Racconto in musica 199: Accidentale (Beirut – The shrew)

Se guardo indietro alla musica che ascoltavo dieci anni fa scopro che, per gran parte, non è quella che ascolto oggi. Molt* dell* artist* di cui ho parlato in questo blog mi hanno accompagnato per lunghi periodi della mia vita, altr* hanno dismesso baracca e burattini da quando l* ho conosciut*, ma molt* di più sono quell* che ho ascoltato, recensito, amato e poi lasciato andare, perso in una costante ricerca del nuovo (che volendo è una faccia opposta e complementare della famosa retromania, una fuga in avanti che perlomeno mi risparmia dalla FOMO visto che, nella stragrande maggioranza dei casi, ciò che scopro non è esattamente sulla cresta dell’onda) e a conti fatti impossibilitato a star dietro alle nuove uscite di tutt*. Poi capita di chiacchierare una sera qualsiasi di musica, veder spuntare fuori un nome e dire ma sì, lo conosco, ho adorato quel suo album di… quand’era?

Quattordici anni fa. Erano, se non quattordici, perlomeno dieci anni che non ascoltavo Beirut, e oggi siamo qui a capire perché.

A permetterci di parlare di loro è Silvia Cocozza, anche lei come Achille Monteforte fuoriuscita dal corso di scrittura del Circolo Masada (che, va detto, aveva partecipanti di ottimo livello).  Classe 1984, appassionata del mondo editoriale, macina libri come i chilometri che sogna di percorrere andando in giro per il mondo ma per campare le tocca scrivere contratti per una grande azienda del settore chimico. Di sé dice di essere diventata avvocata per un incidente di percorso e che scrivere è una delle cose che le dà più piacere. Nel tempo libero, quando non scrive o non legge, danza. E porta a spasso il cane. A domanda senza senso specifica con cui ogni tanto ammorbiamo l* nostr* amat* collaborator* risponde che il suo mobile preferito è il divano in alcantara blu che ha comprato a metà prezzo in un negozio di arredamento dopo che Il proprietario le aveva detto che era in super offerta perché la coppia di neosposi che lo aveva comperato era scoppiata poco dopo l’acquisto. Pensò di dare al divano la felicità che i due sposini, insieme, non avrebbero avuto, ma tre anni dopo dovette rottamarlo perché il cane ne aveva morsicchiato metà del truciolato. Se potesse scrivere la biografia perfetta, la ruberebbe dai “Diari” di Silvia Plath e farebbe piu’ o meno così: “Ha avuto un bel po’ di occasioni. Forse non come Elizabeth Taylor. O come un Hemingway alle prime armi, ma per Dio, è cresciuta. In altre parole, ne ha fatta di strada da quell’essere sgradevole e introverso che era da bambina. Festeggiamo con pacche di approvazione sulle spalle? D’accordo: (mai) abbronzata, bionda, alta, non male. E cervello, intuito, almeno in una certa direzione. Va d’accordo con quasi tutti (tranne che con il suo nuovo datore di lavoro). Non si è montata la testa e non soffre di una forma acuta di snobismo o di orgoglio. È disposta a lavorare, anche duro. Ha forza di volontà e sta diventando pratica della vita – e inoltre stanno per pubblicarla. Dunque, ha conquistato il diritto di scrivere tutto quello che vuole”. 

Ricordo almeno un’altra band che mollai non molto tempo dopo essermene innamorato, i Cursive. Happy hollow, il loro disco del 2006, lo avevo consumato di ascolti (il file piratato almeno, polizia postale perdoname por mi vida loca) e ricordo di esserne stato ancora abbastanza appassionato da comprarmelo fisicamente a San Francisco (da Amoeba, assieme al primo disco dei Butthole Surfers che fece fare un pollice su di apprezzamento al commesso, quanta bellezza) nel 2009, anno di uscita del successivo Mama I’m swollen, che mi piacque meno e li fece pian piano sfumare fra i miei ascolti. Chissà se nel 2011 mi capitavano ancora nelle orecchie quando incrociai il cammino con i Beirut di The rip tide (Pompeii Records), il terzo disco del progetto nato dalla mente di Zach Condon e ben presto raggiunto sulla nave da Nick Petree e Paul Collins, di cui iniziai l’ascolto da recensore e finii i molti ascolti da fan. Sostituii gli uni con gli altri? Non esattamente, perché dei Beirut ricordo di aver recuperato il precedente The flying club cup (2007, Ba Da Bing) ma non il successivo No no no, uscito quattro anni più tardi con il salto alla 4AD. E poi? Persi di vista mentre, da giovane ragazzo prodigio che a diciassette anni si fa un viaggio in Europa per abbeverarsi di cinema e musica (la musica balcanica e francese erano infulenze forti in quel The flying club cup citato sopra) e a venti sforna il primo disco (Gulag orkestar, 2006), Condon affrontava tour cancellati per esaurimento e un divorzio, perché come si dice in questi casi “e poi c’è la vita” e i Beirut hanno affrontato le loro difficoltà lungo gli anni senza troppi clamori, così come con largo interesse ma successo relativo è andata avanti la loro carriera.

