Com’è scritta male questa serie irresistibile: Sirens

Galeotta è stata la lettura di Film brutti, il libro di Andrea Carobbio (di cui avevamo parlato qui) dove l’autore, in mezzo a un sacco di pellicole talmente terribili da fare il giro e diventare adorabili, parlava anche di una serie: The lady di Lory Del Santo. È stata la spinta per una riscoperta fondamentale nell’ambito del trash, perché Del Santo in quella serie (scritta, diretta, montata e aggiungeteci almeno altri cinque o sei ruoli) riesce a condensare una totale assenza di contenuti che magicamente attrae, intrattiene, affascina e ti fa venire voglia di gridare “di più!” quando scopri che, ahinoi, ne sono state girate solo tre stagioni. Non esiste una trama, non esistono dei temi, i personaggi (quasi tutt* bellissim*, ma bisogna dare merito al casting per un livello di inclusività eccezionale) hanno una caratterizzazione che più basilare non si può e le loro azioni sono dettate completamente dalla sceneggiatura, che li fa apparire e scomparire fregandosene della loro presunta importanza. Per fare un paio di esempi: Lona (Gloria Contreras), la lady protagonista che è ricchissima e (si ritiene) indaffaratissima anche se non fa nient’altro che telefonare alla sua assistente per dirle di fare cose generiche da ogni angolo del globo (la maggior parte del budget penso sia stata spesa per gli spostamenti), in una puntata della prima stagione viene all’improvviso folgorata sulla via dei diritti delle donne e della parità salariale, missione di cui si dimenticherà completamente la puntata seguente; Zora (Olga De Mar), la “villain” della seconda stagione, sogna di vendicarsi di Lona per MOTIVI tramite PIANI orditi in mezzo ai ruderi di Consonno ed esce di scena senza aver combinato niente all’inizio della terza stagione. Meglio di mille parole però vale guardare una puntata, meglio ancora l’incredibile dialogo che avviene al minuto 6:26 della puntata linkata sotto.

Non ci sono motivi logici per cui qualcun* dovrebbe voler vedere The lady, ma allo stesso tempo non si può negare che è un unicum nel panorama cinematografico italiano e forse mondiale: Del Santo ha una capacità unica di non dire niente a un ritmo forsennato, in ogni puntata succedono un sacco di cose la cui utilità e importanza sono prossime allo zero. E qui arriviamo a Sirens.

Ruoli terribili di donne ricche a confronto

Sirens è l’ennesimo esempio di come Netflix, al netto di eccezioni meritevolissime come la recente Adolescence (non ve ne abbiamo parlato ma ne avrete sicuramente sentito parlare da altre parti, se non è successo fidatevi e guardatela), fa scrivere le sue serie e i suoi film non dall’intelligenza artificiale, perché sarebbe troppo facile scaricare la colpa sulla tecnologia cattiva di moda (il che non sminuisce l’impatto che potrà avere sul mondo del lavoro, non solo in ambito cinematografico o artistico in generale), ma da sceneggiator* la cui libertà creativa è probabilmente limitata da richieste di adesione ad analisi algoritmiche o, nel caso peggiore, sono conniventi al sistema e scrivono i loro progetti con già l’intenzione di piacere a tutt* per poi non essere ricordati da nessun*. Non so a quale delle due categorie appartenga Molly Smith Metzler, di cui non ho visto Maid ma scopro da Imdb che ha lavorato anche a Shameless (sei episodi) e Orange is the new black (tredici episodi), e non avendo visto il suo spettacolo teatrale del 2011 Elemeno Pea (da cui la serie è tratta) non so quanto le richieste della grande N possano aver rovinato o meno il materiale originario, ma direi che è il caso di presentare i personaggi per cominciare a darvi un’idea del contesto:

  • Devon DeWitt (Meghann Fahy), donna alcolizzata in via di guarigione che a seguito della diagnosi di demenza precoce del padre decide di rintracciare la sorella minore, con lo scopo di costringerla a fare la sua parte nel prendersi cura del genitore;
  • Simone DeWitt (Milly Alcock), sorella minore di Devon, che si è rifatta una vita come assistente personale di una ricchissima donna nella gestione di un ente filantropico per la cura dei rapaci e, comprensibilmente, non ha la minima intenzione di tornare a casa;
  • Michaela Kell (Julianne Moore), la ricchissima donna appassionata di rapaci, i cui modi nel tenere le persone (e Simone) intorno a sé la fanno sembrare una non si sa quanto pericolosa guru new age;
  • Peter Kell (Kevin Bacon), il ricchissimo marito di Michaela (nonché il vero ricco della situazione), affabile padrone di casa che sembra anche lui succube della moglie.

Ce ne sarebbero molt* altr* di personaggi rilevanti all’interno delle cinque puntate, ma limitiamoci per il momento a questo gruppo ristretto. Fin dalla prima puntata (di cinque) la serie centellina informazioni, dandoci solo quelle necessarie a portarci dove vuole la sceneggiatura, ma quasi mai dove veniamo portati è dove finiremo il viaggio: non vi tolgo nessuna sorpresa (ma se volete evitare spoiler probabilmente questo articolo non fa per voi) dicendovi che la magnetica Michaela, coi suoi “hey hey” di saluto e l’imperturbabile sorriso, comincerà sempre meno ad assomigliare alla caricatura di guru di una setta, che Simone smetterà di apparire l’innocente manipolata che Devon vede in lei e che la stessa Devon, nella parte del metro morale della vicenda (già, nonostante la relazione con un uomo sposato, la sessuomania che ha preso il posto dell’alcolismo e un certo vittimismo di base, quest’ultima cosa prerogativa di più o meno tutt*), finirà per empatizzare a turno un po’ con tutt*, cercando di far finire nella maniera più democristiana possibile una vicenda che l’ha vista irrompere nella stessa come la campagnola con modi rozzi che, senza un motivo logico, viene comunque accolta nell’ovile dell* ricch*. E Peter? Lui entra in gioco dalla seconda puntata, porta recriminazioni e rivelazioni e combina qualche cazzata utile a movimentare la situazione, portando la vicenda da indagine sui generis su una setta al dramma familiare fino a una sorta di sterile accusa del patriarcato.

