Chiudi tutto: la narrazione dell’interiorità in Il pop deve ancora venire di Anna Chiara Bassan e La vita in pugno di Rita Bullwinkel

(foto di Sam J e Cottonbro Studio)

La citazione al contrario del famigerato tormentone di Duccio Patanè, lo svogliatissimo direttore della fotografia di Boris, non è altro che un artificio per fare quel gioco di cui spesso e volentieri abuso su queste pagine: l’accoppiamento di due o più opere che apparentemente non c’entrano nulla l’una con l’altra. Pur essendo entrambe narrazioni collettive infatti Il pop deve ancora venire di Anna Chiara Bassan (prima pubblicazione di STC Edizioni, la casa editrice creata nel 2024 dalla redazione di Super Tramps Club) e La vita in pugno di Rita Bullwinkel (uscito nell’agosto 2024 per Bollati Boringhieri) hanno struttura, stile e ambientazione molto diversi: quello che li unisce però, che è il motivo per cui siamo qui a parlarne insieme (a parte poter fare la citazione di cui sopra), è la capacità di narrare delle storie più attraverso i pensieri dei propri personaggi che attraverso le loro azioni.

Romanzo, raccolta di racconti o qualcosa di completamente diverso?

Nella postfazione a Il pop deve ancora venire Giulio Frangioni, una delle menti dietro ai vari progetti di STC (a cui va aggiunta anche la rivista cartacea Turchese), definisce l’opera prima di Bassan “romanzo a episodi”, motivando la sua scelta in questo modo: “c’è qualcosa nella sua capacità di raccogliere e intrecciare non solo l3 personagg3 che danno vita all’opera, ma le scene, i suoni, le immagini, c’è qualcosa per cui non può essere definito altrimenti che romanzo. Mi obbliga a riconoscerlo come tale”. Io, devo ammetterlo, fatico a considerarlo un romanzo, ma anche l’abusata formula del “romanzo di racconti” mal si adatta a Il pop deve ancora venire. Una semplice raccolta di racconti quindi, collegati attraverso personaggi che continuano ad apparire e scomparire in momenti diversi della loro vita? Raccolta di racconti sì, semplice invece direi proprio di no.

Uno stupro era il mio pensiero più frequente sin da quando l’avevo identificato come quella tra le paure che meritava un’osservazione particolare in virtù della sua accadibilità.

Di certo non mi era possibile dare per scontato una modalità di fronte alle altre. Mi ero fatta un’idea di quali configurazioni potessero essere più plausibili tenendo conto del mio stile di vita e delle mie frequentazioni, ma in fin dei conti, per non saper né leggere né scrivere, avevo continuato a immaginarne molteplici versioni.

Primaverilità

Mi ero segnato questo passaggio di Primaverilità, il racconto (capitolo?) più breve de Il pop deve ancora venire, perché manifesta in maniera esemplare il modo in cui Bassan riesce a giocare con i pensieri di suoi personaggi e ad architettare frasi complesse che riescono a scorrere comunque fluide, segno di un’abilità non comune. Di queste capacità narrative l’autrice fa largo uso, utilizzando la narrazione in tutte e tre le persone singolari, incastrando le varie vicende in modo da rendere al meglio le complessità di ogni personaggio (ora vittima, ora carnefice) e piazzando qua e là anche svariati “easter egg” che la postfazione svela solo in minima parte, abbastanza da farci dedurre la complessità di un’opera che, rimanendo anche solo sulla superficie, è prova di grande talento.

La mia carne, all’ultimo battito di palmi, è subito in piedi e si sta rivestendo. Lui si stranisce: «Di già? Non rimani a dormire. Non rimani mai».

«Vero».

«Perché?»

«Dormire e scopare sono pulsioni opposte».

«Dove l’hai sentita ‘sta cazzata?»

«È Kundera».