Dell’amore per l’Europa che ha portato i Beirut a pubblicare dischi con titoli emblematici come Gallipoli (2018, 4AD) e Hadsel (2023, nome della cittadina norvegese in cui Condon passò parte del 2020 e disco che formalizza un ritorno all’autoproduzione con la Pompeii Records di proprietà dello stesso songwriter) c’è poca traccia nell’unico disco che ho veramente approfondito, quel The rip tide che non sapevo essere una specie di punto di passaggio, quello fra l’esternazione musicale della propria passione per la world music mischiata con una punta di pop e la creazione di una propria amalgama sonora che tenesse dentro entrambe le anime, qualcosa di personale e che a distanza di anni, riascoltandolo, mi fa ancora provare gioia. È una gioia particolare, velata di una malinconia che i fiati veicolano benissimo (leggo da Wikipedia della passione di Condon per le marce funebri siciliane, ma la sezione fiati di The rip tide ha sicuramente più a che fare con le influenze messicane con cui vieni sicuramente a contatto crescendo a Santa Fe, città che dà il nome ad una delle tracce), e nonostante il tempo passato mi risuona ancora tutto e anzi, con l’età riconosco il mestiere e la capacità di far risaltare nell’anima pop quel calore che associ ai ricordi migliori (il non essere retromaniaco non mi dà antidoti particolari alla nostalgia) e dell’anima folkloristica prendere il necessario a far splendere di esotismo brani immediati ma non banali. Senza alcuna pianificazione (ma non è la prima volta che succede) scrivo queste parole il 18 di aprile durante la mia pausa pranzo a lavoro, scoprendo nel frattempo che proprio oggi esce A study of losses, nuovo disco dei Beirut: lo ascolterò, e invito voi a fare altrettanto con la loro discografia che, seppur sbocconcellata e non approfondita a dovere, continua a lasciarmi sensazioni simili a quelle che provai nel lontano 2011.

Di cosa parla esattamente The shrew, sesta e ultima traccia dell’Ep March of the Zapotec, pubblicato in coppia all’Ep Holland per la propria etichetta nel 2009? Interpretazioni online parlano della fine di un’amore o della fine della vita dell’amata, e riferimenti precisi per avvalorare una tesi o l’altra nel testo non se ne trovano. Di certo la fine incombe, anche nell’andamento musicale (a cui ha contribuito la band messicana di diciannove elementi Teotitlán del Valle), e permea tutta l’esperienza che la voce narrante del racconto di Silvia ci espone: ci si può fare anche una risata con la morte, o trovare almeno una qualche consolazione prima del finale, e l’ironia di Silvia così come l’insopprimibile energia che permea la musica dei Beirut riescono ad accompagnarci in maniera meno scontata del solito verso l’incontro con l* triste mietitor*: trovate il racconto più in basso, subito dopo la canzone che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto, buona lettura e, in tema di morte e non solo, buona resurrezione di Gesù.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero, il numero Uno e il numero Due della fanzine di Tremila Battute!

Accidentale, di Silvia Cocozza

Chi l’avrebbe mai detto che sarei morta così.

In cima alla lista avevo messo: “Finire travolta da un’automobile in corsa”. Secondo: “Un brutto male”. Probabile, per quanto avevo preso a fumare e a tracannare. Numero tre: “Morire in un incidente aereo”. Talmente bello che era diventato un tarlo.
Dispersione di carburante, depressurizzazioni anomale, avarie e altri disastri attribuibili a difetti nei materiali, negli equipaggiamenti, nei sistemi, nelle prestazioni, negli strumenti di bordo, nei propulsori, nei lubrificanti. Bird strike, vento forte, eruzioni vulcaniche, turbolenze in aria chiara, collisioni con droni, lanterne cinesi, attacchi cyber, falle nella sicurezza, uso di tecniche non previste nei manuali, fenomeni meteorologici avversi, blocco della pompa freno. La smetto. No, è un tarlo. Mezzi spalaneve sulla pista, buio pesto, piloti pazzi che al camposanto preferiscono andarci in compagnia.
Quattro: “Squalo”. Cinque: “Fare come quell’avvocato che è morto per aver bevuto troppo succo di carota”. No, il succo di carota mi fa venire l’acidità di stomaco. Cancello. Ancora il numero cinque: “Morire di crepacuore”. Per tutte le volte che mi sono rotta il cazzo.

Sono morta perché mi è caduta una tegola in testa. Una sfiga pari a quella di John Bowen, ucciso a vent’anni da un modellino volante di tagliaerba mentre dalla tribuna assisteva comodo a una partita di football. Il procuratore distrettuale a cui fu chiesto di avviare l’indagine declassò il fatto a bagattella: “Had no reason to believe the incident was anything other than an accident”.
Un incidente, Signori! Quanto al mio, non doloroso. Rapido. A uccidermi deve essere stato il colpo improvviso unito alla caduta rovinosa sull’asfalto. Nello sputo di secondi che mi separava dallo stramazzare esanime al suolo, ho pensato: “Ma che davvero?”. Poco dopo la chiazza densa e nauseabonda del mio sangue era già tutta ricoperta di mosche assetate.

Ho su l’abito di Armani, quello blu scuro che sognavo di indossare a qualche cena di gala a cui non sono mai stata invitata. E un trucco modesto. Sulla testa, con garbo, un cappello in feltro nero nasconde la crepa che il laterizio ha aperto nel cranio. Incrociate sul cuore due mani bianche, come le mani dei vivi quando dormono o dei morti quando ci vogliono far credere di aver vissuto in pace. Poi li ho visti. Tutti quanti.
Luca, e la solita camicia nera sgualcita. Stefano, l’apparecchio per sordi e il libro sotto il braccio. Marco, e la tristezza posticcia alla quale ha sempre creduto solo lui. Alessandro, fatto a pezzi, e le sue lacrime, sincere e calde, scese un attimo prima delle mie, amare e fredde, come il ghiaccio che non avrei più potuto sciogliere. E quel tipo conosciuto dieci mesi fa, che mi piaceva assai, ma che dall’ultima volta di mesi ne erano passati due e lui non si era fatto più vivo, e allora avevo iniziato a credere che mi avesse preso un po’ per il culo.
A pensarci ridevo. Mi dicevo: “facile che muoia prima di rivederlo”.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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