Settembre, per chi ancora sottosta al rituale delle ferie fatte ad agosto, è il mese in cui la mente non si è ancora distaccata totalmente dalla vacanza. Non è una regola universale, soprattutto se la vacanza è stata una merda, ma perlopiù è così e io non faccio eccezione: dal viaggio di quest’anno in Corea del Sud però sono tornato con sensazioni diverse, inedite. All’inizio pensavo fosse delusione, mi era stata “venduta” un’immagine del paese da reel, guide online e offline e pure qualche film che non sempre corrispondeva alla realtà (e che spesso tendeva a omologare i coreani ai giapponesi: non è così, quindi non aspettatevi che per salire sulla metropolitana facciano code ordinate): questa mancanza di corrispondenza però l’ho avvertita anche nelle altre vacanze, e ripartendo da Seoul non avevo l’animo di chi pensa “finalmente torno a casa”, ma avevo in testa il classico “purtroppo”. Così ci ho ragionato un po’ e penso di aver trovato una motivazione più realistica alle sensazioni che provo ripensando a quei quindici giorni coreani: rispetto ad altri luoghi visitati negli anni pensavo che stavolta avrei capito di più del posto in cui ero, che quel tempo mi sarebbe bastato per andare oltre la superficie e trovare delle verità sui sudcoreani che non fossero solo la narrazione di un paese che ama il k-pop e che “vive nel 3000”. Ero un povero illuso, ora me ne rendo conto, e al massimo posso dire che guidano meglio di quel che si racconta e che i loro programmi tv sono invasi da gente che mangia, commenta ciò che sta mangiando, commenta mangiando altre cose o si esalta per qualcuno che sta cucinando… prima di mangiare quello che sta cucinando, ovviamente.
Con la stessa ansia di capire mi sono avvicinato alla lettura di Terra dei grandi numeri, la prima raccolta di racconti della scrittrice e giornalista statunitense Te-Ping Chen pubblicata dalla sempre benemerita Racconti Edizioni. Corrispondente da Hong Kong e Pechino del Wall Street Journal per anni, Chen ha portato la terra dei suoi avi anche all’interno della propria opera letteraria, ambientando quasi tutte le sue storie nella sterminata Cina. Speravo di trovare all’interno delle sue pagine qualcosa che andasse oltre gli stereotipi, che ampliasse la mia visione di una terra troppo grande per essere compressa nei pochi tratti utilizzati per definire più di un miliardo di persone, e con mio grande piacere le aspettative non sono state tradite.
Intorno a Zhu Feng, così sembrava, la gente non faceva che comprare case, azioni, proprietà; c’era un’intera generazione che aveva fatto i soldi e che si sentiva in obbligo di comprare beni per i figli e le cose insignificanti di prima non bastavano più: giri di giostra a bordo di personaggi dei cartoni animati che sparavano luci e si dondolavano avanti e indietro fuori dai supermercati; ghiaccioli al biancospino rivestiti di glassa al limone, una coccola invernale a buon mercato. Dovevano comprare perché avevano i soldi e perché era quello che facevano tutti; conducevano vite semplici e toccava ai figli occuparsi di ogni cosa. Inoltre, secondo il governo quella era «l’occasione di acquisto di una generazione intera»; era tutto in espansione, nuovi appartamenti e nuove strade ovunque, la Cina era inarrestabile e nessuno voleva rimanere indietro.
Terra dei grandi numeri
Nei racconti di Chen ci sono tutti gli elementi, storici e sociali, che caratterizzano la narrazione della vita in Cina che arriva fino a noi, caratteristiche spesso contraddittorie che già da sole dovrebbero farci comprendere quanto quella realtà sia difficile da analizzare: la rigida censura e la pervasività delle proteste, il boom economico e la mancanza di prospettive di alcune fasce della popolazione, la politica del figlio unico e Piazza Tienanmen, la presenza continua dello stato e la corruzione delle alte sfere. L’abilità dell’autrice sta prima di tutto nella capacità di creare personaggi interessanti e multisfaccettati, uomini e donne che seguiamo con trasporto mentre le loro vicende si intersecano naturalmente con il quadro generale delle cose. Lulu, la sorella gemella della voce narrante nell’omonimo racconto, che da fulgida speranza per i propri genitori finisce per diventare attivista online; Xiaolei, giovane ragazza che ne Il brusio di Shangai si trasferisce dalla campagna alla grande metropoli senza trovare la svolta che si aspettava; Zhu Feng, ragazzo frustrato dalla condizione economica dei propri genitori che inizia a usare soldi non suoi per speculazioni finanziarie: tutt* loro sono figure tridimensionali e non macchiette utilizzate al solo scopo di illustrare una situazione, e anche i personaggi “minori” che gli girano intorno sono ben scritti e utili a creare un senso di immersione nelle vicende, anche quando queste lasciano il territorio della realtà.
