Mi ritengo un viaggiatore mediamente avventuroso. Mi piace andare a cercare cose che siano il più possibile fuori dalle rotte turistiche abituali, fare piani serrati in cui vedere il più possibile e in autonomia, ma allo stesso tempo so di non avere lo spirito adatto ad immergermi completamente nella cultura locale e di non avere il coraggio di girare con la stessa baldanza in nazioni in cui, a torto o a ragione, non mi sento abbastanza sicuro. Sto in quella via di mezzo fra il turista da villaggio vacanze e quello da zaino in spalla e via, forse un po’ più spostato verso il secondo anche se in fondo io la mia vacanza a piedi di duecento e passa chilometri l’ho fatta in Belgio, mica in India.
Nel mezzo di questo modo di intendere la vacanza fra svago puro e semplice ed esperienza che ti cambia la vita capita che, musicalmente, mi ritrovi in una sala prove giapponese a vedere una band strumentale thailandese come che faccia l’esperienza più a livello turistico medio e basilare del flamenco in un locale con posto prenotato su GetYorGuide, bello e intenso ma probabilmente meno autentico di quello che si balla e si suona nelle cuevas sul sacro monte di Granada: non me ne pento, mi è piaciuto molto, ma se mi fossi trovato sotto un palco ad ascoltare il crossover andaluso degli O’funk’illo penso che mi sarei sentito più parte del posto invece che un semplice turista, curioso ma non troppo.
A farmi scoprire la band di Siviglia è stata Guendalina Bruni, autrice che abbiamo coinvolto dopo aver letto alcuni suoi racconti su Narrandom, rivista che non smettiamo di consigliarvi di cui è anche redattrice. Nata in Umbria e marchigiana d’adozione, nel 2004 Guendalina inizia ad ampliare i suoi confini girovagando fra Europa e America per studio e lavoro, fermandosi infine in Francia nel 2014, dove tuttora risiede occupandosi di gestione delle risorse idriche. La passione per la scrittura la coltiva fra un modello idrogeologico e l’altro e di notte, sfiorando l’insonnia: tante ore di sonno perse sono però ben ripagate quando ti escono racconti come quelli pubblicati su Rivista Blam!, Piegàmi, inutile, Crack, Grande kalma e Risme, che ovviamente vi esortiamo a leggere tutti.
Ascoltare gli O’funk’illo è stato come tornare parzialmente indietro nel tempo ai miei 18/20 anni, fra la fine delle scuole superiori e il servizio civile, quando il crossover andava per la maggiore e non si era ancora trasformato quasi esclusivamente in nu metal: il periodo dei migliori dischi degli Incubus, quello in cui i Red Hot Chili Peppers non si erano ancora persi definitivamente in nenie terribili e quello in cui la band di Siviglia, appunto, muove i primi passi, trasformandosi nel 1997 da cover band (col nome Motherfunkers) a formazione dedita alla contaminazione fra funk e metal, con una punta di flamenco, rap e reggae a condire il tutto. Il primo disco, omonimo, lo pubblicano nel 2000, in una formazione che contiene ancora tutti i fondatori: Andreas Lutz alla voce, Pepe Bao al basso, Javi Lynch Marssiano alla chitarra e Joaquín Migallón alla batteria, più una miriade di collaboratori e coriste che rendono le esibizioni sul palco una festa scatenata, trascinata dal basso iperveloce di Bao e dal carisma di Lutz, animale da palco come pochi. Il nucleo fondatore della band resisterà fino al 2006, periodo nel quale fanno in tempo a pubblicare altri due dischi (… en el Planeta Aseituna, 2003, e No te cabe na’, 2005, entrambi prodotti dalla band stessa e pubblicati sotto major, la EMI tanto odiata dai Sex Pistols), apparire nei principali festival della penisola iberica e guadagnarsi il premio come miglior band e miglior album di rock alternativo ai Premios de la música del 2006: poi un litigio fra Bao e Lutz mette a lungo in standby il progetto, portando alcuni membri a proseguire con un nome diverso (Pa’l keli: tributo a O’funk’illo, che sembra il modo in cui i Kyuss avevano cercato di riformarsi come Kyuss Lives prima che Josh Homme rompesse ulteriormente il cazzo sui diritti e costringesse tutti gli altri a cambiare completamente nome), altri a formare nuove band e nessuno a mediare fino almeno a cinque anni dopo, quando Lutz, Bao e Marssiano (gli ultimi due nel frattempo avevano fondato i Cusha!) rimettono in piedi il progetto ed escono con un nuovo disco, Sesión golfa, pubblicato dalla Maldito Records nel 2011.
