Le proprie azioni comportano delle conseguenze, a volte impreviste, e anche le proprie parole. Me ne sono accorto qualche anno fa intervistando i The R’s, band bresciana purtroppo disciolta i cui membri lottano e resistono insieme a noi con altri progetti: si chiacchiera, si divaga, si beve, si fuma e poi, all’improvviso, salta fuori una questione: il paragone coi Beatles. La band sostiene di non c’entrare niente con i fab four, ma di avere ormai da anni appiccicato questo paragone: non sanno chi sia stato il primo a farlo ma nelle recensioni se lo trovano spesso affibbiato, e certo fa più piacere che ritrovarselo che so, con i Venga Boys, ma è comunque il paragone sbagliato. E io, che dei The R’s avevo seguito tutta la carriera fin dal primo Ep, e che dei Beatles non avevo ancora mai ascoltato un disco per intero, alzo timidamente la manina e dico “mi sa che sono stato io”.
Eh già, nel fantastico mondo delle webzine musicali può accadere anche che un appassionato di musica con notevoli lacune (io) recensisca una band (i The R’s) e dica “assomigliano a X” senza che questo abbia effettivamente senso, e che non solo nessuno gli dica “ma che cazzo dici” ma che anche altr* recensor* gli vadano dietro, alimentando qualcosa che non esiste. Trovato il colpevole (magari era stato qualcuno di molto più influente di me, ma il primo Ep dei The R’s non ce lo eravamo proprio inculat* in tantissim*) la band non mi ha comunque defenestrato e la serata è finita bene, ma ho imparato che a volte si possono sparare delle parole senza avere ben chiaro cosa stai dicendo e quelle parole comunque attecchiscono: un po’ come per Coca Puma, artista ospite di questa settimana, che si è ritrovata la parola “jazz” spesso citata per definire il suo album d’esordio Panorama Olivia e non è che le faccia troppo piacere.
Non si può dire che Costanza Puma col jazz non ci abbia mai avuto a che fare, certo: romana classe 1998, laureata in conservatorio, prima di mettersi in proprio suonava in una formazione nu jazz con cui cantava in inglese, ma nel proprio percorso musicale sono entrate parecchie altre influenze. Se proprio deve definire Panorama Olivia, uscito l’anno scorso per Dischi Sotterranei e ODD, preferisce usare la parola pop, come fa in quest’intervista, anche se ovviamente è una parola altrettanto limitante: le dieci canzoni del suo disco d’esordio (di cui tre sono brevi interludi) si muovono fra suoni elettronici e anima soul, dream pop e una certa raffinatezza formale che forse è ciò che ti fa venire in mente il jazz, perché al jazz riserviamo uno status (mi ci metto pure io dentro eh) che al pop non siamo dispost* a concedere. Anche di post-rock parla Puma fra le sue influenze, e forse è ciò che fa deragliare a metà Tardi, animando il languido pop elettronico in una rincorsa fra piano, voce e distorsioni, e porta verso ariosità inaspettate la conclusiva Come vuoi, ma anche quando si rimane sul pezzo senza concedersi divagazioni improvvise la varietà è assicurata: la strumentale Tappeto trascina con la sua ritmica spezzata e i suoni elettronici da club, Porta Pia è morbidezza soul a cui Puma dona con la voce una languida scazzatezza, Lupo Volkswagen un viaggio notturno fatto di urban pop dal sapore vagamente nineties. Il più grosso difetto di Panorama Olivia è che dura poco, perché l’atmosfera che crea vorresti durasse di più: il suo più grande pregio è quello di costruire un suono che, pur cambiando da brano a brano, resta personale e ben delineato, il che per il disco un’artista di ventisei anni è da dare tutt’altro che per scontato.
Puma con le atmosfere ci sa fare dopotutto, perché a fianco della sua carriera sul palco ne ha una da sonorizzatrice: ha lavorato alla colonna sonora del film Quasi a casa della regista esordiente Carolina Pavone, sta lavorando per conto dell’Istituto Luce su alcune pillole d’archivio e per lo stesso Istituto ha già composto le musiche di La rivoluzione siamo Noi (2020), film che racconta il decennio artistico 67/77 in Italia. Un bagaglio d’esperienza non indifferente, che si somma a tutti gli attestati di stima che hanno reso Puma una delle artiste più chiacchierate all’interno del panorama musicale indipendente nostrano nell’ultimo anno: ora non resta che attendere pazientemente le sue prossime evoluzioni.
Di Tardi e del suo “deragliamento” ho già accennato sopra, e appena l’ho sentita ho subito pensato che avrei voluto trasporre in parole la sorpresa che mi ha suscitato sentire il brano mutare così improvvisamente e naturalmente: i testi di Puma sono scarni e talvolta criptici, il che mi ha permesso di colorare gli spazi vuoti e immaginare una coppia a letto che mette momentaneamente il mondo in standby, salvo dover far fronte a un cambiamento stupido nella sua banalità ma che, come capita talvolta con gli eventi piccoli e non così memorabili, finisce per fissarsi in testa e rappresentare più di quel che appare. Un sacco di parole per spiegare qualcosa che potete leggere poco più in basso, subito dopo il brano che ha ispirato il racconto, facendovene un’idea diretta: buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
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Da me o da te
È tardi. Non avremmo nemmeno dovuto rimboccarci le lenzuola. La vita ci chiama. Le diciamo di aspettare.
Come risolviamo il turno delle sei a lavoro? Chiama, mettiti in malattia. E la sessione mattutina in palestra? Saltala, abbiamo già fatto abbastanza allenamento qui.
Restiamo ancora un po’. Proviamo a restare per sempre. Resistiamo alle tentazioni del giorno, alla voglia di una tazzina di caffè. La moka è da pulire, da riempire, da aspettare. Liberiamoci di ogni voglia che non sia di noi. Continua ad abbracciarmi.
Vedo il tuo orecchio fremere. Non ascoltare la notifica sul cellulare. I tuoi occhi si aprono, il tuo braccio si allunga. Non guardare, dai. Non lasciare entrare il mondo.
«Cazzo».
«Mmm?»
«Mia mamma».
«Cosa? Sta male?»
«Sta venendo qui. Arriva tra mezz’ora al massimo».
«E non puoi dirle di aspettarti da qualche parte?»
«Mica posso lasciarla fuori da casa sua».
«Eh?»
«Dai, muoviti!»
«Abiti con tua mamma?»
«Secondo te posso permettermi un appartamento così?»
«Pensavo avessi affittato la stanza».
«Hai mai visto dei coinquilini?»
«Ma chi cazzo li ha cercati!»
«Va be’ senti, devi andare».
«Perché? Ti vergogni di avere una vita sessuale?»
«Vuoi conoscere mia madre?»
«…»
«Vorresti che io conosca tua madre?»
«Conoscessi».
«…»
«Mmm. Non ancora mi sa».
«Vestiti allora».
«Ma che palle».
«Eh. Doveva essere via per lavoro fino a stasera».
«E invece».
«Eh».
Restiamo sulla soglia. Ancora qualche minuto, ancora qualche secondo. Vado a prendere il caffè al bar di fronte. Dalla vetrata vedo la finestra di casa tua. Ti affacci. Mi guardi, ti guardo. Mimo con le mani, la prossima volta da me. Anche se c’è gente, anche se c’è casino. Sorridi. La prossima volta, se ci chiamano non rispondiamo più.
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