Mi guarda livido. La citazione di per sé sarebbe anche stata ai limiti del banale, ha tuttavia sortito l’effetto di farlo sentire ignorante. L’ho ferito, è una cosa che mi potevo risparmiare. Accenno una riconciliazione incerta, specifico che è stato involontario, e nel farlo mi avvicino. Al che lui si scosta, striscia il cuscino sotto la pancia, col respiro mima l’inizio del sonno. Fa ciao con la mano dietro la schiena.

«Sei un bambino», gli sussurro, senza cattiveria, dandogli un bacio sulla guancia libera.

Linea

Ma di cosa parla Il pop deve ancora venire? Di un gruppo di persone perlopiù irrisolte, delle loro relazioni, delle manie e fobie che li contraddistinguono, delle loro difficoltà nel restare al mondo e di come a volte la crudeltà verso l* altr* sia l’unico modo che trovano per riuscire a definirsi. È un giro in una giostra che gira continuamente nel tempo, in un modo talmente frenetico che non si può trovare un punto di ancoraggio da definire “presente”, rendendo pertanto impossibile parlare anche di passato e futuro: vediamo Biagio assistere a un suicidio e subito dopo siamo dentro la sua testa mentre, bambino, si appresta a una visita dal dentista; conosciamo Agata dall’immagine che ha di lei la ragazza con cui ha un appuntamento, per poi finire il libro con la storia della sua “iniziazione”; vedere un giovane Fabio aguzzino in Prole atta espiata stride con quello che eravamo portati a pensare di lui solo poche pagine prima, quando da amico responsabile sprona Guido ad affrontare la sua ex fiamma che si sta sposando, Sveva, la stessa che in Imparare una lingua fa da mentore su come si fa un pompino alla compagna Greta, che poi… o era prima?

Mettiamo pure il caso che, contro ogni previsione, estranea a me stessa, fossi riuscita a guardarti negli occhi e parlarti chiaramente, comunque non avrei ottenuto questo risultato. Non solo perché sono una sconosciuta, ma perché tu avresti di certo pensato che io volessi litigare, farti una scenata, chiamare la polizia o altro. A tua difesa, il contesto giustificava questa interpretazione: nella nostra corsa di cinque fermate ho provato più volte a sottrarre la mia schiena dalla pressione del tuo ventre e, soprattutto, a sottrarre il mio culo dal contatto con la tua erezione, mentre mi ruminavi sul lobo i tuoi come ti chiami? di dove sei? E i bella, bellissima (che esagerazione poi). Comunque, il sovraffollamento ha giocato contro di me e in tuo favore: ti è bastato far aderire più saldamente il tuo cazzo al mio solco intergluteo per non perdere l’incastro. Ti ho anche detto un paio di «Basta…» che però, come anticipavo, non erano che miagolii. Insomma, anche se ti avessi parlato, non mi avresti seguita.

Quindi ti ho preso per mano e a questo punto della trama ci siamo noi, io e te, una di fronte all’altro, a una fermata della linea B.

Primo amore

Questo è il punto in cui, di solito, mi riservo di parlare dei difetti, e Il pop deve ancora venire non ne è esente. Non è tanto che tutti i personaggi hanno una vita interiore decisamente complicata e feconda di pensieri, perché anzi Bassan riesce a (di)mostrare con naturalezza che avere il caos nel cervello è un problema piuttosto comune, quanto che i loro pensieri arzigogolati (fin troppo in alcuni punti di Amenti), quando ci vengono mostrati attraverso la prima persona singolare, tendono a essere esplicati con una padronanza di lessico che li fa assomigliare a tant* piccol* David Foster Wallace. E lo so che abuso nel citare il buon DFW, ma devo utilizzarlo ancora per parlare della sindrome del “guarda mamma senza mani”, quella per cui si fanno le cose complicate solo per il gusto di far vedere che si è capaci di farle, perché in queste poche righe potreste aver avuto l’impressione che l’esordio di Bassan sia uno di quei libri lì, con una bellissima idea di fondo ma che alla fine alimenta più l’ego di chi l’ha scritto che la mente di chi lo legge: e la risposta è no, Bassan ha talento e le piace mostrarlo, qualche volta si incarta nei ragionamenti e devi rileggere una frase per capirne bene il senso (capita molto raramente), ma chi ha la capacità di scrivere un racconto come Primo amore per me può guidare a testa in giù con un vestito da tigre indosso e io non avrò esitazioni nel salire a bordo. Salite anche voi.

