Ho da poco finito di vedere la serie tv Ripley (che vi consiglio caldamente, anche solo per la presenza del sempre ottimo Andrew Scott), e c’è una scena che mi è sembrata perfetta per questo cappello introduttivo. Siamo agli inizi degli anni ’60, il protagonista si trova in un negozio di musica e scartabella fra i vinili nella sezione “tutta la musica degli anni ’50”. Tutta la musica! Ci pensate? Ovviamente è un’esagerazione, e neppure un Leonardo Da Vinci considerato l’ultima persona a riuscire a intendersene di tutto se ne poteva intendere DAVVERO di tutto, ma l’accumulo di stimoli e conoscenze prosegue giocoforza con l’avanzare degli anni (anche se sì, certo, il tempo è relativo) e viene naturale chiedersi, di fronte a quell’innocente scaffale che pretende di contenere tutta la musica di un decennio, quanto sarebbe grande uno scaffale che contenesse la musica uscita dal primo gennaio di quest’anno, pur contando solo i dischi che sono usciti in versione fisica. Tutta la sala? Tutto l’edificio? Chi lo sa. Il punto è che, se era impossibile già allora ascoltare tutto (e Tom Ripley fra l’altro ascolta solo Il cielo in una stanza o quasi, per fortuna nella versione di Mina e non del nemico pubblico numero uno), a maggior ragione è impossibile ora: questa è perciò una delle volte in cui ammetto di non sapere quasi niente della resident band della settimana, The National, che compaiono su queste schermate grazie a Gabriele Palumbo.
Classe 1991, bolognese di nascita e milanese d’adozione dopo un lungo girovagare, Gabriele fa parte della schiera degli autori che mi sono volontariamente andato a cercare dopo aver letto questo racconto, apparso su Malgrado le mosche, e dopo aver letto la sua bio. Ad attirare la mia attenzione non sono state la laurea in Sociologia e quella in Relazioni internazionali (che dice gli servano “solo per litigare”) ma il suo “curriculum” dopo gli studi, che lo porta nel mondo della musica organizzando concerti e collaborando con artisti ed etichette discografiche. A oggi si è spostato verso il mondo del digital marketing e del copywriting, ma la passione per la musica emerge anche da altri fattori: il libro Ministri. Suoniamo per non lavorare mai, dedicato alla band milanese e uscito nel 2019 per Arcana, la collaborazione come editor e contributor al Collettivo Dischirotti e quella con la rivista Fantastico.esclamativo, fondata da Alberto Guidetti de Lo Stato Sociale, che per un paio d’anni ha animato il variegato panorama della lit-web. Gabriele è anche autore del romanzo in versi Ci siamo solo persi di vista, edito nel 2015 da VJ Edizioni nella collana Poiesis, e girovagando per internet potreste imbattervi anche in una raccolta di racconti a tema cocktail che invece, a meno di smentite, è opera di un suo omonimo: di sé aggiunge che, oltre a maledire il capitalismo (siamo sulla stessa barca), legge molto, prova a scrivere un romanzo, fa meme, guarda reel sui procioni e invia la sua newsletter Capibara.
Ridurre venticinque anni di carriera dei The National entro pochi caratteri non è semplice. Su cosa far luce? Cosa escludere? Partiamo innanzitutto dal genere, un indie-rock con influenze che vanno dal country al pop (barocco secondo Wikipedia), venato di una strana malinconia che sa di addii e ripartenze e che li rende perfetti per le stagioni di mezzo (ma non fatevi problemi ad ascoltarli anche d’inverno o d’estate), il tutto sviluppato lungo dieci album, dall’omonimo esordio del 1999 all’ultimo Laugh track uscito per 4AD nel novembre 2023 (anno in cui hanno fatto doppietta, visto che ad aprile era uscito First two pages of Frankenstein). La band è formata tuttora dai membri originari, ovvero Matt Beringer (voce e testi), i fratelli Aaron (chitarra, basso, pianoforte, armonica, mandolino e cori) e Bryce Dessner (chitarra, pianoforte e cori) e i fratelli Scott (basso, chitarra e cori) e Bryan Devendorf (batteria e cori), che come nelle più belle storie di musica indipendente iniziano a suonare insieme dopo altre esperienze condivise fra alcuni di loro, pubblicano i primi due dischi con la propria etichetta (la Brassland Records), suonano mentre lavorano per un po’ in quel di Brooklyn e poi piano piano emergono, attirano l’attenzione dell’etichetta londinese Beggars Banquet (poi confluita nella 4AD) e cominciano a fare di lavoro quello che più gli piace (o forse, come i Ministri, suonano per non lavorare mai). Come me potreste non aver mai sentito per intero un loro album, ma la portata dei The National è diventata tale che potreste esservi imbattut* in una loro canzone senza saperlo, guardando una serie tv (Chuck, Southland, Dr. House e Friday Night Lights alcune delle varie in cui sono apparse loro canzoni, per non parlare della The rains of Castamere scritta appositamente per la seconda stagione di Game Of Thrones: beccati questa Ed Sheeran!), un film (Warm Bodies, Hunger Games: La Ragazza Di Fuoco) o giocando a un videogioco (del 2011 la canzone Exile vilify, inserita nel videogioco Portal 2).
