Ogni epoca ha le sue ricette per il successo nel mondo musicale, più o meno funzionanti, e io, che non sono capace di capire ciò che funziona da ciò che non funziona nemmeno di fronte a un tostapane rotto, ovviamente non sono capace di parlarvene. Nel mio mondo fatato in cui le cose funzionano per magia (tipo gli aerei) i calcoli sono qualcosa di prescindibile, le formule non servono: al massimo riesco a ipotizzare che per fare successo negli anni ’80 servisse assolutamente stuprare la batteria fino a farne assomigliare il suono a quello di una serie di fustini di detersivo, o che negli anni ’90 c’è stato un brevissimo periodo in cui se facevi finta di vestirti male, non lavarti i capelli (sempre per finta) e grattavi un po’ la voce sotto chitarroni distorti potevi avere il tuo momento di gloria nel fantastico mondo del post-grunge, una delle più grandi illusioni collettive di proseguimento di un movimento nato dal basso.
Se c’è una cosa però che mi hanno insegnato l’ascolto di Radio Deejay al mattino e la convivenza con una capa comunicazione è che Tik Tok è un formidabile mezzo per ficcare la tua musica nelle orecchie di tutt*, pure di chi Tik Tok non ce l’ha, a patto che la tua canzone duri poco e abbia un qualche punto estremamente invasivo e altrettanto breve che si associ bene a un balletto o a qualche contenuto che comunque richieda un’attenzione limitata (tipo una bambina che urla alla luna, mia nuova scoperta sui social e appiccicosa come manco le bestemmie vintage di Germano Mosconi). Quindi ci aspetta un’epoca di canzoni brevissime fatte di momenti ancora più brevi costruiti per essere estremamente invasivi per il cervello? Non bastava Sanremo, che tipo io ho in testa per motivi fuori da ogni logica del mio cervello la canzone di Marcella Bella?

Nì. Perché le formule, per chi le sa usare e chi le sa ideare, funzionano di sicuro, altrimenti Petrella e Simonetta non avrebbero scritto un terzo delle canzoni del Festival di Sanremo (arieccoci), ma poi per fortuna viene fuori sempre qualcun* che ti fa vedere che il talento, comunque necessario, lo puoi anche veicolare in territori che secondo le logiche del mercato non dovrebbero funzionare: tipo Ethel Cain, che in un’epoca che dovrebbe essere adatta al fast food musicale convince tutta la critica con un disco oscuro, denso e dilatato che dura più di un’ora e ha metà dei pezzi che durano oltre i dieci minuti.
A donarmi più fiducia in un mondo che bacia col suo plauso anche chi non sottostà alle regole stringenti del mercato è stato Achille Monteforte, che Ethel Cain me l’ha fatta scoprire grazie al suo racconto. Classe 1992, cosentino di nascita e milanese d’adozione, Achille è un creativo e designer della comunicazione. Nel 2015 ha pubblicato la raccolta di poesie illustrate Umani (Altrimedia Edizioni), ma la scrittura è ritornata prepotente nella sua vita dal 2023, attraverso racconti multigenere pubblicati su riviste e in raccolte antologiche di Einaudi Ragazzi, Edizioni Della Sera, Il Lettore Di Fantasia e Storie Bizzarre. Dal 2025 fa parte del consiglio direttivo di Dracones, l’Associazione per la scrittura fantasy in Italia, e siamo ben lieti di dire che fa parte anche del novero di autor* della nostra aspirante rivista!