P.S. Potremmo parlare a lungo anche del fatto che il libro di Bassan è accompagnato da un’Ep dei Tare, ascoltabile tramite QRCode stampato all’interno, in cui alle musiche della band si accompagnano frammenti dei racconti (capitoli?) letti da svariate voci (fra cui quella di Carlo Zulian dei Bruuno, che qui conosciamo bene), ma preferiamo lasciar parlare la musica, dilungandoci solo per fare un plauso a questo tipo di operazioni.

I pensieri feriscono più dei pugni?

Di Rita Bullwinkel abbiamo già parlato su queste pagine in merito a Lingua nera, una raccolta di racconti che ci aveva folgorato nel 2021 (anche se la sua uscita è del 2019). Allora la “materia di studio” di Bullwinkel erano i corpi, e si potrebbe supporre sia dal titolo del suo primo romanzo, La vita in pugno, che dall’ambientazione dello stesso, un torneo di pugilato di due giorni a cui partecipano le otto migliori pugili juniores degli Stati Uniti, che abbia continuato su quella strada: niente di più sbagliato, perché mentre le atlete si sfidano sul ring quello che interessa raccontare all’autrice non sono tanto i colpi che si scambiano, ma ciò che succede nelle loro teste.

La madre di Andi non sa nemmeno cosa sia la coppa Figlie d’America. Andi ha ritenuto che fosse troppo complicato spiegarlo al fratellino e alla madre. Loro sanno che combatte in una palestra locale, perlopiù con ragazzi, ma non sanno che è brava, abbastanza brava da aver battuto un centinaio di altre ragazze della regione per andare a combattere in uno Stato in cui non è mai entrata prima. Sbuffando come un toro Andi siede sullo sgabello di legno in attesa dell’inizio del secondo round. Non è mai stata brava negli sport di resistenza, nonostante tutti le abbiano sempre detto che il suo corpo sembra fatto apposta per quelli.

Nessuno può sapere in cosa è bravo un certo corpo a meno che non si trovi al suo interno.

L’andamento del romanzo è scandito dai match che si susseguono per due giorni nel Bob’s Boxing Palace di Reno, la “piccola Las Vegas” al confine fra Nevada e California, ma, a partire dalla descrizione del palazzetto anonimo e dimesso in cui si svolge, la Coppa Figlie d’America viene sistematicamente privata di tutta l’aura di importanza da Bullwinkel. Se il fulcro della cronaca sportiva, e di quella pugilistica in particolare, è quello di rendere la sfida molto più di un semplice incontro fra due individui, l’autrice qui sembra fare esattamente l’opposto: attraverso continui flash forward ci mostra il futuro delle atlete, e nessuno prevede dei guantoni nelle mani; il pubblico viene descritto come sparuto, distratto; i giudici sono tutto tranne che dei professionisti, e gli allenatori sono lì più per vacanza che perché credono nel valore delle loro pugili. Eppure, nonostante questo contesto sconfortante, La vita in pugno riesce ad appassionare attraverso il metodo meno scontato: facendoci entrare nella testa delle pugili, mostrandoci i loro pensieri e i loro ricordi fra un round e l’altro, fra un colpo andato a segno e un occhio nero da dover gestire.