L’impressione di band a cui volere bene, che sta insieme da una vita e fa quello che più le piace, è acuita dal fatto che, nel corso della loro carriera, i The National si sono anche spesi per varie cause benefiche, dalla raccolta Dark was the night (2009), il cui ricavato è stato interamente donato all’associazione internazionale dedicata alla lotta contro l’AIDS Red Hot Organization, alla cover di Never tear us apart degli INXS inserita nell’album collettivo Songs for Australia, progetto della cantautrice Julia Stone volto a raccogliere fondi per le regioni colpite dagli incendi, passando anche per il singolare crowdfunding avviato dopo il Primavera Sound 2018 per sostenere economicamente la crew che li accompagna durante i tour (a cui si aggiungevano i profitti del merchandise sullo store ufficiale della band). Sono stati inoltre una delle band più attive nel supportare Barack Obama durante le presidenziali 2008, quando stamparono una t-shirt apposta per finanziare la sua campagna, e sebbene non mi risultano loro endorsement per Kamala Harris ho l’impressione che a novembre avremo le stesse speranze riguardo all’esito delle elezioni negli Stati Uniti: dall’Italia sono appena passati per due date a giugno, confidiamo di festeggiare presto insieme a loro lo scampato pericolo di un nuovo mandato di Trump.
Vanderlyle crybaby geeks è l’ultima traccia di High violet, album del 2010, ed è una canzone dalla forte carica emotiva, disperata ma senza farsi mancare un raggio di luce fra le note del pianoforte e gli scarni ma incisivi colpi di batteria. Gabriele ha reso il Vanderlyle del titolo protagonista del suo racconto, mostrando in divenire una storia di amori non corrisposti che si alimenta di rimandi al testo della canzone e ci fa sprofondare nella semplicità del dolore. Potete trovare il racconto come al solito dopo la canzone che ne è l’ideale colonna sonora, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
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Una tessera per non tornare, di Gabriele Palumbo
Il poster dei The National si è staccato nella parte superiore. Sembra inchinarsi, quasi a voler facilitare le cose. Vanderlyle spegne la lucina per le zanzare, ma la lascia lì. Ormai è quello il suo posto.
Continuano a sbucare fuori cose da portare. Come diavolo faccio? Le valigie sono già piene. Userò delle buste, tanto vado in macchina.
Prende qualche gruccia e le infila a forza in una delle buste. E questa coperta da dove esce? Merda. La metto nella borsa frigo. Si rende conto di avere un numero esagerato di asciugamani.
Dovremmo esserci. Andiamo.
Cazzo la torta per Victoria! Vanderlyle ha però già lasciato le chiavi. Si maledice, ma la vuole. Suona il citofono fino a svegliare l’ormai ex coinquilino.
«Ehi scusa, grande classico, mi son dimenticato una cosa importante.»
«Guarda qua. La tessera ATM spezzata di quando provasti a usarla per aprire la porta di casa.»
«Minchia. Io devo ancora andare a prendere quella definitiva, ormai sarà dispersa in attesa che la vada a ritirare. Quando arrivo a Milano sarà la prima cosa che farò. Forse la seconda.»
«Ehi, che hai? Ti sei intristito pensando alla tessera ATM rimasta sola ad aspettarti?»
«Più o meno. Non hai idea della tristezza che mi mettono quelle tessere per entrare in locali dove non andrai più, o quelle che ti timbrano ogni volta che prendi un panino o un gelato. Le mie si fermano sempre a un timbro, massimo due. Me ne vado sempre prima di poterle finire, per questo non faccio mai quelle dei supermercati.»
«Sai che non ha senso questa cosa? »
«Lo so, ma è più forte di me. È un modo per non legarmi a cose che so che tanto lascerò. Lo faccio anche con le persone.»
«Buono a sapersi… Quella l’hai fatta però.»
«Infatti ora non mi servirà più.»
«Ma cosa dici? Tu stai male.»
«Questo è sicuro… Va beh, lasciamo stare. Tanto appena arrivo a casa come prima cosa devo sistemare la stanza.»
«Ho già detto che stai male? Io appena torno a casa dormo per almeno due giorni. Merda!»
«Cosa?!»
«Ho dimenticato il borsello!»
«C’erano cose importanti?»
«Solo tutta la mia vita.»
«Una vita a misura di borsello.»
«Ti odio.»
Allora qui abbiamo penne, matite, forbici… eccolo, il taglierino. Un po’ arrugginito, andrà bene. Vanderlyle lo prende e inizia a guardarlo, lo rigira tra le mani con curiosità e aria di sfida. Le piacerà la torta? No, non deve pensarci, se no non lo farà mai. Come l’ultima volta, a quel lampadario. Questa volta però non fallirà.
Senza accorgersene ha già iniziato, non fa neanche male finché non incontra le vene.
Le pareti della stanza di Victoria sono un insieme di mondi nei quali si rifugia ogni volta che la realtà la opprime e la trova impreparata. Sul tavolo in cucina la attende una torta alla frutta, ancora intera.
Indossa il suo pigiama preferito, con la scritta I Am Easy to Find sul petto. A letto pensa a Matt, ancora una volta. Voleva dormire per almeno due giorni, invece non riesce ad addormentarsi. Non riesce proprio. Vorrebbe solo smettere di svegliarsi.
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3 pensieri riguardo “Racconto in musica 181: Una tessera per non tornare (The National – Vanderlyle crybaby geeks)”