BFF?

Questo tourbillon di eventi, nel corso del quale scopriamo sempre di più su ognuno dei personaggi e sulle loro motivazioni, è portato avanti tramite l’astutissima tecnica “il personaggio si comporta in maniera X se la sceneggiatura lo prevede”, mandando in vacca qualsiasi approfondimento psicologico. Prendiamo Simone: all’inizio è una giovane donna in carriera che potrebbe essere plagiata dalla sua titolare; poi viene fuori l’immancabile TRAUMA e, previo comodo attacco di panico, ci appare come la creaturina fragile che la sorella vuole in effetti proteggere; poi viene fuori che tramite un percorso psicologico non ha più neanche bisogno di prendere gli psicofarmaci che ha preso per anni, e che i motivi per cui non vuole tornare a casa dal padre alcolizzato (interpretato da Bill Camp) sono del tutto legittimi; poi la sua storia d’amore con lo scapolo d’oro Ethan Corbin III (Glenn Howerton), fino a un attimo prima il suo sogno per il futuro, viene cancellata per motivi quantomeno futili visti da fuori (e visto che la costruzione dei personaggi è quella che è non vale la motivazione “ma per lei era importante”). Il tutto mentre il suo rapporto con Michaela viene contraddistinto da alcuni tira e molla generati dalle rivelazioni sbagliate nel momento sbagliato e in un contesto in cui intanto entrano in gioco anche l’amante infedele di Devon (Josh Segarra) e un suo possibile nuovo partner (Trevor Salter), sotto lo sguardo divertito e rassegnato del personale della casa che, mentre si occupa dei preparativi per il gran gala dell’associazione benefica di Michaela, riesce nella grande impresa, nonostante sembrino in tant*, di non essere mai presenti quando succede qualcosa di rilevante e/o potenzialmente misterioso.

“E se alla fine decidessimo che è tutta colpa sua?” “Genio!”

Guardare le cinque puntate di Sirens fa incazzare per vari motivi (non ultimo lo spreco di un cast con nomi grossissimi: Moore sembra la pallida copia del suo ruolo in May December): per come la serie continua a scartare di tono a seconda della svolta di trama che introduce ad esempio, o per come inserisce dell’ironia forzata che sa di battuta stantia da tormentone (le tre amiche sceme di Michaela che parlano all’unisono, l’amante di Devon che viene continuamente etichettato come infermiere del padre quando anche un sasso avrebbe capito che non lo è). La pietra tombale però a mio parere (SPOILER DEFINITIVO) è il tentativo di far apparire giusta la decisione di Devon di sacrificare la propria vita per prendersi cura di un padre la cui demenza è frutto di anni di alcolismo, anni in cui ha probabilmente portato la moglie al suicidio e sicuramente causato danni psicologici enormi a entrambe le figlie ma che ora, siccome serve alla trama, viene mostrato come l’anziano fragile ed empatico che non è mai stato, come se una malattia che ti impedisce di ricordare le cose (particolare, anche questo, che viene trattato in maniera illogica: ho perso il conto delle volte in cui viene lasciato solo nonostante la sua condizione, anche dopo che lo ritrovano sul bordo di una scogliera) ti facesse anche magicamente diventare buono: un finale ricattatorio e manipolatorio che dovrebbe in qualche maniera far apparire moralmente migliori i poveri, come se Sirens avesse delle reali rivendicazioni sociali da portare al suo arco. Io non ho avuto un alcolista menefreghista e incapace di fare il genitore in famiglia, ciononostante ho tifato per Simone fino a quando non ho capito che non c’era nessuno per cui tifare se non la parola FINE.

Non vi sembra così tenero questo adorabile vecchietto che stava lasciando morire di fame la sua figlia minorenne?

Eppure sono qui a scriverne. Me ne guardo bene dal consigliarvela, ma a ragion veduta dovrei guardarmi bene dal consigliare anche The lady. Penso che l’importante sia la consapevolezza, e io quando ho cominciato a vedere la webserie di Lory Del Santo sapevo esattamente a cosa andavo incontro, godendo di ogni incredibile mancanza sotto tutti i punti di vista. Con Sirens invece sono partito curioso, stimolato dai nomi forti del casting, e ci ho messo un po’ a capire che invece del classico dramedy sui ricchi che ultimamente va per la maggiore avevo davanti solo una versione pompata di soldi di The lady: riuscire a scrivere qualcosa fregandosene totalmente dei caratteri dei personaggi e della plausibilità delle scelte narrative è un arte, e se siete dispost* a scendere a patti con questo con Sirens potreste addirittura divertirvi. Incazzarvi anche, ma divertendovi. Se no andate su YouTube (per vedere The lady non vi serve neanche un abbonamento a Netflix, soldi che potrebbero finanziare altre operazioni simili) o, se non vi affascina il trash, guardate Adolescence.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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