Noi che avevamo provato il qiguo facevamo caso al sole che ci riscaldava gli arti, e il tintinnio del campanello di una bici ci parlava di aria mite, di vento primaverile, di possibilità. Sorridevamo di più, lasciavamo che i nostri sguardi s’incrociassero per strada. «Oggi ne ho mangiato uno che sapeva di quando faccio una bella battuta e tutti si mettono a ridere» se ne usciva Lao Sui. Le madri davano da mangiare ai loro bambini il frutto ridotto in purea e accorrevano tutti a vedere la sorpresa e la meraviglia che trasformavano quei faccini.
Il nuovo frutto
Già con La centralinista, secondo racconto della raccolta, Chen ci restituisce pochi dettagli di una distopia burocratica che lascia sapientemente sullo sfondo, concentrandosi sulla vicenda personale di una ragazza che viene rintracciata dal suo ex amore tossico, ma è in Il nuovo frutto e nel racconto conclusivo, Lo spirito di Gubeikou, che la fantasia dell’autrice viaggia a briglia più sciolta. Nonostante le due storie, quella dell’impatto di un frutto dalle proprietà eccezionali sugli abitanti di un piccolo quartiere e della permanenza sottoterra per giorni e giorni di un gruppo di passeger* in attesa di un convoglio della metropolitana che non arriva mai, siano quelle a più elevato carico di retorica, la dose di inventiva e la capacità di variare registro anche nel territorio del fantastico (la fiaba malinconica nel primo caso, l’assurdo kafkiano o meglio dürrenmattiano, prendendo a nume tutelare il racconto Il tunnel dello scrittore svizzero, nel secondo) rendono anche queste storie diversamente affascinanti, trascinandoci nei rapporti mutevoli che si sviluppano in due situazioni agli antipodi come atmosfera.

La penna di Chen risulta meno fluida nei racconti dove si ritrova a scavare maggiormente nell’intimità dei propri personaggi, chiudendoli in situazioni dal respiro meno ampio (ed è paradossale che in uno di questi, Un paese bellissimo, a fare da sfondo alla vicenda di una coppia etnicamente mista e dei non detti fra di loro sia lo sterminato paesaggio del Grand Canyon), ma seppur non perfettamente centrato anche la storia di un bizzarro e ansiogeno triangolo semiamoroso raccontata in On the street where you live riesce a farsi notare, non fosse altro che per dimostrare la sicurezza con cui l’autrice sperimenta atmosfere diverse (e per uno come me, che da sempre non vede la necessità di forzare una connessione fra i racconti di una raccolta, questa varietà è solo un pregio). Terra dei grandi numeri riesce a trasportare il lettore in un mondo che non è quello della cartolina esotica che siamo abituati a vedere, e nemmeno quello della cronaca internazionale con le sue minacce e le sue speculazioni: è semplicemente un mondo, più o meno reale a seconda delle storie, che solo chi ha osservato pazientemente la vita comune può riuscire a restituire; un mondo che, con la mia ansia da turista, io probabilmente faticherò sempre a cogliere.
Erano bloccati da due mesi quando la tv di stato inviò una troupe che avrebbe girato un servizio su di loro. spedendo i giornalisti a riprendere le partite di badminton e a intervistare i passeggeri. Le guardie li lasciarono passare con fare ossequioso mentre la capostazione, mai vista prima, monitorava il tutto indossando un badge scintillante e un tricorno nero.
I giornalisti si aggiravano tra la folla, scegliendo la storia migliore.
«A volte mi perdo d’animo, ma confido nelle autorità» affermò la donna sulla cinquantina con la permanente, con le labbra tremanti, nel video che quella sera fece il giro di tutti i telegiornali. «Insieme faremo ripartire quel treno!»
Quando la linea tornò allo studio, l’annunciatore annuì e dichiarò all’obiettivo della telecamera: «Lo spirito della stazione di Gubeikou è forte».
Il giorno dopo finirono in prima pagina, sotto il titolo LO SPIRITO DI GUBEIKOU.
Lo Spirito di Gubeikou
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