La carriera di Ethel Cain è una di quelle che sembra baciata dal successo qualunque cosa faccia e in qualunque modo la faccia. Certo, non stiamo parlando del successo di Taylor Swift, ma mettendo le cose in prospettiva neanche Swift riempirebbe gli stadi con le scelte di carriera fatte da Cain, cantautrice classe 1998 che di vero nome fa Hayden Silas Anhedönia. Cresciuta in una piccola città della Florida all’interno della comunità battista, di cui il padre era diacono, l’avvicinamento alla musica di Cain avviene proprio tramite il coro della chiesa per poi proseguire, già all’età di otto anni, con lo studio di pianoforte e musica classica. Bisogna però aspettare il 2017 per cominciare ad ascoltare qualcosa di suo, sperimentazioni con l’applicazione GarageBand che avvengono dopo un lungo periodo in cui si forma la sua personalità: a dodici anni si dichiara gay di fronte alla famiglia, lascia la chiesa a sedici e successivamente si identifica come donna transgender bisessuale, il tutto mantenendo un rapporto personale con la spiritualità che è parte integrante della forza della sua musica. Il suo primo singolo Bruises è del 2019, pubblicato già con lo pseudonimo di Ethel Cain, ed è abbastanza per attirare l’attenzione dell’artista canadese Nicole Dollanger, che la contatta e le fa aprire un suo concerto a Chicago: nel frattempo Cain fa uscire, a distanza di pochi mesi, gli Ep autoprodotti (distribuiti sotto l’egida della propria etichetta Daughters Of Cain) Carpet bed e Golden age, in cui si comincia a delineare il suo stile fatto di atmosfere eteree e dilatate, un connubio particolare fra folk e indie à la Lana Del Rey in cui la voce di Cain spicca melodiosa.
Il salto successivo lo deve al rapper Lil Aaron, che dopo aver scoperto la sua musica nel gennaio 2020 la spinge a prendere appuntamento con la propria etichetta Prescription Songs. Cain sottoscrive un contratto e si trasferisce in una chiesa ristrutturata in Indiana, fedele al mondo religioso/spirituale che permea la sua musica: il risultato delle sessioni di registrazioni è l’Ep Inbred (2021), a cui partecipa anche lo stesso Lil Aaron, sei brani dalla produzione più curata che sembrano portare Cain in una direzione folk-pop più classica nonostante gli scarti laterali esemplificati da God’s Country, canzone di otto minuti in cui la cantautrice duetta con il musicista elettronico Wicca Phase Springs Eternal. Passa solo un anno prima del primo album ufficiale, ma a sorpresa esce per la propria etichetta: Preacher’s daughter torna in maniera più convinta alle atmosfere dei primi brani, piazza senza problemi una durata generale delle canzoni intorno ai cinque minuti (spesso sopra piuttosto che sotto) e, al netto del terzo singolo American teenager che ha un sapore smaccatamente più pop (ma un testo apertamente critico verso il patriottismo e la cultura delle armi negli USA, tanto che l’artista stessa si stupirà di vederlo nella playlist dei brani preferiti a fine anno dell’ex Presidente Obama). in generale non fa niente per essere più accomodante verso un pubblico generalista: la sua è una musica morbida, avvolgente, in cui asperità come l’oscura Ptolemaea o la breve parentesi pianistica di Televangelism fanno parte di un’esperienza che richiede tempo e attenzione, non approcci mordi e fuggi. Il primo disco di Cain, che lei fa rientrare in una ipotetica trilogia di là da venire all’interno del “Ethel Cain Cinematic Universe” (dichiaratamente autistica, Cain ha un approccio verso l’arte molto sinestetico e afferma di vedere la musica mentre la compone, e all’interno del disco è il suo stesso moniker di cui seguiamo le vicende), è un successo che la proietta fra festival statunitensi e internazionali (Coachella, Reading e Leeds) e sul palco dei Florence And The Machine, di cui apre un concerto a Denver: lei stessa parte ovviamente in tour, ben tre volte, e nel frattempo nella sua testa pensa già probabilmente al nuovo disco che, però, non farà parte della trilogia. Quello che Cain ha in mente, fra un singolo (Famous last words) ispirato al film Bones and all di Luca Guadagnino, uno (من النهر) dedicato al popolo palestinese, la partecipazione a una compilation tributo agli American Football, campagne da modella per Givenchy, Miu Miu e Marc Jacobs e controverse dichiarazioni politiche (Cain ha attaccato in maniera piuttosto brutale l’ex Presidente Biden per il suo obiettivamente discutibile supporto alla guerra in Palestina, e successivamente all’omicidio del CEO di un’assicurazione medica multimilionaria Brian Thompson si è apertamente schierata dalla parte del sospetto assassino, adottando su Instagram l’hashtag #KillMoreCeos), è un album che nessuno si aspetta.
