di noi. Uno di noi, uno di noi, uno di noi…

Guarda il caso è proprio Apply some pressure che Isabella ha scelto come ispirazione per il proprio racconto, ma la storia non si svolge a Garlasco bensì in un luogo innominato dove, all’improvviso, un luna park arriva a sconvolgere la vita inquadrata e perfettamente stabile del protagonista. Per scoprire in quale maniera Isabella è riuscita a mutuare il ritmo, il testo e il video della canzone in un racconto non vi resta che andare più in basso, subito dopo il mio augurio di buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica la fanzine di Tremila Battute: numero Zero, numero Uno, numero Due e numero Tre.

BOOM!, di Isabella Ballarini

S.A. si sveglia ogni mattina con il mal di testa. Da un mese.
Niente postumi della sbornia, o eccesso di spinelli, no: S.A. non beve, non fuma, non fa un cazzo. Non esce mai dalle linee della sua vita perfetta. È fatto di pace, lui, terrorizzato dall’idea che il mondo guardi nella sua coscienza e ci trovi qualcosa di brutto.
Eppure la testa gli fa male e S.A. non riesce a capire il perché.
Casa, lavoro, qualche cena. Una corsa la domenica mattina. Un film la sera.
Questo è tutto quello che fa. Dovrebbe stare bene, no? E invece le tempie gli vanno in frantumi.
S.A. si appoggia ai mobili per non cadere a terra. Si lamenta. Si riempie di aspirine e fastidio.
Fosse matto, darebbe la colpa al Luna Park.


Quello è arrivato in città da un mese esatto. Si è piazzato nella strada in cui S.A. abita, là, nello slargo più ampio. Ha iniziato a sparare luci e musica da ogni giostra.
S.A. ci passa accanto con nervosismo: i tendoni sbiaditi lo irritano, i fari colorati gli colpiscono gli occhi. Accelera il passo per allontanarsi in fretta, ma il dolore è un chiodo nel cervello.
S.A. vorrebbe sbattere la testa contro il muro, ma non ne ha il coraggio: ha paura di farsi male.
Ha paura di tutto, S.A.: dei vicini, delle voci, della gente. Gli hanno insegnato a divertirsi senza ridere, a piangere senza lacrime. E lui obbedisce, cazzo, eccome se obbedisce.
Invece il Luna Park parla. Una voce oscura esce dalle giostre. Entra nei pensieri. Fa sanguinare i ricordi. Vieni da me, dice. S.A. fa finta di non sentirla. E lo scheletro appeso alla casa stregata sorride, come se dietro alle ossa di gomma ci fosse un’anima. S.A. chiude le imposte: gli hanno detto che lo spirito non esiste e lui ci crede. Ma i giorni passano e tutto peggiora.
Dolore, voci, stomaco che si ribalta. S.A. tiene la testa fra le mani, urla. Tira calci al divano con tutta la forza che ha. È convinto che prima o poi il suo rigore verrà premiato. Invece il cervello fa click. Finalmente.


S.A. esce di casa. Corre là, verso le giostre. Ha la bava alla bocca, vuole spaccare tutto.
Entra nel Luna Park. Mondo strambo, deforme, matto, oscuro. S.A. non ha paura: è fuori di testa, adesso. Ride. Il naso inizia a sanguinare. I capelli sono spettinati, la giacca gronda sudore e fili scuciti. S.A. vorrebbe prendere a calci tutto ma non lo fa. Si diverte, anzi, come mai gli era capitato. La vita lo prende alla gola e stringe forte. Il sangue macchia la camicia bianca, la pressione esplode.
S.A. si butta tra le braccia della notte. Almeno per una volta, almeno per quella sera.
Si risveglia nel letto la mattina seguente. Il dolore alla testa non c’è più, la voce è andata via.
È scomparso pure il Luna Park: sparito nel silenzio, come un ladro, come uno spirito.
In molti giurano di non averlo mai visto. Non è mai esistito. Niente tende, niente giostre. Nello slargo ampio non c’è più nulla, nemmeno una testimonianza del suo passaggio.
In terra rimangono solo il vento e una carta di caramella.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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