Favolisti spaventosi psichedelici: Fairyland codex dei Tropical Fuck Storm

Come finisce su Tremila Battute la musica di cui parliamo? Ci sono molti modi, come diceva una canzone degli Afterhours di parecchi anni fa, e il più comune passa per qualche promoter che mi invia in digitale le nuove uscite della settimana: fuori da lì, però, è anarchia pura. Solo quest’anno ho ascoltato doom messicano perché ho visto il nome della band su una maglietta a un festival, punk coreano mentre mi informavo sui locali di musica live di Seoul e synthwave tedesca perché la band era stata nominata nel commento alla recensione di un film action, e non sempre sono incontri fortunati. Quando poi arrivano le classifiche di fine anno, apriti cielo: le mie carenze d’attenzione mi fanno perdere un sacco di cose, così con gli ultimi giorni dell’anno partono recuperoni clamorosi, ovviamente (che per me significa nella maniera meno ovvia possibile) basati sul caso o sull’infatuazione momentanea, che nella stragrande maggioranza significa “il nome mi affascina”. È la stessa tattica con cui spesso faccio gli acquisti non ponderati al Fantacalcio, che so non essere la miglior formula del mondo ma oh, spesso il Fantacalcio lo vinco quindi per me funziona, e proprio per dimostrare che funziona oggi qui si parla dei Tropical Fuck Storm e del loro Fairyland codex (Fire Records), cominciato ad ascoltare perché… dai, come si fa a non dare una chance a un gruppo che si chiama TROPICAL FUCK STORM?

I TFS (acronimo comodo che utilizzano pure loro sulla pagina Bandcamp, quindi mi sento legittimato ad utilizzarlo) sono una band australiana di quattro elementi formata da Gareth Liddiard (chitarra e voce), Fiona Kitschin (basso e voce), Erica Dunn (chitarra, tastiere, synth e voce) e Lauren Hammel (batterie e programmazione), e fanno le cose matte. Ognun* di loro ha dei progetti musicali precedenti ai TFS e io mi immagino che la band sia nata dopo una sbronza collettiva in cui si è deciso di unirsi nel sacro nome delle cose matte, non per forza quelle più matte che vi possano venire in mente ma abbastanza matte da far drizzare le antenne a uno come me (anche se non penso di essere stato citato nella conversazione durante la sbronza collettiva). Per capire un po’ di che parliamo con questo loro quarto disco immaginate di shackerare un po’ di psichedelia sixties assortita, proprio quella dei figli dei fiori, suoni grossi abbastanza da ribaltarvi quando vogliono, una punta di Mars Volta e aggiungiamoci pure del blues, per poi condire il tutto con la voce di Liddiard che spesso sbraita come fosse un predicatore ubriaco e quelle di Kitschin e Dunn che passano dal melodioso all’isterico a seconda del brano. Pront* a buttare giù il beverone?

Io mi sono innamorato già alla prima canzone (avete mai ragionato su come sono cambiate le disposizioni dei brani nei dischi? Quando si vendevano e per ascoltarli te li dovevi prima comprare raramente la prima traccia diventava uno dei miei brani preferiti, adesso che ti devono tirare dentro subito mi capita spesso il contrario), perché Irukandji syndrome ha tutto: un giro di basso trascinante, un’atmosfera minacciosa senza essere apertamente cupa, chitarre che ululano quando devono, un assolo matto come e peggio di quelli spesso inopportuni di Omar Rodriguez Lopez (ma qui più che mai opportuno) e la voce di Liddiard che in una litania serrata mostra uno scenario degno di Escher, sui cui troneggia la medusa del titolo in versione sibilla gigante che ci lascia col messaggio “things won’t end so well for you”. C’è del lisergico in una partenza del genere, ma le dosi i TFS le gestiscono con parsimonia, permettendosi di andare all’eccesso solo con Dunning Kruger’s loser cruiser, dove davvero si salta su una versione sbilenca dello Yellow Submarine e ci si lascia trasportare a ritmo di marcetta fra liriche isteriche e suoni usciti da certe cose degli Animal Collective o dalla Dismaland di Banksy, dove il disagio che provi è mitigato dalla meraviglia.

E poi? Dopo una partenza al fulmicotone, bissata dal ritmo ossessivo intervallato da sfoghi chitarristici di Goon show, i TFS fanno la cosa meno ovvia: rallentano, quasi si fermano, poi accelerano, sterzano, rendono la scaletta dei brani una continua sorpresa e non sempre la sorpresa è piacevole (l’algida melodiosità di Stepping on a rake mi ha convinto solo a tratti, e fra quei tratti il momento sul finale in cui le distorsioni prendono il sopravvento), ma è già una sorpresa che ci sia tutta questa varietà. Prendi la title track, otto minuti di bucolica psichedelia sixties montati su un testo che comincia salmodiando la frase “Village in hell is waiting for you” e prosegue fra improvvise svisate allucinatorie; prendi Bloodsport, un incastro di strumenti che sembra orchestrato dai Butthole Surfers ma poi ti accorgi che è molto più organizzato di quanto sembra, che gli basta essere sé stessa dall’inizio alla fine senza bisogno di altri effetti speciali per catturarti e cavolo, ma quanto trascinano la voce di Dunn e il basso di Kitschin?; prendi Joe Meek will inherit the Earth, che butta nel calderone una versione TFS del trip-hop mischiandolo ai Doors mentre le tre voci, alternandosi, dipingono il solito quadro fosco e allucinato. Parliamone, davvero: è un disco che ha pure la copertina più azzeccata possibile per ciò che contiene, come si fa non volergli bene?

Non ricordo dove fosse Fairytale codex nella classifica di fine anno che ho letto, né quale magazine estero l’avesse stilata, né il novero completo dei dischi che ho ascoltato in questo 2025, ma prima ancora di arrivare alla pinkfloydiana (con extra furia compresa nel pacchetto) e conclusiva Moscovium avevo già deciso che per quanto mi riguarda quello dei Tropical Fuck Storm è uno dei dischi dell’anno. Se leggendo queste righe avete condiviso parte dell’entusiasmo il link al loro profilo Bandcamp lo trovate qui sopra, io intanto mi studio la loro discografia perché non è detto che quest* matt* australian* non ritornino presto da queste parti.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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