Uno dei ricordi più belli che ho sul fronte della musica dal vivo è il Mad Cool Festival di Madrid, edizione 2017. Io e un mio amico ci siamo fatti tre giorni in un’enorme area che conteneva cinque palchi diversi e un cartellone sterminato di nomi, dagli headliner Foo Fighters, Green Day e Kings of Leon a nomi più piccoli e misconosciuti, fra i quali ho pescato anche band che sono finite su queste pagine (le Deap Vally, per dirne una). Pur avendo quarantacinque anni sul groppone io una cosa del genere in Italia non l’ho mai vissuta, un po’ perché non mi sono mai cagato l’Heineken Jammin Festival che, coi suoi pro e contro (fra i contro c’è Vasco Rossi headliner un sacco di volte, ma sono di parte), è la cosa che più si avvicinava ai festival enormi che nel resto d’Europa continuano a svolgersi (anche se pare che il mercato sia in crisi), un po’ perché essendo per la causa della musica bella che fa la fame mi sono concentrato sempre più su festival minori, dal Balla coi cinghiali alla Repubblica Indipendente di Lu che ho più volte citato all’interno di questo blog. La situazione a oggi non è certo cambiata in meglio: i piccoli festival fanno fatica, quelli grossi non esistono (non considero gli I-Days et similia qualcosa di lontanamente paragonabile, visto che sono singole giornate scollegate e che non intrattengono da mattina a sera/notte come il dio dei festival comanderebbe: cosa diversa gli Indipendent Days che li originarono a fine anni 90, che frequentai ahimè solo sporadicamente), così per riprovare quella bella sensazione a luglio emigrerò nuovamente in Spagna, per la precisione a Bilbao per il BBK. Il festival basco è di quelli medio grossi e, come usanza spesso in questo tipo di eventi, mischia i generi come qui siamo poco abituati a vedere: quando ho scoperto che l’headliner principale sarebbe stata Kylie Minogue ammetto che ho avuto qualche ripensamento, ma ero sicuro che il cartellone mi avrebbe dato soddisfazione almeno nei nomi di cui ignoravo l’esistenza: gli English Teacher vengono proprio da quel calderone lì, e dopo svariati ascolti posso dire che spenderei i soldi di quel festival (che si svolge sulle colline fuori dalla città e ha anche un’area camping, giusto per tentarvi nel caso vogliate farci un salto pure voi) anche solo per vedere loro dal vivo.
Carriera breve quella del quartetto britannico formato da Lily Fontaine (voce, chitarra ritmica, synth), Lewis Whiting (chitarra solista, synth), Douglas Frost (batteria, piano, synth, cori) e Nicholas Eden (basso), conosciutisi frequentando il conservatorio di Leeds. Gli English Teacher nascono infatti ufficialmente nel 2020, anche se per due anni in precedenza hanno suonato insieme in una band dream-pop chiamata Frank: di quel dream pop, leggendo le dichiarazioni di Fontaine stessa sulla pagina wikipedia inglese, resta ben poco, forse una base da cui partire per poi far cadere su sé stesso il castello di carte della comfort zone sotto cui avete pensato di potervi riparare.
Il primo singolo della band sono sicuro di averlo intercettato, perché ricordo una delle decine di ricerche google aperte sullo smartphone riguardante una band che ha sfornato la canzone “R&B e Wallace”: peccato che poi si sono rivelati i titoli di due brani di cui il primo, R&B, già capace di far alzare le orecchie a molta gente nel 2021, con il suo andamento post punk e le liriche di Fontaine che parlano di sindrome dell’impostore e di stereotipi nel mondo della musica. Entrambi i brani finiranno sul disco d’esordio, ma prima di quel passo la band sforna l’Ep Polyawkward per l’etichetta Nice Swan, ampliando già il campo della propria musica che, in piena ondata post-punk, poteva restare relegata lì e invece no. Il ritmo catchy di Good grief stuprato da svisate chitarristiche nel breve tempo di manco tre minuti, l’incedere malaticcio e zoppicante di Mental maths su cui si appoggiano improvvise sfuriate di accordi trapananti, la tranquillità di A55 che sfocia in un finale synthaticamente apocalittico, in ogni brano gli English Teacher fanno tutto e il contrario di tutto e senza mai sembrare inutilmente fantasiosi: ognuno dei cinque brani va dove dovrebbe andare, solo che non sempre è dove ti aspetti che andrà.