Rachel aveva una teoria sugli altri esseri umani: le persone sono spaventate da ciò che per loro non ha senso ma che non possono, per quanto ci provino, evitare. Per questo motivo Rachel ha cercato di vivere la sua vita nel modo più spaventoso possibile, vestendosi da uomo e da animale. Aveva un cappello di procione alla Daniel Boone che indossava ovunque, e funzionava abbastanza bene. È sorprendente il potere che può dare un cappello strano.
E Kate Heffer era la persona ideale su cui applicare la logica del cappello strano. Kate Heffer aveva un sacro terrore dei cappelli strani. Rachel Doricko avrebbe voluto indossare il suo cappello strano adesso e girarlo in modo che la coda di procione fosse davanti e potesse mettersela in bocca e masticarne il cuoio marcio e sbrindellato mentre fissava Kate Heffer dall’altra parte di quel piccolo spazio che era il ring.

Invece di farci fomentare con la grandiosità del contesto, con l’epica della battaglia, Bullwinkel ci avviluppa in questa due giorni di pugni e sudore attraverso l’empatia con le atlete. Mentre la trama prosegue incontro dopo incontro – le eliminatorie il 14 luglio, le semifinali e la finale il 15 – noi impariamo a conoscere qualcosa dello stile di ognuna di loro, delle motivazioni, ma anche dei traumi irrisolti che si portano dietro e che magari stanno solo in un angolino del cervello, ma sono comunque parte integrante di ciò che le ha portate a confrontarsi su quel ring per giocarsi la possibilità di essere la pugile juniores più forte degli Stati Uniti. Anche in questo entrare continuamente nella testa delle atlete l’autrice gioca la carta dell’anti-climax, perché lo stile del romanzo è perlopiù freddo, espositivo: un continuo rimpallarsi di situazioni, il ricordo di un bambino morto in piscina alternato a un pugno andato a segno, la visione futura di una delle pugili che diventa organizzatrice di matrimoni alternata alla sua ambizione di recuperare un round di svantaggio. Dovrebbe funzionare sulla carta? No. Funziona? Sì.

Il brutto di essere sotto di un round contro una cugina più piccola che ha un labbro viola è che la situazione non convince nessuno. Izzy Lang è seduta dentro di sé in questo sesto round e assapora il brutto di essersi messa nella condizione di aver bisogno di una rimonta. Sente le spalle tremare. Izzy non riesce a capire se sta tremando, piangendo o è solo nervosa. L’orrendo labbro e gli occhi di Iggy sono incollati su di lei. Izzy è una pugile migliore e più abile. Izzy avanza spingendo Iggy contro la corda del ring e la colpisce così tante volte che il round finisce quasi nello stesso momento in cui è iniziato. In questo round Izzy mette a segno colpi alla testa, allo stomaco, alle braccia, al costato, e colpi che si incurvano verso l’alto e poi scendono come un coltello che si fa strada in un pezzo di formaggio.

Non so come possa essere recepito un libro del genere da qualcuno che pratica pugilato. Qualche anno fa ho scritto un racconto su un tennista, un flusso di coscienza in prima persona dei suoi pensieri strampalati mentre cerca di non buttare via l’ennesimo match a causa della sua proverbiale follia (avevo preso spunto da alcune mattate del da poco ritirato Fabio Fognini), e un amico che gioca a tennis lo ha trovato irreale, quasi fastidioso: un tennista, mi diceva, mentre gioca non ha tempo di fare tutti questi pensieri. Potrebbe essere un difetto del libro questo ingigantire il mondo interiore delle atlete, e a questo va aggiunto che la formula, innovativa e piacevole all’inizio, tende un po’ a mostrare la corda man mano che si prosegue la lettura: arrivati alla fine però non si può non voler bene a Artemis Victor, Andi Taylor, Kate Heffer, Rachel Doricko, Iggy Lang, Izzy Lang, Rose Mueller e Tanya Maw, eroine di una gara che nessuno ricorderà, nemmeno alcune di loro, ma protagoniste di un momento importante nonostante la sua banalissima normalità.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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