Perverts è uscito a inizio 2025 e, al primo ascolto, mi è sembrata la tipica mossa di chi del successo può fare tranquillamente a meno, ma non della propria libertà artistica. Nove brani espansi in un’ora e mezza quasi di musica in cui la dilatazione si fa ancora più eccessiva e le atmosfere, da eteree che erano, si fanno funeree, inquietanti, oscillanti fra un’ambient hauntologica (Onanist ricorda i Boards Of Canada filtrati attraverso un incubo notturno) e un post-industrial oppressivo che in episodi come la raggelante Houseofpsychoticwomn ipnotizzano attraverso suoni che fanno della reiterazione ossessiva la loro ragion d’essere e i vocalizzi distanti di Cain… il tutto per tredici minuti abbondanti. Cain non considera Perverts un album, ma non ha nemmeno specificato come dovremmo inserirlo all’interno del suo cammino artistico: approcciatelo con attenzione, pronti alle asperità minacciose di brani come Pulldrone (quindici minuti introdotti unicamente dalla voce salmodiante di Cain che lascia poi spazio a un’infinita coda di drone music minimale e minacciosa), ma mentre lo ascoltate ringraziate che il mondo della musica funziona anche così, attraverso potenziali suicidi artistici che ricevono l’unanime plauso della critica musicale (Trump invece non penso la inserirà fra i suoi ascolti).
Ptolemaea è la nona traccia di Preacher’s daughter, e l’abbiamo già menzionata più in alto. All’interno di un disco musicalmente arioso arriva come un’ombra inquietante, illuminata solo in alcuni punti dalla voce angelica di Cain: proprio un’ombra perseguita la protagonista del racconto, in fuga da immagini violente fatte di sangue e mosche, e Achille cuce sapientemente in un’atmosfera decadente fra il bucolico e il sacrilego la sua vicenda di crescita attraverso il trauma. Potete leggere la storia subito dopo il brano che l’ha ispirata, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
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La figlia del pastore, di Achille Monteforte
Un freddo umido infestava l’aria e i polmoni della figlia del pastore. Il suo cuore affamato non le dava tregua. Le chiedeva di affilare lo sguardo, di andare oltre l’angoscia che le opprimeva il petto. La pregava di ignorare la sete di sangue degli insetti che brulicavano sulle macchie della tunica.
La figlia del pastore temeva che l’ombra l’avrebbe trovata da un momento all’altro. L’incubo le si era insinuato sotto pelle dopo aver abbandonato il corpo del pastore assalito dalle mosche. Era scappata nel bosco senza voltarsi, convinta che prima o poi avrebbe trovato un riparo.
Arrivò all’abbazia prima del tramonto, col fiato corto e le mani ancora tremanti. Spalancò la porta senza lucchetto, il cigolio dei cardini rimbombò nel silenzio.
Dentro, il buio colmava ogni spazio.
Si inginocchiò all’altare, stremata, sopraffatta dalle immagini del pastore nel granaio. Il suo colletto bianco macchiato di rosso. La Bibbia stracciata nella mangiatoia. La croce sul muro che sembrava al rovescio quando giacevano insieme sulla paglia.
Un freddo improvviso la costrinse ad aprire gli occhi.
La vide sulla soglia, abbastanza vicina da distinguerne la bocca distorta dal dolore. Il volto così simile al suo, le stesse cicatrici, lo stesso sguardo da cui l’infanzia era fuggita troppo presto.
D’istinto, urlò. L’ombra non aspettava altro. Sorrise, uno squarcio di bianco sul nero, e fluttuò verso di lei. Porse una mano con il palmo verso l’alto.
La ragazza arretrò, ogni passo un tormento.
Per porre fine allo strazio, tese il braccio per stringerla. Sentì un bruciore che si prolungò su tutto il corpo per un istante che le sembrò l’eternità.
Poi, tutto svanì. La paura, l’ombra, le immagini del corpo del pastore aperto dal coltello.
Era sola, nel buio. Questa volta la croce sul muro non sembrava al rovescio. Tentò di pronunciare il proprio nome, ma dalla bocca uscì solo un sussurro cristallizzato.
Si allontanò dall’altare, lasciandosi alle spalle l’abbazia silenziosa.
Nella notte, la strada appariva trasfigurata. Gli alberi, cariati dal muschio, si inchinavano come in segno di rispetto, i loro rami si allungavano sulle pietre, tracciando un sentiero che prima non c’era. Il suo.
Aveva toccato l’ombra, e l’ombra le aveva sussurrato chi era.
Ethel, mai più la figlia del pastore.
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