Per il disco d’esordio la band si accasa alla Island, quindi più in territorio major che indipendente, ma il loro approccio resta deliziosamente anarchico e imprevedibile. This could be Texas esce nel 2024 e parte diretto con la melodia morbida e avvolgente di Albatross, tranquilla e “carezzevole” come direbbe Matteo Bordone ma comunque capace di farsi ossessiva nel finale: dire che il disco è tutto così è allo stesso tempo la cosa più sbagliata e quella perfetta da dire, perché non è che tutti i brani seguano questo schema, anzi, ma l’idea di corrodere dall’interno formule che sembrano apparentemente fatte per il grande pubblico è un gioco che gli riesce quasi sempre benissimo. In I’m not criyng, you’re crying ad esempio, dove il semplice gioco strofa-ritornello viene dilatato rispetto al post punk iniziale fino a farti dimenticare che la struttura è molto più semplice di quanto sembri, nella title track tutta placidezza (quasi natalizia visto il periodo) di synth, piano e fiati che a due terzi viene rapita da un ritmo di chitarra storto che entra lì come se fosse la cosa più normale del mondo lasciando poi agli archi il compito di chiudere in bellezza, un gioco che provano anche in Nearly daffodils senza che lo schema appaia come una ripetizione dato che in mezzo c’è tutto un altro mondo. Volete l’autotune? Nella struggente The best tears of your life Fontaine la piazza sulla sua voce nei ritornelli e invece che sembrare una scelta azzardata il risultato sono lacrime a pioggia. Volete gli Slint? Cazzo c’è pure la loro anima acciaccata, in Not everybody gets to go to space, perché gli English Teacher non si fanno mancare nemmeno lo spoken word e portano le atmosfere della band del Kentucky in territori pieni di synth e archi per poi concludere nella maniera più anticlimax possibile affermando che se tutti potessero andare nello spazio “nessuno vorrebbe più pulire”. Hanno anche dei difetti? Sì, perché il disco si chiude con una serie di brani troppo rilassati, ma lamentarsi della progressione continua di Albert Road è davvero fargli le pulci.
Broken biscuits è la terza traccia del disco, un brano che parte con una tastierina giocattolosa e riesce a mantenere quell’atmosfera sognante da ricordi d’infanzia nonostante le immagini evocate dalla voce di Fontaine mostrino le crepe evidenti di quel quadretto. Prendendo a prestito queste suggestioni ho improvvisato un colloquio paziente-psicolog* in cui solo la voce della prima è presente, stilando un elenco delle propria ossa (e non solo) rotte alla ricerca di una soluzione per ciò che davvero si è rotto in lei. Potete consultare i traumi fisici e mentali della protagonista del racconto appena più in basso, subito dopo la canzone che lo ha ispirato: buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
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Qualcosa di cui parlare
Le spalle me le sono spaccate entrambe. No, non nello stesso momento. La prima cadendo dalla bicicletta. Ci crede? Mi ha tagliato la strada un coglione col monopattino elettrico, ha provato anche a scappare il bastardo. Ok, non sarei caduta se avessi bevuto meno, ma lui è passato col rosso e per come la vedo io aveva sicuramente più torto di quanto io avessi ragione.
Il cuore? Batte, che cazzo dovrebbe fare d’altro. Sì, ho capito cosa intende. Ero sarcastica ok? È per caso un delitto anche questo adesso? Sì, ho capito. Ok, ok, non ricominci un’altra volta. Mi hanno spezzato il cuore, per usare il suo termine vetusto, penso una volta sola in vita mia. O almeno, così su due piedi mi viene in mente solo quella, ma se mi fosse importato qualcosa me ne verrebbero in mente altre no? Il sepolto, come dice lei. Ah, non dice così? Va be’, tornando a bomba, aveva i capelli medio lunghi e il tipico ghigno di chi sai che sta per incularti. Non ho mai capito cosa facesse per tirare avanti. Sì, in effetti aveva quasi solo difetti, ma che voglia di vivere! Non pensavo di essere il tipo di persona che può divertirsi fino alle sei di mattina prima di conoscerlo, per cui suppongo di dovergli essere grata di qualcosa. Forse è il senso di colpa ad avermi spezzato il cuore più che lui come persona.
Vediamo, cos’altro. Il ginocchio, una tibia. Le dita del piede, il destro, tutte in una botta sola. Che ci vuol fare, certa gente non sa neanche entrare pulita su un pallone. Ah, il labbro, all’università. Me l’ha rotto il mio migliore amico quando mi ha vista baciare la sua fidanzata. Perché ex amico? Ex fidanzata al massimo, io e lui ci siamo conosciuti così.
Ne ho passate un bel po’, se è lì che voleva arrivare, eppure a questa cosa dei biscotti non riesco ancora a passarci sopra. E sì, lo so a cosa mi riporta quel rumore, alla mamma che li rompeva nel latte, al risucchio che faceva bevendolo che allora mi faceva ridere e oggi mi provoca lo schifo, ma non mi dà comunque ai nervi come il rumore di biscotti spezzati. Quel rumore mi ricorda l’ultimo periodo in cui le cose sono andate veramente bene, e anche se lo so non riesco comunque a farci pace. E lo so che lo sa anche lei, sono sei mesi che vengo qui proprio per questo, quindi non mi faccia le pulci sul sarcasmo e provi a rispondermi a questa semplice domanda: ce la fa ad aiutarmi o vuole che mi spezzi qualche altro osso per avere qualcosa di cui parlare?
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Una opinione su "Racconto in musica 189: Qualcosa di cui parlare (English Teacher – Broken biscuits)"