Marssiano esce di nuovo dalla band subito dopo, dando il via a un periodo frammentato in cui escono 5Mentatario (2014, Rock Estatal Records), con i soli Bao e Lutz della formazione originaria, un doppio disco-reunion con un sacco di ospiti per celebrare i vent’anni di carriera (20 años ajierro e 30 amigos embruterrio, 2018 per la Spyro Music) e di nuovo un disco a formazione “ristretta” nel 2020, O’funk’illoterapia, in cui Lutz certifica anche l’uscita da un lungo periodo di abuso di alcool e droga. Il presente, dopo un altro breve periodo di stop, vedrà la band festeggiare i venticinque anni di carriera con un tour che li porterà negli Stati Uniti e in America latina, e i due singoli usciti a pochi mesi di distanza El tato Bootsy (dedicata al mago del basso Bootsy Collins) e Huele a funk presagiscono l’uscita di un nuovo disco: con quale formazione e quanti dei membri originari difficile capirlo, ma in fondo l’importante è che il carrozzone sia ancora in piedi e continui a macinare musica perdendo poco della carica originaria, cosa rara in un mondo musicale dove inizi con un sacco di energia e finisci a fare le ballad che magari ti eri ripromesso di non fare mai in vita tua.
Nos vamos pa’l keli è la quarta traccia del disco d’esordio degli O’funk’illo, nonché uno dei loro cavalli di battaglia, riproposto addirittura in versione jungle nell’ultimo disco. Festaiola e scatenata, la canzone non ha altro scopo che invogliare a lasciarsi andare, godere e festeggiare, anche se Lutz ci tiene a specificare che “si nos invitas a tu casa os comportamos educadamente”: meno educatamente si comportano i vicini della protagonista del racconto, colpevoli di un ticchete tacchete continuo di bottiglie ogni sera che la esaspera e le fa sentire al contempo la nostalgia di un periodo più libero e semplice, “quando ancora lo scandire della vita era dettato dal meteo del fine settimana”. Guendalina riesce a traslare in parole tutto quel ritmo e quelle sensazioni in una prosa densa e serrata, vagamente allucinatoria, in cui potete entrare andando un po’ più in basso, subito dopo la canzone che l’ha ispirata: buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
Scarica il numero Zero, il numero Uno e il numero Due della fanzine di Tremila Battute!
Ticchete tacchete, di Guendalina Bruni
Rincaso, loro sono lì. E ticchete ticchete e ticchete tacchete. Pausa. E ticchete ticchete e ticchete tacchete. Puntuali ogni sera, si agitano, sbattono, spargono tonfi tra le stanze, corridoio, cucina, salone, e tacchete, daccapo. Che modi. Non li ho sentiti quando Oliver mi ha mostrato l’appartamento: “eccolo qui signora, mi ha chiesto tre stanze, e io tre stanze le ho trovato”. Bravo Oliver. Solo che, Oliviero mio, qui non ci sono tre stanze, ce ne sono almeno il doppio. O il triplo, contando pure i vicini di pianerottolo. Era meglio il tram, un ronzio continuo che sparisce dopo le dieci, per fare posto al vociare di strada che sfuma man mano che le bottiglie di rum si svuotano. Mentre cerco frenetica la cassa per amplificare Ley de gravedad e tutta la playlist che il buon vecchio Spotify mi ripropone sistematico, rifletto sul sacrosanto potere terapeutico della musica: non tanto per sciogliere le tensioni muscolari ammassatesi durante la giornata, ma anche solo per coprire i ticchete tacchete che mi infiammano i nervi cranici fino al collasso. La cassa è scarica, alzo il volume del cellulare mentre imbastisco un’altra crociata alla ricerca del cavo di alimentazione. Nel frattempo mi chiama Giovanna, cazzo Giovanna, l’articolo, l’aggiornamento calendario e compagnia bella che le avevo promesso. Col telefono tra guancia e spalla, tra i “sì, non ti preoccupare” e i “certo che mi ricordo”, riesco ad estrarre lo stendi biancheria incastrato tra il frigo e l’asciugatrice: Oliviero, mi hai dato tre stanze ma ti sei preso indietro quei quindici centimetri di corridoio che servivano a non sbattere quell’arnese metallico tra suolo e pareti. Dimenandomi tra lo stipite della porta della cucina e l’angolo angusto tra corridoio e salone, riesco ad aprirlo, sfregiando il bianco candido della parete. Saluto Giovanna e il suo incalzare a mitraglietta e mi dirigo verso la lavatrice; mi imbambolo davanti al cestello, al crescendo dei suoi volteggi, preludio andante della centrifuga: il concerto è animato dal tintinnare delle bottiglie di alcolici depositate ai suoi piedi, che vibrano contro la parete laterale, abbastanza vigorosamente da creare un effetto cajon degno di una buleria del Camaron. Mi infiammo nel ricordo delle scappate andaluse che ci concedevamo quando ancora lo scandire della vita era dettato dal meteo del fine settimana. Ma sì, vaffanculo, un bicchierino, che sarà mai. Mi chino e sfilo una bottiglia a caso, tiè, il mirto di Arbatax, la estraggo pensandola piena e invece la ritrovo leggera, qualcuno dev’essere già passato di lì, deduco, un instante prima di sbatterla contro la parete alle mie spalle e di fracassarmi il timpano con il rumore dei suoi frammenti. Schizzano dappertutto: sulla credenza in acciaio, su per il foro di areazione, giù dal lucernario aperto, per terra sul cotto da lì fino a quasi la porta d’ingresso. E ticchete ticchete e ticchete tacchete, loro continuano imperterriti, che modi.
Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!
Una opinione su "Racconto in musica 197: Ticchete tacchete (O’funk’illo – Nos vamos pa’l keli)"